di Giuliano Orlando

Le due anime dell’ex giocatore dei Chicago Bulls, da sempre spesosi per i diritti civile dei neri, rischiando la carriera – Craig Hodges con Rory Fanning – Io Craig Hodges. Attivista nero e campione NBA – Bradipolibri Editore – Pag. 224 – Euro 18.00

La prefazione di Dave Zirin – giornalista e scrittore sportivo di New York, autore di una decina di libri, due su Muhammad Alì, su John Carlos, gli ultimi su Michel Bennett e Jim Brown (2018) e storie per ragazzi. Editore del The Nation, rivista settimanale, che tratta temi politici e culturali. Titolare di un blog: Edge of Sports – a cadenza settimanale – spiega chi è Craig Hodges, ovvero un campione del basket USA, specialista dei tiri da tre punti, al punto che grazie ai suoi canestri, i Chicago Bulls vinsero i campionati 1991 e 1992. “Quando iniziai a interessarmi dell’NBA nel 2003, e chiesi ad alcuni giocatori perché non utilizzassero la loro fama per denunciare i problemi sociali, tutti concludevano così: Non voglio finire come Craig Hadges”. Leggendo questo testo, ho capito il perché. Il libro denuncia le menzogne che si celano dietro lo sport e la politica. I primi a far sentire la loro voce in difesa dei più deboli e indifesi, tra la fine degli anni 60 e l’inizio dei ‘70, furono Muhammad Ali, Billie Jean King, John Carlos e Tomie Smith. Passando da atleti a vere star. Ben diverso il destino di coloro che denunciarono le ingiustizie dagli anni ’90, costoro diventarono degli esiliati. Il più emblematico dei quali è stato proprio Craig Hodges. Nonostante fosse una stella dei Chicago Bulls, per la sua ostinata missione umanitaria, venne indicato come soggetto pericoloso, da evitare accuratamente. Eppure, fin da giovanissimo lasciava prevedere talento oltre la media. I college iniziarono presto a corteggiarlo. La prima fu l’Università del Wyoming, che avrebbe assicurato ai suoi nonni frigo e mobili. Il primo atto di coraggio lo dimostrò dicendo no all’offerta. Pagò anche il colore della pelle nera. Dopo aver fatto all’amore con Donna, bianca con capelli biondi, la sua macchina venne presa a sassate. All’Università era tra i più bravi, ma anche attento alle ingiustizie. Quando nel 1081, venne ucciso il suo amico Ron Settles, organizzò una marcia dal campus alla stazione di polizia di Signal Hill che aveva liquidato l’assassinio come suicidio. Nel 1982, viene selezionato dai San Diego Clippers nel campionato NBA. Una vita troppo spesso al servizio degli altri. Nel 1987 pagò 5000 dollari per riscattare un contratto capestro di un certo Roberto, su pressione della moglie Carlita, che fece da manager, giurando che sarebbe diventato un grande cantante. Infatti, anni dopo realizzò il sogno come R. Kelly. Nel 1992, Craig diventa “free agent”, ovvero giocatore in grado di gestirsi da solo. Nove giorni dopo i Bulls lo licenziano. Inizia un periodo difficile, disperato. Nessuna squadra lo chiama. Si accende una luce quando viene chiamato per gli All Star e una ancora più luminosa nel 1993, allorché lo informano che Nelson Mandela, dopo 27 anni di prigionia, in arrivo a Chicago, ha chiesto di pranzare con lui, sapendo del suo impegno verso i più indifesi. Unico atleta dei 25 invitati. Nel 1995, gioca in Italia nella Clear Cantù, pagato 125.000 dollari per una stagione. Negli USA prosegue il silenzio, il vuoto. Tutti lo isolano e tra questi anche Michael Jordan. Così per dieci anni. Solo nel 2005, viene assunto da Jerry Buss, per allenare a Los Angeles i Lakers dove militano Kobe Bryant e Lamar Odom. Nel 2013 va in Canada, poi si aggiunge una parentesi in Cina e Korea del Nord, conclusa al rientro con polemiche a non finire. Nel 2015 la ESPN lo invita a Washington DC, per filmare episodi della sua vita. Oggi come allora non ha mai dimenticato di essere un uomo al servizio di chi ha bisogno.                                                

Di Alfredo

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