di Giuliano Orlando

In tempi normali, stilare la situazione relativa ai campioni del mondo professionisti in carica, distribuiti nelle 17 categorie riconosciute in questi anni dalle cinque sigle: WBC, WBA, WBO, IBF e IBO che la FPI ha recentemente riconosciuto, sarebbe impossibile per i continui mutamenti in tempi brevi. La pandemia ha bloccato l’attività anche della boxe, per cui sia alla base che ai vertici,  vi è stata forzatamente la stagnazione. Questo per gli 85 titoli, al momento ridotti a 77, essendo vacanti in otto categorie, due riguardano la WBO, mentre gli altri sei sono dell’IBO, indubbiamente la sigla più debole sul piano qualitativo e organizzativo. Al momento gli USA guidano la classifica con 16 titoli (WBC 7, WBO 5; IBF 4), seguiti dalla Gran Bretagna con 11 (IBF 3, WBA 3, WBO 2, WBC 2, IBO 1); Messico con 10 (WBC 4, WBO 2, WBA 3, IBO 1); Giappone 6 (WBO 2, WBA 2, IBF 1, WBC 1), Filippine 4 (IBF 2, WBO 1, WBA 1); Sud Africa 4 (IBO 3, IBF 1); Russia 3 (WBA 1, WBC 1, IBF 1), Ucraina 3 (WBA 2, WBO 1); Rep. Dominicana 3 (IBF 1, WBA 1, IBO 1); con due titoli: Thailandia (WBA 1, WBC 1); Germania (IBO 2); Francia (WBA 1,WBC 1); Uzbekistan (WBA 1, IBF 1); Kazakistan (IBO 1, IBF 1); Nicaragua (WBA 1, IBF  1); con un campione: Cuba (IBF); Brasile (WBO), Argentina (IBO), Venezuela (IBO) e Portorico (WBO). In totale, hanno perlomeno un campione venti nazioni, con un netto dominio delle Americhe (USA, Messico, Rep. Dominicana, Nicaragua, Cuba, Brasile, Argentina, Venezuela e Portorico) con 36 campioni in carica, l’Europa (Gran Bretagna, Russia, Ucraina, Germania e Francia) con 21 titoli iridati. L’Asia detiene 16 cinture (Giappone, Filippine, Thailandia, Uzbekistan e Kazakistan), l’Africa si salva con quattro cinture. Assente l’Oceania. In particolare, la Gran Bretagna è la padrona assoluta nei massimi, con Anthony Joshua che ne possiede quattro, mentre la quinta è in possesso di Tyson Fury che l’ha tolta recentemente a Deontay Wilder. I tre titoli della Repubblica Dominicana sono nella bacheca del superwelter Jeison Rosario, residente a Miami in Florida. Il più longevo in assoluto tra i campioni è il thailandese Chayaphon Moonsri, titolare paglia WBC dal novembre 2014, che ha pure tolto a Mayweather jr. il primato dell’imbattibilità, arrivando a 54 vittorie consecutive. Infine tre dei campioni in carica, sono arrivati al poker. Si tratta di due supermosca: Roman Gonzales (WBA) del Nicaragua e del giapponese Kazuto Ioka (WBO) passando dai paglia, minimosca e mosca. Il terzo è il messicano Leo Santa Cruz (WBA) che milita nei superpiuma, nel recente passato titolare gallo, supergallo e piuma. Il messicano al momento, unico tra i campioni) ad essere riconosciuto dalla WBA anche iridato piuma, in attesa di decidere in quale categoria stare. I tre si aggiungono agli otto, non più attività, che formavano il gruppo dei titolati con quattro cinture. Doveroso sottolineare che nelle categorie più leggere, la differenza del peso è decisamente minima e quindi assai più facile il salto.  Per fare un esempio, il panamense Carlos Duran tra il 1972 e il 1989 è salito dai leggeri (61.235) ai medi (72.574) con la differenza di 11.339 kg. e addirittura Roy Jones jr. tra il 1993 e il 2003 è passato dai medi (kg. 72.574) ai massimi (+86.182) con una variazione di ben kg. 13.608. Mentre lo sbalzo tra i paglia (47.627) e i supermosca (52.163) si riduce a kg. 4.536, ben poca cosa in rapporto a Jones e Duran. Infatti il raggiungimento del prestigioso poker vede 6 pugili nelle categorie comprese tra i paglia e i piuma (Nonito Donaire, Leo Gamez, Juan Manuel Marquez, Eric Morales, Kazuto Ioka, Leo Santa Cruz e Roman Gonzales) e solo 3 tra leggeri e massimi (Pernell Whitaker, Carlos Duran e Roy Jones jr.).

Tornando alle sigle, appare evidente come le tre potenze assolute: USA, Gran Bretagna e Messico, non sono interessate all’IBO (International Boxing Organization) considerato che delle 37 cinture, solo due sono IBO, mentre le altre 35 sono divise tra WBC (13), WBO (9), IBF (7) e WBA (6), Col particolare che nessun statunitense è campione per la WBA, mentre il Messico ignora totalmente la IBF. Che sia reale la guerra tra sigle? Forse l’ipotesi più concreta riguarda aree geografiche dove le sigle operano con gli organizzatori in una collaborazione che fa comodo ad entrambi. Ci sono poi le eccezioni, come campioni quali Saul Alvarez, Manny Pacquiao, Vasiliy Lomachenko e Gennady Golovkin che hanno contratti personali con le più importanti emittenti e il rapporto viene trattato nel segno di sfide che abbiano un alto indice di gradimento sia per gli abbonamenti che la presenza del pubblico.

A proposito di cambiamenti, nel giro di un anno i pesi massimi hanno fornito sorprese a non finire. Il primo a dare un segnale che qualcosa di nuovo era nell’aria è stato Tyson Fury, il gigante irlandese di origine rom, nato a Manchester il 12 agosto 1988, alto 2.06, che sorprese il mondo mettendo fine al lunghissimo regno di Wladimir Klischko, quando la sera del 26 novembre 2015 sul ring di Stoccarda, davanti ad oltre 55.000 spettatori, lo costringeva alla prima sconfitta dopo 11 anni e 7 mesi. L’ucraino Wladimir Klischko giunto alla 27° difesa (la 18° consecutiva) puntava al record di Joe Louis (25), ma il sogno svaniva molto prima, costretto a depositare ai piedi di Fury le cinture WBA, WBO e IBO e IBF. Che poi il nuovo monarca sia stato capace di distruggere tutto, nel giro di un anno, con una condotta che definire folle è un complimento, fa parte della sua storia e dell’estemporaneità di un colosso che unisce pregi e difetti, ma ha pure la capacità di resuscitare novello Lazzaro degli anni 2000. Il 13 ottobre 2016, comunicava ufficialmente di rinunciare ai titoli per potersi curare, dopo aver fatto prolungato uso di droghe. Il 9 giugno 2018, dopo aver perduto oltre 30 kg. allenandosi sotto la guida dello zio e allenatore Peter Fury, risaliva sul ring battendo prima Sefer Seferi e poi l’italo-tedesco Francesco Pianeta. Il primo dicembre 2018 sul ring di Los Angeles affrontava Deontay Wilder, re incontrastato dal gennaio 1914, allorché detronizzò Bernane Stiverne. La sfida superò le attese con Tyson Fury che per tre quarti del match impose all’americano un ritmo insostenibile, andando vicino alla vittoria prima del limite. La reazione finale di Wilder fu altrettanto rabbiosa e violenta e l’irlandese pagò la fatica, finendo anche al tappeto, ma sapendosi orgogliosamente rialzare. Il pari scontentò entrambi ma fece capire che l’ombra di Fury, nella rivincita poteva diventare un incubo. Infatti, 14 mesi dopo, il 22 febbraio 2020 al Garden Arena di Las Vegas, Wilder conobbe la prima sconfitta da pro, dopo 42 vittorie e un pari, costretto alla resa al settimo tempo. Tyson tornava sul trono, stavolta WBC, da grande protagonista, avendo dominato il campione uscente in modo nettissimo, anticipandolo col sinistro e colpendo col destro in modo pesante. Wilder non ha mai saputo replicare in maniera consistente, quasi rassegnato. Nel contempo, sul fronte di Anthony Joshua, titolare delle cinture WBA, WBO, IBF e IBO, la sera del primo giugno 2019, al Madison di New York, nel debutto sul suolo americano, accedeva quello che nessuno si aspettava. Lo sfidante volontario, il messicano Andy Ruiz (33-1) raccolto all’ultimo momento, in sostituzione di Jarrell Miller (23-0-1) beniamino di casa, trovato doping per la terza volta, travolgeva il gigante inglese con una clamorosa vittoria per KO al settimo round, dopo diversi KD. Per gli allibratori una serata da dimenticare. Il brutto anatroccolo, considerata la figura non certo atletica di Ruiz, la cui parte grassa prevale su quella muscolare, aveva battuto il gigante d’ebano, assicurandosi sul piano finanziario il futuro della famiglia. La rivincita fissata sei mesi dopo sull’inedito ring di Diiyah negli Emirati Arabi, rimetteva le cose a posto, grazie alla tattica ragionata di Joshua, che vinceva netto ma solo ai punti. Riportando il protetto della Match Room di Eddie Hearn al ruolo di gallina dalle uova d’oro. A questo punto la sfida tra Tyson e Joshua è al centro dei pensieri sia degli organizzatori interessati che del pubblico, quello inglese in particolare. Nel frattempo, appena la pandemia avrà esaurito il suo nefasto corso, Joshua dovrà difendere le cinture contro il bulgaro Kubrat Pulev e forse anche Fury Tyson potrebbe aver difeso la cintura WBC contro uno sfidante volontario o potrebbe ritrovare Deontay Wilder, per derimere definitivamente la faccenda. Dopo anni di sonnolenza, i massimi sono tornati grandi protagonisti e dovrebbero proseguire sulla strada percorsa tra il 2018 e 2019.  Nei prossimi articoli tratterò la situazione di vertice delle 17 categorie relative alle 5 sigle. Buona lettura.

Di Alfredo

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