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La OPI naviga a vista tra le nebbie del Covit 19. Quando ne usciremo fuori? | 2Out.it – Seconds Out – Free Sport Magazine

La OPI naviga a vista tra le nebbie del Covit 19. Quando ne usciremo fuori?

di Giuliano Orlando
Tutti in casa, unica speranza per rendere meno attivo un virus che non si è mai etichettato, ma ha fatto dell’anonimato la sua forza diabolica. Colpisce e scompare. Inafferrabile. I cinesi l’hanno allontanato senza trovare la sua fonte. Migliaia di ricercatori cercano di far quadrare il cerchio, ovvero la sua radice, ma ricorrono fantasmi. Unica terapia: nascondersi in casa, tenendosi a distanza in un silenzio irreale, più assordante dell’urlo di Munch. Chi è questo Covid 19, di cui non si vede il tramonto? Tutto il mondo è sospeso nell’attesa che venga sconfitto. La boxe non fa eccezione, pagando un prezzo altissimo perché la disciplina non è solo l’immagine di due pugili sul ring, il culmine della noble art. Prima che questo avvenga, ci sono passaggi infiniti. La palestra, e in Italia sono migliaia e migliaia, dove nascono i germogli della disciplina e questo significa lavoro per un esercito di addetti, dai tecnici agli atleti, è solo l’anticamera di una filiera che comprende tante altre persone, dai medici ai massaggiatori, per citare solo quelli diretti. Ci avete pensato a quante persone entrano nel contesto necessario per realizzare una riunione pugilistica? Non voglio tediarvi facendone l’elenco, ma vi assicuro che sono centinaia gli addetti e tutti indispensabili, compreso quello che ha il compito di suonare il gong per le riprese. Il silenzio pesa su tutti e gli organizzatori non fanno eccezione, semmai sono nel ciclone dalla testa ai piedi. La OPI 82, della famiglia Cherchi, aveva programmato un 2020 con i controfiocchi, dopo la prima stagione con la Matchroom e la DAZN, concluso con reciproca soddisfazione. I programmi 2020 erano ambiziosi, dal mondiale ad interim tra Devis Boschiero e Francesco Patera, la difesa europea di Luca Rigoldi contro l’inglese Yamail e il rientro di Fabio Turchi, iniziando dal 28 febbraio a Milano in avanti, fino ad ottobre, con appuntamenti a Verona (marzo), Firenze (aprile) ancora Milano (giugno), Roma (luglio), quindi Firenze (settembre) e conclusione stagionale all’Allianz Cloud tra ottobre e novembre con sorpresa finale. Inoltre difese all’estero, da Matteo Signani che aveva definito la prima difesa europea dei medi a giugno in Francia, a Caen contro lo sfidante volontario Maxime Beaussire (29-2-1), stesso discorso per il titolo continentale dei mosca in Inghilterra da parte di Mohammed Obbadi. Questo e molto altro, che al momento è tutto nel vago assoluto. Per la prima volta, ho ascoltato un Alessandro Cherchi, quasi rassegnato, senza quel mordente che lo etichetta, segnale inquietante, per un giovane operatore come lui, sempre pimpante e pronto a superare ogni ostacolo.
Perché questa rassegnazione?
“Semplice, se hai un nemico da combattere e lo vedi, pensi subito come difendersi. Contro questo fantasma cosa fai? Stai in casa che è già un tormento, sperando che la smetta di condizionare la nostra vita. Non solo, quando ci sarà la tregua in Italia, il resto del mondo in quale situazione si troverà? L’interrogativo lascia interdetti e preoccupati al massimo. Noi lavoriamo col mondo, nelle nostre riunioni salgono sul ring pugili di ogni nazione. Se questo COVID 19, lascia l’Italia ma continua a fare stragi in altri continenti e nazioni, si rischia di restare fermi ugualmente. Non solo, adesso la pandemia è arrivata in Inghilterra e negli USA, e la Matchroom Boxing di Eddie Hern, come l’emittente DAZN che ha i maggiori interessi e introiti nei due paesi, dovranno fare i conti con la realtà del dopo virus. Noi stiamo lavorando bene, ma siamo una piccola entità in rapporto ad altre piazze. In casi di tagli, potremmo essere a rischio e questo ci preoccupa e non poco. Vogliamo sperare che ciò non accada, ma non abbiamo certezze. Una situazione simile proprio non ci voleva. Inoltre, alla ripresa saremo tutti più poveri e anche questo è un problema. Se prima devi pensare a mettere assieme il pranzo con la cena e a pagare le varie bollette, lo sport diventa un diversivo da tenere in second’ordine”.
La palestra OPI 82 quando è stata chiusa?
“Ai primi di marzo, come richiesto dal governo. Anche questo provvedimento, giustissimo, ha provocato un mancato guadagno sia a noi, ma ancor più ai maestri e ai pugili che svolgevano compiti di trainer. Senza contare che molti dei giovani in attesa del debutto, li perderemo sicuramente. Questo non solo per noi, ma in Lombardia e in tutto il paese. Una tragedia pazzesca, perché riguarda tutti gli sport. Come posso essere fiducioso?”
Resti in contatto via cellulare con i pugili della OPI?
“Non potrei fare diversamente, e anche loro si fanno tante domande senza che esista la risposta sicura. Daniele Scardina è a Milano e svolge attività di mantenimento in una piccola palestrina di fortuna sotto casa, lo stesso per molti altri, da Fabio Turchi a Devis Boschiero, Mohammed Obbadi, Maxim Prodan, Francesco Grandelli, Dario Morello, Ivan Zucco, Mirko Natalizi, Carmine Tommasone, Andrea Scarpa, Riccardo Merafina, Orlando Fiordigiglio, Matteo Signani, Emanuele Blandamura, i fratelli Samuel e Joshua Nmomah, Serhiy Demchenko, come Giuseppe Osnato e Cristian Cangelosi, gli ultimi arrivi alla OPI. Ma si tratta di svolgere esercizi per non salire troppo di peso, che è il problema principale di ogni pugile”.
Avete contattato la FPI?
“Ci sentiamo, in particolare è mio padre Salvatore a tenere il contatto. Anche loro navigano abbastanza al buio, anche se assicurano di avere ben presente il problema del professionismo”.
Qualche previsione?
“Quella dell’incertezza. Detto questo, speriamo di poter fare qualcosa prima del prossimo anno. A quel punto vedremo con Eddie Hearn, quale possa essere la soluzione migliore e anche realizzabile. Prima dello sconquasso, in avvio avevamo programmato un mondiale ad interim, un paio di europei e tanti match stuzzicanti. Adesso siamo fermi e non sappiamo cosa ci aspetta”.