di Giuliano Orlando

In passato, quando le categorie di peso si fermavano a otto, ma anche più avanti quando nel 1962 giunsero a 10 e poi a 12 a metà degli anni ‘70, riuscire a conquistare i mondiali in tre categorie diverse era impresa decisamente difficile. Dalla fine degli anni ’80, per la precisione quando venne riconosciuta la categoria dei pesi paglia nel 1987, si è arrivati a quota 17, una esagerazione, ma anche l’opportunità poter conquistare le cinture iridate in diverse categorie di peso. Il primo a raggiungerne quattro è stato il panamense Roberto Duran che tra il 1972 e il 1989, ha centrato il poker. Seguito da Pernell Whitaker che lo imitò tra il 1989 e il 1995.  A quel punto la pattuglia è aumentata di numero e sono arrivati i fenomeni, primo tra tutti il filippino Manny Pacquiao con sette cinture, seguito da Oscar De La Hoya e Tommy Hearns a quota sei, mentre Floyd Mayweather jr. e Sugar Ray Leonard hanno centrato cinque bersagli iridati. Vediamo di conoscerli.     Il filippino Manny Pacquiao (62-7-2), 41 anni, l’attuale supercampione WBA welter, titolo conquistato il 20 luglio 2019 a Las Vegas. Pac Man, come lo chiama il suo popolo è il personaggio più popolare nella nazione del Sud-est asiatico situata nelle acque dell’oceano Pacifico occidentale, un arcipelago composto da oltre 7000 isolette, con 108 milioni di abitanti. Per Pacquiao la boxe è stata la leva del riscatto sociale, partendo da Kibawe il paese dove è nato il 17 dicembre 1978. Famiglia poverissima, prole numerosa e il piccolo Manny sembra destinato a convivere con la povertà. La sua fortuna è l’incontro con Dizon Cordero, ex pugile che lo porta in palestra accorgendosi subito che quel ragazzino magrissimo, ha talento da vendere. Passa professionista il 22 gennaio 1995 a 17 anni. Prima borsa: 100 pesos (2 dollari). Dal debutto, sono passati 25 anni, lungo i quali ha conquistato le cinture mondiali di sette categorie (mosca, supergallo, superpiuma, leggeri, superleggeri, welter e superwelter), ha fatto carriera politica, diventando senatore. Quando rientra a casa dopo gli incontri, viene accolto dal presidente della Repubblica. Ricchissimo ma anche sensibile alle necessità dei più poveri, per le Filippine rappresenta l’orgoglio nazionale. L’ultimo match del 20 luglio scorso, contro l’allora imbattuto Keith Thurman (29-1), dieci anni più giovane (30 contro 40), gli ha fruttato parecchi milioni di borsa e l’ennesima cintura. Al momento, è l’unico campione capace di conquistare i mondiali in sette categorie, primato destinato a durare nel tempo. In questa classifica lo seguono due altri super: Oscar De La Hoya (39-7) e Tommy Hearns (61-5-1) a quota sei. Il primo ha goduto da pugile e gode ancora oggi da imprenditore (manager e organizzatore) di maggiore popolarità rispetto al campione di Detroit, che a sua volta ha dimostrato una longevità agonistica eccezionale, ben 28 anni e 3 mesi sul ring. Hearns ha debuttato da professionista il 25 novembre 1977 a 19 anni e chiuso la carriera il 24 febbraio 2006. Lungo il percorso ha catturato le cinture dei welter, superwelter, medi, supermedi, mediomassimi e nel 1999 ha centrato anche il titolo dei cruiser versione IBO, sigla un gradino sotto le altre quattro, anche se in diverse nazioni, in particolare l’Inghilterra, è ufficialmente riconosciuta. Una carriera sempre ai vertici, con cinque scivoloni abbastanza fragorosi. In particolare contro Marvin Hagler dopo una battaglia durata solo 3 round di inaudita violenza, due volte ha perso con Iran Barckley (una per ferita) e l’ultima da Uriah Grant un giamaicano non irresistibile, ma dal pugno pesantissimo, come dimostrano i 28 KO contro le 30 vittorie complessive. Nel 1981 Sugar Leonard lo ferma al 14° round, dopo una sfida emozionante, tanto da meritare l’indicazione di match dell’anno. Otto anni dopo, sempre a Las Vegas, un pari che non soddisfa nessuno dei due, in particolare Hearns che gli ha imposto due atterramenti, nel terzo e undicesimo round.  Più breve l’attività di De La Hoya, iniziata a fine 1992 e conclusasi nel dicembre 2008, contro Manny Pacquiao. Che questo campione fosse un predestinato lo si era capito molto presto. Nonno spagnolo, mamma messicana, trasferitisi a Los Angeles, dove Oscar entra in palestra giovanissimo. Nel 1991 a 18 anni è il capitano della nazionale, a 19 vince l’oro olimpico ai Giochi di Barcellona. L’ho conosciuto in occasione della sfida con gli azzurri a Napoli, il 25 settembre 1991. Oscar concesse al campione italiano Bevilacqua e al pubblico presente a Castel dell’Ovo solo 54”. Troppa la differenza tra i due. Aveva ben chiaro il suo futuro. “Voglio diventare una leggenda della boxe” afferma con molta serietà. Lo ritrovo ai mondiali di Sydney dove viene fermato dal tedesco Marco Rudolph all’esordio. Non se la prende più di tanto, il traguardo è Barcellona: “Ci vediamo ai Giochi”. Quando scende dal podio, sorridendo, mi ricorda quella dichiarazione, aggiungendo: “Questo è solo l’inizio, il bello deve ancora venire”. Anche sulla previsione è di parola. Dal 1992 al 2008, il suo nome è un richiamo assoluto. Re sul ring, anche nelle sconfitte, come hanno dimostrato le sfide perse contro Mayweather, Hopkins e l’ultima contro Pacquiao. Trasformate in eventi da record di borse e incassi. Conquista il mondiale in sei categorie, partendo dai superpiuma fino ai medi. Neppure uno come Floyd Mayweather, che pure lo batte nel 2007 per la cintura dei superwelter, ha raggiunto quella quota, fermandosi a cinque a pari merito con Sugar Ray Leonard, altro fenomeno a livello agonistico e mediatico. I cinque formano il vertice di una classifica molto significativa, dove nessuno dei campioni del passato è riuscito ad inserirsi. Il grandissimo Ray Sugar Robinson di fermò a due (welter e medi) fallendo nei mediomassimi, sia pure con tanta sfortuna. Doveroso ricordare che fino ai primi anni ’60 venivano riconosciute solo 8 categorie, salite a 10 ufficialmente solo nel 1962. Inoltre i grandi campioni degli anni ’20 e ’30, combattevano a ritmi forsennati, impensabili ai giorni nostri. Leggendo i loro record, vengono i brividi. Arrivavano a disputare fino a venti match al mese, pazzesco! Ray “Sugar” Leonard, nasce il 17 maggio 1956, a Palmer Park nel Maryland, col nome di Ray Charles, il cantante preferito della mamma. Entra giovanissimo in palestra sulle orme del padre Cicerone, operativo in Marina, professionista con un record di 46-1 e del fratello maggiore Roger, passato professionista il 9 settembre 1978 a 24 anni, dopo aver fatto parte della nazionale Usa. Il più piccolo Sugar si distingue subito e nel 1971 a Cincinnati disputa e vince i trials della costa orientale per le selezioni verso i Giochi di Monaco 1972. Successo inutile, essendo il limite minimo per i Giochi di 17 anni, mentre Ray ne ha solo 16. Deve attendere l’edizione del 1976 a Montreal (Canada) che vince alla grande, disputando ben sei incontri nei superleggeri. Nell’occasione la squadra USA risulta la trionfatrice dei Giochi con cinque ori.  Anche se il Val Baker viene assegnato Howard Davis, la star dei Giochi è Sugar Leonard che porta nel calzino la foto della madre e annuncia di voler lasciare la boxe per laurearsi in economia aziendale e marketing. Purtroppo i genitori si ammalano gravemente e tocca a lui sostenere il peso economico della famiglia. Chiude la lunga parentesi in maglietta con un bilancio sontuoso: 145+5-. Debutta il 5 febbraio 1977, conquistando nel corso della carriera i titoli welter, superwelter, medi, supermedi e mediomassimi, quest’ultimo a spese del biondo canadese Donny Lalonde, dopo una battaglia drammatica e incerta fino al settimo round. Leonard combatte in una categoria non sua, regalando chili al rivale che nel 4° round spedìsce l’avversario al tappeto. Il recupero di Sugar è prodigioso come la reazione, restituendo la stessa moneta in modo definitivo alla nona ripresa. Nella serata, svoltasi a Las Vegas il 7 novembre 1988, il WBC assegna d’ufficio anche la cintura supermedi, allo stesso Leonard. Che la difende il 12 giugno 1989 sempre al Caeser Palace, pareggiando contro uno scatenato Thomas Hearns, che nell’occasione disputa forse il più bel match della carriera. Fa contare Leonard nel 3° e nell’11° round, chiudendo alla grande, anche se non va oltre il pari. In quel 1989 dopo aver chiuso il conto con Roberto Duran, il 7 dicembre ancora a Las Vegas, mantenendo il WBC dei supermedi, annuncia il ritiro dall’attività. Il secondo ufficiale. Il primo nel 1984, dovendosi operare per il distacco della retina dell’occhio sinistro. Da buon figlio di marinaio, tre anni dopo, dimentica la promessa e affronta Marvin Hagler. Il risultato di quella sfida risulta uno dei confronti più discussi in assoluto, Per la cronaca vince Leonard, verdetto di split decision, trascinandosi dietro polemiche e domande senza risposte definitive. A giudizio personale ritengo avesse vinto Hagler, ma rispetto chi ha visto l’esito diversamente. Quello che non approvo è la serie di sospetti a tutti i costi. Se il match era combinato perché Hagler non ha accettato la rivincita pagatissima, sostenendo che fu un furto ed essendo schifato dal quel verdetto ha chiuso con la boxe attiva. Non nascondo che da amico di Marvin, potrei essere di parte. Ma resto molto perplesso nei confronti di chi sposa sempre il sospetto e ne sa più degli altri. Dopo quel successo, che frutta oltre 15 milioni di dollari a testa, il baldo Sugar conquista anche la cintura mediomassimi. Il 7 dicembre 1989, a 33 anni, ribatte Duran e annuncia l’ennesimo ritiro. Ha con un conto miliardario in banca e ottime prospettive di lavoro. Una carriera eccezionale, praticamente da imbattuto. Sarebbe troppo normale. Infatti, preferìsce guastare il suo capolavoro, tornando il 9 febbraio ’91 contro Terry Norris a 35 anni, che lo domina con due conteggi al passivo. Non contento, ci riprova il primo marzo 1997, a 41 anni, grasso e lento, il fantasma del bel pugile elegante e spietato. Affronta uno furbo e abile come il portoricano Hector Camacho, che lo irride facendolo contare nel 3° round per chiudere al quinto, quando l’arbitro Joe Cortez ferma l’impari sfida. Un tramonto triste e gratuito, per un grande protagonista degli anni ’70 e ’80, capace di battere Wilfredo Benitez, Ayub Kalule, Floyd Mayweather senior, Andy Price, Randy Shield e Dave Green, oltre a quelli citati sopra. Per fortuna gli inciampi finali non pesano sul suo futuro, sia come commentatore per la HBO e la ESPN, che da promoter. Nel 2011 esce anche la sua biografia che ottiene un buon riscontro di vendite. Si calcola che nell’arco della carriera abbia superato largamente i 100 milioni di dollari di guadagno netto. A quattro cinture, come altri sei colleghi di ring, Roy Jones jr. e Roberto Duran che meritano qualcosa in più degli altri. Roy Jones, grande nei dilettanti, eccezionale da professionista, fu al centro dell’attenzione di tutti i media presenti ai Giochi di Seul 1988, dopo l’esito della finale. Una giuria prezzolata, assegna in modo indegno la vittoria al coreano Park Si-Hun per 3-2. Verdetto assurdo, come accadde nel 2012 a Londra ai danni di Roberto Cammarelle contro il locale Anthony Joshua. Ci furono ricorsi e proteste, venne scoperto che i giudici ricevettero tangenti dagli organizzatori, ma alla fine l’AIBA e il CIO lasciarono tutto come in passato. Fu il primo passo verso il fallimento dell’AIBA. Come consolazione riceve la Coppa Val Barker, più che un premio una beffa. Da professionista spazia dai medi ai massimi, incantando il pubblico per le qualità tecniche. Possiede i fondamentali tecnici in modo perfetto.  Mobilissimo sulle gambe e sul tronco, schiva e rientra. Inafferrabile. Tra il 1989 e il 2004, vince 49 incontri, con una sola sconfitta il 21 marzo 1997 ad Atlantic City, per squalifica contro Montell Griffin, pugile di Chicago, avendolo colpito mentre era al tappeto. La rivincita fissata il 7 agosto ’97 finisce dopo 2’27” del round iniziale e non ci sono pugni fuori tempo.  Montell si rialza dopo il 10”. Tra il 1993 e il 2003, raccoglie il titolo in quattro categorie, arrivando a possedere il riconoscimento di cinque sigle nei mediomassimi. Dopo la sconfitta contro Tarver, al quale lascia le cinture il 15 maggio 2004 a Las Vegas, Roy Jones inizia un percorso diverso. Utilizza la popolarità per ottenere borse sostanziose. Senza badare troppo al risultato. Chiude la lunghissima carriera l’8 febbraio 2018 battendo il modesto Scott Sihman a 49 anni e un mese. Tra i più longevi in assoluto. Preceduto solo da Bernard Hopkins, Roberto Duran e Archie Moore, ma davanti a George Foreman, Evander Holyfield e Tommy Hearns. Infine, il mito panamense Roberto Duran (103-16), carriera infinita, genio e sregolatezza, fisico bestiale. Debutta a 17 anni da superpiuma (59 kg.) e sale fino a 80 kg. negli ultimi anni. Conquista il mondiale nei leggeri nel 1972, quello dei welter nel 1980, tre anni dopo centra i superwelter e nel 1989 anche i medi. Ha incontrato tutti i migliori tra leggeri e medi. Ama la boxe ma ancor più la buona tavola e la compagnia femminile. Anche se ha lasciato il ring da quasi 20 anni, resta l’idolo di Panama. Degli altri sei “pokeristi”, tre sono messicani: Juan Manuel Marquez (piuma. superpiuma, leggeri e welter), tre sfide con Pacquiao, capace di metterlo KO nel 2012; Jorge “Travierso” Arce (campione tra il 1998 e il 2011 dai minimosca ai superleggeri, passando nei gallo e supergallo); Eric Morales, un grande guerriero, a sua volta tre match con Manny, due sconfitte ma anche un successo. Il filippino Nonito Donaire (mosca, gallo, supergallo e piuma) tra il 2007 e il 2014. Pernell Whitaker (Usa) tra l’89 e il 1995 (leggeri, superleggeri, welter e superwelter) e il venezolano Leo Gamez dal 1988 al 2000 (paglia, minimosca, mosca e supermosca).

Di Alfredo

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