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Intervista in esclusiva: Davide Buccioni ha vinto la battaglia più difficile della vita, battendo il Covid 19 dopo 49 giorni di lotta. | 2Out.it – Seconds Out – Free Sport Magazine

Intervista in esclusiva: Davide Buccioni ha vinto la battaglia più difficile della vita, battendo il Covid 19 dopo 49 giorni di lotta.

di Giuliano Orlando

Il popolare organizzatore romano Davide Buccioni, nelle scorse settimane ha disputato il match più difficile e drammatico della sua vita, affrontando un avversario subdolo e feroce, che lo ha colpito senza farsi vedere, agendo in modo vigliacco, cercando di esaurirlo scavando nel corpo e nell’anima. Personalmente ho seguito la sua odissea, fin dai primi giorni e posso affermare che l’avvocato romano, ha lottato come sanno fare i guerrieri del ring, che non si arrendono mai e dopo 49 giorni di battaglia è uscito dal tunnel del virus, dopo esami su esami, è risultato finalmente negativo.

Come ha avuto i primi sintomi e come ha capito che si trattava del covid19?

“Molto probabilmente ho contratto il virus sulla nave che mi ha riportato da Barcellona a Civitavecchia.

Dopo le prime chiusure in Italia, mi sono trasferito in Spagna dove ho un ristorante sul mare nella capitale catalana. Pensavo di poter lavorare almeno a Barcellona. Per alcuni giorni sono rimasto tranquillo, poi anche il governo spagnolo, visto che la situazione sanitaria si stava aggravando, ha deciso da un momento all’altro di chiudere tutte le attività e di fermare ogni mezzo di comunicazione come voli e treni. Il tempo di fare le valigie e mi sono fiondato all’aeroporto di Barcellona. Una corsa inutile, perché le autorità spagnole avevano già cancellato tutti i voli verso l’Italia e anche per altri paesi, colpiti dal virus. Senza pensarci troppo ho preso un taxi raggiungendo il porto di Barcellona. Essere riuscito ad imbarcarmi sull’ultima nave autorizzata a dirigersi in Italia, pensavo fosse un colpo di fortuna. Col senno di poi, sarebbe stato meglio aver perduto quella nave”.

Da cosa deduce questo suo convincimento?

“Da numerose considerazioni. La prima riguarda l’affollamento, stavamo stretti come sardine. Inoltre, saremmo dovuti arrivare a Civitavecchia in 18 ore, purtroppo per difficoltà varie, di ore ne abbiamo impiegato ben 35. Cercare le distanze era impossibile. La nave aveva caricato il massimo i passeggeri e penso anche oltre. Per cui la vicinanza di persone asintomatiche ma ugualmente portatori del virus si è rivelato un pericolo più che concreto”.

Quando ha avuto i primi sintomi?

“Il giorno dopo l’arrivo a casa ho cominciato con forte nausea, dolori articolari e perdita dell’olfatto. Non sentivo nessun gusto. La notte seguente le gambe mi dolevano fortemente. Poi sono iniziati i problemi respiratori con relativo affanno. Alle 5 del mattino mia moglie ha chiamato l’ambulanza, arrivata dopo pochi minuti. Mi sento in dovere di dire grazie a quei ragazzi che avendo capito tutto, mi hanno portato a grande velocità all’Ospedale Spallanzani. Come sono arrivato, i medici hanno riscontrato il bassissimo livello di ossigenazione e pochi minuti dopo ero su un lettino, già intubato. Confesso di non essermi neppure accorto, me lo hanno detto dopo, che stavo morendo”. 

Lungo il decorso di questo virus, quali sono i momenti più drammatici?

“Dopo la fase più acuta, i miglioramenti sono lenti e il tuo corpo è debolissimo. Fai fatica ad alzare le braccia e il respiro è sempre corto. Oltre a questo c’è il problema dell’isolamento, che pesa come quello della ripresa fisica. Vivere per 48 giorni in una stanza di 16 metri, isolato da tutto e tutti, col cellulare, e non finirò mai di ringraziare l’inventore, unico canale che ti permette di sentirti meno solo, è un’esperienza che non dimenticherò mai. Per 48 giorni non ho visto la mia famiglia e i miei cari, e ogni volta che i medici mi facevano gli esami e dicevano che andava tutto bene, ma risultavo positivo, era come essere pugnalato al cuore. Una situazione da non augurare a nessuno. Quando ieri i medici mi hanno sorriso, dichiarandomi negativo, avrei voluto saltargli addosso per abbracciarli e baciarli”.

Il mondo della boxe come ha reagito?“In modo meraviglioso. Mi è stato non solo vicino ma di una solidarietà commovente contro il corona virus. Ho ricevuto centinaia di chiamate da pugili, maestri e dirigenti per darmi la loro solidarietà e vicinanza in un momento tanto delicato della mia vita. Questa è la boxe. Meravigliosa”.

Nei lunghi giorni di isolamento la boxe quale ruolo ha rappresentato nei suoi pensieri?

“Da sempre fa parte della mia vita, come la mia famiglia. Anche se degente, sono riuscito a buttare le basi per una prossima serata di boxe, sia pure a porte chiuse. Questo mi ha aiutato a sentirmi meno solo. Con l’aiuto della Federazione Pugilistica italiana, che ha capito le difficoltà del settore professionistico e non intende lasciarci soli, sono sicuro che si riuscirà a far vedere la grande boxe in TV, anche in questo periodo tremendo per tutta la nazione. Mi auguro che il calcio possa ripartire con tutte le precauzioni e servire da apripista anche per la boxe. La mia speranza è che si possa ripartire a inizio estate, magari con una sfida titolata tutta italiana”.

Il futuro prossimo di Davide Buccioni?

“Il mio futuro si chiama la famiglia, il lavoro e come sempre la boxe, l’hobby della mia vita. Ma prima chiedo un po’ di riposo. Non troppo, quello sufficiente per rimettermi dal combattimento sostenuto contro il corona virus, l’avversario più duro della mia vita”. 

Una richiesta più che ragionevole ma, siamo sicuri, meno lunga del previsto. Davide Buccioni ha vinto una battaglia incredibile e difficile. Avercela fatta, lo ha reso talmente soddisfatto che il suo fisico e ancor più il suo cervello, hanno già calzato gli stivali delle sette leghe, per arrivare al traguardo del nuovo percorso. E non vede l’ora di dire ai suoi ragazzi: “Forza, si riparte più forti di prima!”