di Adriano Cisternino 

dsc_0308.JPGLasciamo da parte per una volta ganci e montanti e parliamo un po’ del tanto reclamizzato “terzo tempo”. E’ proverbiale quello del rugby, perchè al termine di ogni gara accomuna vincitori e vinti in un rituale che spegne ogni residua rivalità o recriminazione per riportare i protagonisti su un piano di amicizia e cordialità. Magari anche riunendoli tutti attorno ad una tavola imbandita e col conforto di un boccale di birra o di un fiasco di vino.

Il calcio ha provato a rubarlo al rugby imponendolo da quest’anno sui massimi palcoscenici nazionali, ma con esiti – almeno finora – non sempre soddisfacenti.
A pensarci bene, il pugilato, il “terzo tempo” lo pratica da sempre, sia pure a modo suo. E che cos’è se non un significativo “terzo tempo” l’abbraccio spontaneo che i due pugili si scambiano al termine di un incontro? Quel gesto semplice, che abbiamo visto e vediamo puntualmente, che passa ormai quasi inosservato, racchiude proprio nella sua semplicità sentimenti di stima, rispetto e amicizia fra due contendenti che fino ad un istante prima si sono affrontati duramente, picchiandosi con tutte le loro energie, fisiche e mentali, nel tentativo di sopraffarsi l’un l’altro.
Ma al suono dell’ultimo gong la battaglia è finita, la rivalità non esiste più è conclusa e si torna ad essere colleghi, amici, forse più amici di prima perché la lotta appena terminata nel rispetto delle regole ha contribuito a farli conoscere meglio e magari ad apprezzarsi di più. Anzi, più aspra ed equilibrata è stata la lotta, più è cresciuta la stima ed il rispetto reciproco. Questo rituale del ring si ripete puntualmente, già prima del verdetto della giuria, sia che si tratti di un incontro fra dilettanti, sia che si è appena concluso un match di professionisti, magari valido per un titolo di prestigio. Eppure, stiamo parlando di pugilato, questo sport violento, il più violento che esista, almeno in apparenza, che molti , pur conoscendolo solo superficialmente, vorrebbero addirittura abolire. Come la pena di morte.
Le cronache calcistiche delle ultime settimane, purtroppo, registrano episodi dai quali si evince che il nostro sport più popolare fa fatica a digerire l’imposizione del “terzo tempo” voluto dalla Lega. E non mancano esempi in proposito. Al termine di un Catania-Inter è stato proprio l’arbitro Farina a rifiutarsi di sancire il gesto finale della distensione. A Napoli, dopo un Napoli-Lazio, il “terzo tempo” offrì lo spunto ad alcuni calciatori di entrambe le squadre per insolentire l’arbitro Rocchi a causa di decisioni non condivise. E l’elenco potrebbe continuare.
La verità è che il “terzo tempo” non lo si può imporre dall’esterno, di punto in bianco, come la democrazia in certi paesi, ma va maturato col tempo, perché deve scaturire dall’intimo, dalla cultura stessa di una disciplina, insomma dall’anima dei protagonisti.
Nel pugilato, come nel rugby, il gesto distensivo finale scaturisce dalla mentalità, dalla cultura delle rispettive discipline.

 cardamone-branco-www2raisportraiit.jpgRicordiamo un mondiale Wbu tra Agostino Cardamone e Silvio Branco in cui Cardamone mise ko Branco( foto da  www2.raisport.rai.it) e, anziché esultare, si avvicinò a Branco che era ancora a terra, preoccupandosi delle sue condizioni fisiche e regalandogli una carezza spontanea con lo stesso guantone con cui pochi istanti prima lo aveva messo ko. Il gesto fu ripreso e sottolineato dalle telecamere Rai e valse al pugile irpino – da parte dei commentatori – più apprezzamenti che non per la fulminea vittoria. E, qualche mese dopo, anche un ambito premio nazionale “fair play”.
Questo è il “terzo tempo” nel pugilato, una tradizione antica frutto di una mentalità che nasce nelle palestre di questa disciplina che – come dicevamo – molti vorrebbero abolire, ma chi la conosce bene la ama perché, sia pure ruvidamente  (ma l’abito non fa il monaco), insegna ancora valori giusti a tanti ragazzi.             

 

 

Di Alfredo

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