7750401.jpgAlcune sere fa su invito degli amici del Panathlon Napoli il giornalista Adriano Cisternino ha tenuto una conferenza sul pugilato nel salone del circolo Posillipo. Per la cronaca il presidente del Panathlon Napoli, “responsabile” di questo prezioso intervento sulla boxe si chiama Giovanni Dalforno e alla conferenza erano presenti un centinaio di persone quasi tutti soci del Panathlon, fra cui  Elio Cotena, Biagio Zurlo, Aldo Ferrara, Giosuè Vitagliano, Gaetano e Francesco Nespro e Mina Morano. 

 

Lasciamo quindi la parola ad Adriano Cisternino: 

“Buonasera, Innanzitutto voglio dirvi che è un piacere e un conforto essere invitati a parlare di pugilato ad una platea di non addetti ai lavori, perchè ormai questa disciplina – benchè antichissima e ricca di tradizioni e di gloria anche da noi – spesso è considerata quasi all’indice, e comunque non gode di particolare popolarità in questo periodo, almeno in Italia. 

Ciò premesso, confesso il mio profondo imbarazzo nel momento in cui gli amici del Panathlon mi hanno chiesto di tenere “una relazione sul pugilato”.
A mia volta mi sono chiesto ed ho chiesto: ma “… sul pugilato”, da quale angolazione?

Ho cercato allora di fare qualche proposta: volete che racconti com’è nato il pugilato moderno? Devo forse parlare delle regole del marchese di Queensberry al quale si fa risalire la nascita del pugilato moderno con l’istituzione delle dodici regole per gli incontri sul ring dal 1867 in poi?
Oppure devo fare una carrellata dei più grossi campioni italiani, a partire dal leggendario Primo Carnera,  e tratteggiarne le figure dal punto di vista tecnico e umano?
O magari devo dilatare il discorso, coinvolgendo campioni assoluti, a cominciare da Cassius Clay-Mohammad Alì,  soffermandomi magari su celeberrimi italo-americani come Rocky Marciano?
Oppure – visto che siamo nell’anno olimpico – vogliamo soffermarci sul pugilato alle olimpiadi, con riferimento ai trionfi azzurri a cinque cerchi?
dsc_8638.JPGE qui avrei potuto parlarvi dei nostri ragazzi che andranno a Pechino. Agli ultimi mondiali di Chicago, l’Italia – come forse sapete – ne ha qualificati quattro, tutti e quattro sul podio: Clemente Russo e Roberto Cammarelle d’oro, Domenico Valentino d’argento, Vincenzo Picardi di bronzo. Tre su quattro sono campani: Russo e Valentino di Marcianise, considerata ormai la capitale pugilistica d’Italia, e Picardi è napoletano di Casoria.
Anzi, nomi alla mano, i qualificati del ring sono cinque, perché ai quattro pugili dobbiamo aggiungere l’arbitro, Enrico Apa, napoletano, che nelle classifiche dei mondiali si è piazzato quinto, su settanta, per cui va di diritto a Pechino. 

Ho pensato che potesse interessare una carrellata sulla boxe di casa nostra – cioè del nostro orticello napoletano – a cominciare dal pluridecorato Patrizio Oliva, oro olimpico e campione del mondo, senza trascurare le pionieristiche vicende post-belliche, che sono state oggetto di interessantissime inchieste televisive? Ne ha parlato Minoli in “La storia siamo noi”, partendo dall’autobiografia dell’editore Tullio Pironti in “Libri e cazzotti”.
antonellocossia_afrontealta_1l.jpgPiù recentemente, l’attore-autore Antonello Cossia ha portato in scena la vicenda del padre, Agostino, primo napoletano alle olimpiadi, nel ‘56 a Melbourne, con un lavoro teatrale delizioso dal titolo “A testa alta”.

Insomma la scelta dei temi sul pugilato era davvero ampia e per certi versi anche dispersiva.
E si poteva ancora parlare sul pugilato nella letteratura. Gli scrittori che si sono occupati di vicende del ring sono stati tanti, Jack London ha scritto di boxe. Norman Mailer, scomparso qualche mese fa, ha scritto di boxe. Così come Carol Oates, scrittrice americana che qualche anno fa è stata anche in odore di premio Nobel. Come F.X. Toole, l’autore del celeberrimo “Million Dollar Baby”, da cui è stato tratto il non meno celebre e superpremiato film di Clint Eastwood.
E, a proposito di film, l’argomento in particolare poteva essere proprio “il pugilato nel cinema”. Anche in questo caso ci sarebbe stato da spaziare ampiamente: da “Il colosso d’argilla” alla saga di “Rocky” passando per “Lassù qualcuno mi ama”, “Toro Scatenato”, e tanti altri…

Si poteva anche parlare del pugilato nell’arte. Basta andare nel nostro Museo nazionale per trovare splendide di figure di pugilatori rappresentati nella pittura e nella scultura già nell’antica Grecia.

Di fronte a tante proposte di tematiche specifiche, sempre sul pugilato – tutte egualmente valide e interessanti – la risposta degli amici “responsabili” di questo mio intervento è stata, napoletanamente, “FAI TU…”

Alla fine, dopo varie riflessioni, ho deciso di non parlarvi di nessuna di questi temi proposti, di lasciare cioè da parte ganci e montanti, ma di soffermarmi invece su un argomento di attualità che riguarda diverse discipline sportive, pugilato compreso: IL TERZO TEMPO.

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 Il terzo tempo – come sapete – è un classico del rugby, è quel rituale che al termine di ogni gara accomuna vincitori e vinti, spegne ogni rivalità per riportare i protagonisti su un piano di cordialità e di amicizia. Magari anche riunendoli tutti attorno ad una tavola imbandita e – perché no? – col conforto di un boccale di birra o di un fiasco di vino.

Il calcio, il nostro calcio, ha provato a rubarlo al rugby imponendolo dall’inizio del 2008 sui massimi palcoscenici nazionali, ma con risultati non sempre soddisfacenti. Almeno finora.

Il pugilato, a pensarci bene, il suo “terzo tempo” lo pratica da sempre, sia pure a modo suo. E che cos’è se non un significativo “terzo tempo” quell’abbraccio spontaneo che i due pugili si scambiano al termine di un incontro? Un gesto semplice, che abbiamo visto tante volte e vediamo puntualmente ad ogni fine-match. Un rituale che ormai passa quasi inosservato, ma che in realtà racchiude nella sua semplicità un sentimento di stima, di rispetto, di amicizia fra due contendenti che fino a qualche istante prima si sono affrontati duramente, picchiandosi con tutte le loro energie, fisiche e mentali, nel tentativo di sopraffarsi l’un l’altro, ma nel rispetto delle regole.

Al suono dell’ultimo gong però la battaglia è finita, la rivalità non esiste più. Si torna ad essere colleghi, si torna ad essere amici, forse più amici di prima, perché la lotta appena terminata, con coraggio e lealtà, ha contribuito a conoscersi meglio e magari ad apprezzarsi di più.
Anzi, più aspra ed equilibrata è stata la lotta, più è cresciuta la stima ed il rispetto reciproco.
Questo rituale del ring si ripete puntualmente, spontaneamente, già prima del verdetto della giuria, come un fatto privato, quasi intimo fra i due combattenti, prim’ancora che altre persone, i giudici appunto, intervengano per decidere chi è il vincitore e chi lo sconfitto.
Ed è un rituale che si ripete sia per un incontro fra dilettanti, sia per un match di professionisti valido per un titolo di prestigio.

E non finisce qui. Perché alla fine della riunione, dopo la doccia, tradizione vuole che ci si ritrovi tutti, a notte fonda, intorno ad una tavolata: vincitori e vinti, arbitri e allenatori, organizzatori ed anche i giornalisti, davanti a un menu semplice, uguale per tutti, data anche l’ora tarda, a ridiscutere serenamente di quanto è accaduto sul ring, di progetti per il futuro e d’altro ancora. 

Tutto ciò è il “terzo tempo” del pugilato, di questo sport violento, il più violento che esista, almeno in apparenza, che molti, vorrebbero addirittura abolire. Come la pena di morte.

Questo rituale – che non è stato inventato ieri –  non è che il “terzo tempo” della boxe, molto simile nello spirito e nella tradizione a quello del rugby, e poco simile a quello che si vorrebbe imporre nel calcio.  Il mio collega ed amico Corrado Sannucci così lo definiva pochi giorni fa su Repubblica:

“un sentimento di pace dopo la battaglia, insopportabile per i calciatori, che infatti non lo cercano e non lo vogliono, preferendo l’immagonirsi solitario negli spogliatoi, per continare a covare rabbia e rancore”.

Le cronache calcistiche delle ultime settimane, del resto, registrano episodi dai quali si evince chiaramente che il nostro sport più popolare fa fatica a digerire l’imposizione del “terzo tempo” voluto dalla Lega.

E gli esempi in proposito non mancano. Molti di voi ricorderanno che al termine di Catania-Inter è stato proprio l’arbitro Farina a rifiutarsi di sancire il gesto finale della distensione. Qui, al San Paolo, dopo Napoli-Lazio, il “terzo tempo” offrì lo spunto ad alcuni calciatori di entrambe le squadre per insolentire l’arbitro Rocchi a causa di decisioni non condivise. E l’elenco potrebbe continuare.
La verità è che il “terzo tempo” non lo si può imporre dall’esterno, così, di punto in bianco, come la democrazia in certi paesi, ma va maturato col tempo, perché deve scaturire dall’intimo degli atleti, dalla tradizione, dalla cultura stessa di una disciplina, dall’anima dei protagonisti.
Nel pugilato, come nel rugby, il gesto distensivo finale scaturisce dalla mentalità, dalla cultura delle rispettive discipline.

Ricordo che in un mondiale dei medi Wbu , nel ’98, tra Agostino Cardamone e Silvio Branco, Cardamone mise ko l’avversario alla decima ripresa. E subito dopo, anziché esultare, si avvicinò a Branco che era ancora a terra, e si preoccupò delle sue condizioni fisiche regalandogli una carezza spontanea con lo stesso guantone con cui pochi istanti prima lo aveva messo ko.
Quel gesto fu ripreso e sottolineato dalle telecamere Rai e Cardamone raccolse – da parte dei giornalisti – più apprezzamenti per quel gesto che non per la fulminea vittoria. E, qualche mese dopo, al pugile irpino fu assegnato anche un premio nazionale “fair play” a Capri.

Questo è il “terzo tempo” nel pugilato, una tradizione antica frutto di una mentalità che nasce nelle palestre di questa disciplina che – come dicevo – molti vorrebbero abolire. Ma chi la conosce la ama perché, sia pure ruvidamente, insegna ancora valori giusti a tanti ragazzi.
Il pugilato è anche questo. E’ tutto. GRAZIE “.     

 

Di Alfredo

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