di Giuliano Orlando

Quando il brivido corre sul granito di Yosemite. L’impresa di un climber fantasista, passata alla storia.                                                                                                                                                                                               La salita impossibile. Free solo su El Capitan. Alex Hannold e una vita in pareteMark Synnott – Corbaccio Editore – Pagine 386 – Euro 24.00.

Che Alex Honnold fosse un predestinato lo avevano capito fin dalla tenera età, sia gli amici che i genitori. In età per altri ritenuta tenera, il ragazzino dopo aver fatto credere di essere andato a dormire, si calava dalla finestra al terzo piano, scendeva in strada, in mutande, e si divertiva a suonare alla porta dei vicini di casa e, quando aprivano, mezzo assonnati, venivano bersagliati da razzi che il ragazzino aveva costruito con bottigliette di plastica e lanciate con una mazza da baseball. Il padre, vice presidente della locale Banca di Boston, non tardò molto a capire che tipo fosse questo figlio, di grande intelligenza ma orientata verso situazioni molto particolari e poco classiche. L’arrampicata l’aveva nel sangue e la prima esperienza reale, poteva trasformarsi nell’ultima. In quel periodo aveva fondato una non meglio precisata Crazy Kids of America (Pazzi ragazzi americani), votata a imprese per lo meno rischiose, dalle gare di sci, atterrando su laghetti parzialmente ghiacciati, con risultato che spesso finivano nelle acque gelate, ma anche nei fiumi partendo dalle rocce, con voli perlomeno pericolosi. Alex non aveva esperienza ma pensava di supplire alla carenza col coraggio, senza pensare che sul ghiaccio quando sei in verticale, le mani sono poca cosa e il rischio di rompersi il collo rientra nell’ipotesi più concreta. Diventata realtà, quando alla sua prima invernale sulla Stonemaster, non lontano dal Lago Tahoe, privo del minimo equipaggiamento per queste imprese, precipitò a valle. Senza ramponi e piccozza, con inutili ciaspole, si trovò appeso sul lastrone di ghiaccio con le sole mani nude. La caduta fu inevitabile e fortunata, visto che solitamente in questi casi ti raccolgono senza vita. L’elicottero che lo prelevò in fondo alla vallata, trovò il giovanotto in stato di semi incoscienza, con un polso rotto, stesso destino per costole e denti, una cavità del naso perforata. In ospedale gli diedero punti di sutura a mani e viso, oltre ad una grave commozione cerebrale. Un bollettino che non fece impressione ad Alex, solo la rabbia di una caduta imprevista. Ci voleva ben altro per un tipo così. Nel 2004 il suo nome apparve sui radar della comunità dei climber. A Pipeworks, alla periferia di Sacramento in California, si svolsero i campionati nazionali di arrampicata. Alex giocava in casa e il pubblico tifava per lui, galvanizzato per l’ambiente, realizzò la straordinaria impresa di un secondo posto nella sezione giovani, assolutamente imprevedibile. La morte del padre, lo demotivò e ai mondiali in Scozia, parve l’ombra del campione in erba. Anni dopo scoprì quel posto incredibile, ovvero le pareti di granito dello Yosemite e in particolare El Capitan, uno strapiombo di 1000 metri, levigato come uno specchio senza riflessi, un test riservato solo ai super. Fu amore a prima vista. Nel suo cervello si accese una luce immensa. Doveva essere il primo a scalarla da solo, slegato, senza attrezzatura, quindi privo di una sia pur minima sicurezza. Ci studiò a lungo con la sua equipe, senza nascondere il rischio, ma valutando ogni dettaglio. Doveva risultare un’operazione chirurgica perfetta. Non poteva concedersi la minima sbavatura, dall’alluce piazzato un solo centimetro troppo in alto, alla presa con la mano sbagliata o l’inclinazione della scarpa poggiata di pochi gradi in modo errato. Un errore e sarebbe precipitato nel vuoto, verso la morte. Alex ha compiuto questo capolavoro e tale è stata l’importanza che, oltre al libro venne girato un documentario che ha vinto il premio Oscar. L’autore compagno di arrampicate, ha saputo descrivere il personaggio in modo perfetto, illustrando come dietro l’impresa di un fuoriclasse c’è sempre il lavoro di una squadra che crede nel lavoro che svolge e quando il climber lo realizza, l’orgoglio di avercela fatta è di tutti.                                                                               

Di Alfredo

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