di Giuliano Orlando

Al T-Mobile Arena di Las Vegas nel Nevada, è tornata la grande boxe, protagonisti il filippino Manny Pacquiao (62-8-2), quasi 43 anni, una carriera infinita, iniziata nel 1995 a 16 anni, nobilitata da titoli mondiali in ben sette categorie, record assoluto, fermo da due stagioni, e il cubano Yordenis Hernandez Ugas (27-4), nato a Santiago de Cuba il 14 luglio 1986, residente a Miami in Florida dal 2010, quando riuscì a fuggire dall’isola caraibica, dopo diversi tentativi falliti, alla prima difesa della cintura WBA welter, conquistata il 6 settembre 2020, battendo a Los Angeles, Abel Ramos (26-4-2), americano di 30 anni, dopo una battaglia equilibrata, finita per split decision a favore del cubano. La sfida non ha tradito le attese, anche se ha deluso i tanti tifosi del filippino accorsi a sostenere il non più verde campione, convinti di poterlo applaudire vincitore. La speranza è durata per tutta la prima parte del match, con Manny veloce nei colpi, mobile sulle gambe e attivo nelle schivate sul tronco. Il cubano ha avuto il merito di non aver fretta mantenendo calma e lucidità, sapendo che a gioco lungo la sua freschezza atletica avrebbe fatto la differenza. Non va dimenticato che Manny è un superleggero che milita nei welter da anni, dove ci sono pugili di alta qualità e quindi borse più appetitose, mentre il cubano è un superwelter che riesce a scendere nella categoria inferiore, senza perdere in rendimento. Fin che la condizione atletica ha tenuto, lo sfidante ha costruito un discreto vantaggio, avvalendosi di un tasso tecnico (varietà di colpi e velocità di esecuzione) superiore. Ma quando tutto questo ha subito un rallentamento, Ugas ha colto la palla al balzo e ha preso in mano l’iniziativa, che ha visto il suo zenit negli ultimi tre round, che hanno fatto la differenza e giustificato la vittoria. Portando a casa, la borsa più alta in carriera e la cintura, ovvero il capitale che aveva messo in gioco. Dopo il confronto, il filippino recava sul volto i segni della lotta e negli occhi la malinconia di chi non è abituato a perdere. In 26 anni di ring. Questa è l’ottava sconfitta e l’ultima precedente, risaliva al 2017, battuta d’arresto contro Jeff Horn (USA) che in quella data era ancora imbattuto (17-0-1). Nelle dichiarazioni successive al confronto, il filippino ha ammesso la superiorità del cubano: “Avevo capito fin dall’inizio che non era la mia serata. Non avevo il solito gioco di gambe e mi mancava la velocità dei colpi. Ho cercato di entrare nel match, ma specie nella seconda parte, quando sono arrivati i crampi che mi hanno infastidito non poco, capivo di essere lento e prevedibile. Peccato, ma fa parte del gioco. La rivincita? Al momento non ci ho pensato. Intanto mi prendo una pausa di riflessione e stacco la spina. Ne riparleremo a settembre dopo aver riflettuto e deciso il futuro. Di certo la boxe sarà ancora il mio lavoro, visto che da anni faccio anche il promoter e non mi ritiro certo adesso. Inoltre vorrei salutare il mio pubblico con un bel successo e non con una sconfitta”. Come dire che lo rivedremo ancora sul ring.

Dall’altra sponda, il clan di Ugas sprizzava gioia da tutti i pori. Erano fiduciosi e in particolare il suo allenatore Jorge Copitillo, aveva studiato Pacquiao in ogni dettaglio e impostato il suo campione nel modo giusto per non ripetere errori del passato quando ha perso per non aver saputo dosare lo sforzo. Contro Il filippino è stato perfetto, recuperando il minimo svantaggio dei primi cinque tempi. Ugas ha fatto anche valere la superiore consistenza atletica, il maggiore allungo e la minore usura del ring. “Debbo dare atto a Pacquiao di avermi dato questa grande opportunità, Anche se l’allenamento è stato piuttosto breve, d’altronde ho sostituito Errol Spence jr. che era l’avversario designato in partenza, la condizione era perfetta e questo è stato il segreto della vittoria. Ero pronto per venti riprese ad alto ritmo, perché da professionista la palestra è il mio posto di lavoro, quindi sono presente ogni giorno”.  Queste le sue dichiarazioni, consapevole che il successo su Pacquiao farà schizzare le quotazioni e quindi le borse decisamente in alto.                                            Può avere inciso la lunga assenza dal ring per il filippino, fermo dal 20 luglio 2019, allorchè tolse l’imbattibilità al più giovane Keith Thurman (29-1) sfilandogli la cintura da supercampione WBA welter? Personalmente ritengo che la vera responsabile della sconfitta, sia l’usura di una carriera che dura da quasi trent’anni e anche se riguarda un fenomeno come “Pac Man”, non può non influire sul rendimento. Per contro Ugas era consapevole che questo era la sfida della vita. Il cubano, dopo una carriera dilettantistica di altissima qualità: mondiale cadetti nel 2003 a Bucarest in Romania, iridato nel 2005 in Cina, campione Panamericano 2007. Titolare ai Giochi di Pechino 2008, dopo aver superato il nostro Mirko Valentino, cedeva in semifinale al francese Sow, fermandosi al bronzo. Pluricampione cubano, dal 2005 al 2009, aveva capito che solo il professionismo lo avrebbe fatto ricco. Dopo diversi tentativi, nel maggio 2010 la fuga buona e due mesi dopo ad Atlanta in Georgia, da pro, batte il debuttante croato Dino Dumonjic, finito KO al quarto round. Dopo undici vittorie, il 23 marzo 2012 Johnny Garcia gli procura il primo dispiacere. Sette mesi dopo, Ugas torna al successo con quattro vittorie. L’anno nero è il 2014: due match e due sconfitte, la prima contro Emanuele Robles sui dieci tempi a fine febbraio, seguita da quella contro l’imbattuto Amir Ahmed Imam a Los Angeles a maggio. Ugas è demoralizzato e pensa di smettere. Due anni dopo ci ripensa con un nuovo staff. Il 12 agosto 2016 a Verona nello stato di New York, torna a vincere su Jamal James (27-1), pugile del Minnesota, longilineo dallo smisurato allungo, che si presentava con 20 vittorie e nessuna sconfitta. Altri sette successi lo portano nel 2018 tra i top dei welter. Il 19 marzo 2019 si confronta con Shawn Porter (31-2-1), suo coetaneo e pugile indomabile per l’iride WBC welter. Sfida bellissima ed equilibrata, con punte di altissima intensità. Decisione split per Porter, applausi per entrambi. Una sconfitta che lo stimola e riprovare, come infatti avviene. A giusta ragione, adesso intende sfruttare il momento atteso per anni.  

La riunione ha offerto altre sfide tutte interessanti.  Nei pesi piuma, il lanciato Carlos Castro (27) nato in Messico, nazionalizzato USA, residente a Phoenix in California pro dal 2012 a 17 anni, ha steso al decimo e ultimo round, il colombiano Oscar Escandon (26-6), 37 anni, pro dal 2008 e titolare nel 2004 ai Giochi di Atene nei mosca, eliminato al primo turno dal tedesco Rustan Rahimov, nato in Tajikistan, giunto terzo.

Grande agonismo tra Mark Magsayo (23), 26 anni, filippino di Tagbilaran in grande ascesa e il messicano Julio Ceja (32-5-1) 31 anni, residente in California, attivo dal 2009, alla terza sconfitta, giunta in modo drammatico, quando si pensava ad una conclusione ai punti, con vittoria per l’asiatico, più continuo e preciso. Nel corso del decimo round il destro di Magsavo si stampava sulla mascella di Ceja che cadeva inanimato al tappeto. Ricoverato in ospedale, dopo gli esami del caso, venivano esclusi danni cerebrali, ma una frattura orbitale subito curata. Il match valeva come eliminatoria WBC piuma.

Sfida nei welter tra i due veterani, entrambi mancini, Robert Guerrero (36-6-1), attivo dal 2001, nato il 27 marzo 1983 (38 anni) a Gilroy in California, allenato dal padre Ruben ex dilettante, che ha lo ha portato alla conquista mondiale in due categorie (piuma e superpiuma) per la IBF. In carriera ha affrontando campioni del calibro di Marquez, Casamayor, Figueroa, Peralta, Salido, Klassen, Escobedo, Yordan, Katsidis, Danny Garcia, Thurman fino a Mayweather, tra il 2001 e il 2017, quando annunciava il ritiro. Durato una stagione. Nel 2018 tornava sul ring, battendo il magiaro Adam Mate per KO al secondo round. Il 28 settembre 2019, otteneva il verdetto contro Gerald Thomas (14-2-1) e sembrava l’ultima apparizione del mancino californiano, dal pizzetto ormai grigio, ma dalla battuta sempre pronta. Errore, l’invito a battersi contro Victor Ortiz (33-6-3) di Garden City nel Kansas il 31 gennaio 1987, 34 anni, lo ha convinto all’ennesimo ritorno. Premiato con la vittoria, che Perez ha contestato vivacemente. “Non ho capito come i giudici hanno trovato i punti per Robert. Ho tenuto l’iniziativa per dieci round e colpito di più e mi ritrovo sconfitto. Chiedo subito la rivincita”. Che probabilmente otterrà, visto che ha alle spalle l’amico Oscar De La Hoya, dalle stesse origini ispaniche. Victor, ragazzino timido, entra in palestra giovanissimo, per imparare a difendersi dalle angherie dei più prepotenti. Famiglia disastrosa, padre alcolista, sulla madre tutte le responsabilità per sopravvivere. Come pugile ha qualità notevoli. Prende parte ai trials per i Giochi di Atene. A 17 anni (2004) passa pro con la Golden Boy di De La Hoya. Il 16 aprile 2011 conquista il mondiale WBC battendo Andre Berto. Glielo toglie un certo Floyd Mayweather, il 17 settembre, con un verdetto che non convince la stampa e il pubblico. La rivincita promessa non arriverà mai. La sua faccia da attore nel 2012 gli apre la strada della televisione nella serie “Chiguis’n Control”, lavora anche nel cinema, importante il ruolo di Mars (giovane recluta e cecchino infallibile) nella serie de ‘I mercenari’, interpreta anche un giovane pugile nel film “Southpaw – L’ultima sfida”. Nel 2016 recita negli episodi della serie TV “Dice, Hawaii Five-0 e Life in Pieces, oltre a due episodi della serie Ray Donovan. Nel settembre 2018, finisce in carcere accusato di violenza sessuale, su denuncia di una donna che una volta interrogata si smentisce. Su cauzione viene rilasciato, caso chiuso. Adesso spera che Guerrero gli conceda la rivincita.

 

Di Alfredo

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