IMG-20180123-WA0008Sono in corso le celebrazioni della “Giornata della Memoria” e anche la boxe si associa direttamente ad un evento storico e tragico e lo fa per rendere omaggio ad un grande campione, Leone Efrati, che ha perso la vita ad Auschwitz nel 1944, aveva appena 28 anni. Leone, per gli amici Lelletto, era un pugile romano. Aveva talento da vendere e la boxe era il suo credo. Mani solide, intelligenza vivace, molto legato ai principi del rispetto e della lealtà. La boxe lo insegna e lo perfeziona a chi in qualche maniera già ce l’ha. Entrò giovanissimo in una palestra di pugilato, l’ Audace, era poco più di un ragazzo, ma aveva qualità innate e dopo pochi anni fece il suo esordio tra i professionisti. Siamo nel 1935 e Lelletto non si tira certo indietro affrontando i migliori dell’epoca, lui è un piuma e affronta gente del calibro di Oberdan Romeo, Gino Cattaneo e altri. E’ un’epoca dove non puoi scegliere l’avversario e il ring diventa l’esame di laurea. Affronta in due memorabili incontri Gino Bondavalli, futuro campione europeo. Decide quindi di provare l’avventura all’estero, dopo un breve soggiorno in Francia eccolo partire per l’America, allora considerata insieme all’Inghilterra la patria della boxe, dove questo sport fa parte della cultura. Il giovane piace subito e trova molti tifosi tra gli emigranti. Si batte con coraggio e bravura di fronte a gente di caratura mondiale. Il 28 dicembre del 1938 al Coliseum di Chicago affronta Leo Rodak, considerato, per un ente sorto nel Maryland, il campione del mondo dei piuma. Il match è durissimo e alla fine difficile da giudicare, per aspettare il verdetto ci vollero parecchi minuti e quando fu sanzionata la vittoria di Rodak, buona parte del pubblico non approvò. Quel match fu giudicato valido per il titolo mondiale, ma non ufficializzato. Ormai l’italiano era entrato nel ranking mondiale. Combattè  ancora per un anno, ma il suo cuore batteva per l’Italia afflitta da leggi razziali. Avrebbe potuto tranquillamente rimanere in attesa che si ristabilisse la situazione, ma non esitò a tornare in patria, nella sua città. L’ultimo incontrò lo disputò a Milwaukee nel novembre del 1939 e poi partì per Roma. Anche quello non fu un incontro di comodo, perchè aveva di fronte Jackie Callura, un canadese due volte sfidante al titolo mondiale. Si riaffiliò in Italia con la Federazione, ma durante un rastrellamento fu deportato ad Auschwitz. Il fatto che sia stato un pugile non sfugge ai nazisti e vengono organizzati match con regole approssimative senza badare al peso. Lui piuma si batte persino con medi e mediomassimi. Sopravvive di stenti e pestaggi. Un giorno, più brutto del solito, viene a sapere che il fratello è stato malmenato dai kapò del campo. Non ci pensa due volte e cerca vendetta con i pugni, ma sono in troppi. Ne abbatte uno, due, tre ma poi cede e viene lasciato a terra moribondo. E’ la tappa decisiva per finire in un forno crematorio il 16 aprile del 1944.

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Ma questa triste storia ha un seguito, che in un certo senso rende giustizia, se non altro nel ricordo, di questo grande campione. Cesare Venturini, presidente dell’ Audace, durante i lavori di ristrutturazione della palestra trova la valigetta di allenamento di Efrati. Claudio De Camillis, noto arbitro internazionale, mette in contatto Venturini con la famiglia Efrati, che la donano al Museo della Shoa. Un bel gesto che accomuna tutto il mondo dello sport. Giovedì 1 febbraio con inizio alle 20,30 dentro gli Asili Infantili  Rav Elio Toaff di via della Renella si celebrerà questo campione con una serata intitolata: Ultimo round. Prenderanno la parola Ruth Dureghello, Presidente della Comunità Ebraica di Roma, e Mario Venezia, Presidente della Fondazione Museo della Shoah. La Federazione Pugilistica Italiana sarà rappresentata dal Vicepresidente Vicario dott. Flavio D’Ambrosi, che consegnerà una Targa alla memoria alla famiglia Efrati; mentre Claudio De Camillis, a nome del Comitato Regionale del Lazio, consegnerà una targa in segno di riconoscenza alla Comunità Ebraica di Roma. Verrà quindi ricordata la Società che prese il nome del grande campione alla presenza di Romolo Efrati, figlio di Leone, che darà la sua testimonianza sull’arresto del padre nel 1944. A fare da moderatore della serata è stato invitato il noto giornalista Stefano Petrucci.

Di Alfredo

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