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Olimpiadi di Rio: Italia senza medaglie, cause ed effetti | 2Out.it – Seconds Out – Free Sport Magazine

Olimpiadi di Rio: Italia senza medaglie, cause ed effetti

di Giuliano Orlando

Con la sconfitta ai quarti di Irma Testa nel torneo femminile, si chiude il cammino dell’Italia in guantoni ai Giochi di Rio. Era da Atlanta 1996 che non accadeva e la cosa non fa certo piacere. Detto questo, è indubbio che la situazione non sia delle migliori in proiezione 2020, considerato che il livello medio dei Giochi è salito in maniera esponenziale, portando paesi solo qualche anno addietro inesistenti, ora ai vertici della boxe. Entità come l’Uzbekistan, dopo aver dato segnali di crescita dal 2004, esplosa a Rio tanto da mettere in pericolo l’egemonia cubana e russa. Stesso discorso per il Kazakistan e in parte l’Azerbajan, che fa della nazionalizzazione degli stranieri un marchio di fabbrica. L’Africa, pur in una crisi generale, si mantiene ai vertici con Algeria e Marocco. Gli USA da molte edizioni identificano i Giochi come tappa interlocutoria in proiezione al professionismo. Cosa che accadrà anche dopo Rio. Tornando all’Italia, ero stato facile profeta escludendo a priori la possibilità di salire sul podio in questa edizione. Troppi fattori facevano prevedere quanto è accaduto. Speravo (inutilmente) che Cappai e Vianello mi smentissero. Non possiamo neppure lamentarci per qualche verdetto ingiusto. Cappai ha perso contro il ventenne Hernandez (Usa), giunto al bronzo. Il motivo della sconfitta va ricercato nella difficoltà a rientrare nei 49 kg. e quindi mantenere alto il ritmo del match per i tre round. Cappai al meglio è superiore allo statunitense, ma con i se e i ma non si conclude nulla. Manfredonia contro il modesto bielorusso Dauhaliatev, ha reso meno del previsto, finendo la sua avventura al primo impatto. Clemente Russo, al quale dobbiamo rispetto per quanto ha fatto nell’arco di oltre un decennio (due ori iridati e due argenti ai Giochi), ha dato quanto le sue attuali condizioni permettono. Ha problemi di vario genere (spalla, mano destra e schiena), è passato dai 10 ai 3 round, ha 34 anni e i riflessi si sono allentati e non di poco. Di fronte ad un Thishchenko in condizioni di forma precaria è andato vicino al colpaccio, ma l’illusione è durata un round e mezzo, il resto è stato di marca russa. Cosa dovrebbe dire il kazako Levit, che in finale lo ha rintronato di pugni per tre round e si è trovato sconfitto! Mi chiedo se questi giudici sono mediocri o pilotati. Elencare i verdetti capovolti diverrebbe esercizio troppo lungo. Di certo in seno all’AIBA si sta sviluppando una lotta di potere tra fazioni che non lascia presagire nulla di buono. Il Kazakistan, potenza di vertice, non lascerà passare senza rivalsa la  beffa. Il leggero Tommasone, ha svolto il suo compito egregiamente,  andando anche oltre il pronostico. La prova  contro il cubano Alavarez, plurititolato e avviato all’oro, è stata più che dignitosa. Il migliore dei tre professionisti ufficiali presenti, che hanno confermato il floppy clamoroso di Vargas, l’ultima prova pre Rio, riservata a loro. Mangiacapre, ovvero la sfortuna di fermarsi prima del previsto, complice una testata che gli ha rotto lo zigomo destro, pur avendo battuto il messicano Romero. Non penso sarebbe arrivato al podio, ma almeno ci avrebbe provato. Su Vianello ci avevo fatto un pensierino e mi ero sbagliato. Il gigante romano è ancora immaturo. Contro un massimo come Pero, bravino ma lontano dai fenomeni cubani del passato è parso bloccato dall’emozione, incapace di leggere il match. Non entro nel dettaglio tecnico, compito che spetta ai tecnici e ai telecronisti, ma speravo in una prova di carattere migliore. Ultima a uscire la campana di Torre Annunziata (Na) Irma Testa, 18 anni, giunta a Rio in condizioni precarie per una serie di situazioni dove le responsabilità hanno parecchi padri, con la collaborazione della stessa atleta. Per ribattere l’ottima francese Mossely, iridata in carica, incattivita per la sconfitta di Samsun (Turchia), ci sarebbe voluta la migliore Testa e forse non sarebbe bastato. Detto questo, una ragazza di 18 anni  ha tutto il tempo per tornare ai vertici. Anche se mi resta il dubbio che prima di lavorare in palestra, ci sia da chiarire cosa vuol fare da grande.

E chi conosce tutti i retroscena mi capisce. Tornare a casa senza medaglie è triste e già leggo di “boxe italiana all’anno zero”, da chi aspettava con gioia maligna questo insuccesso, per lanciare strali di giornata. Non c’è da meravigliarsi, ognuno si nutre del latte o del vino della casa. Sull’altra sponda sognano di sostituire gli attuali vertici federali alle prossime elezioni. In questo momento speriamo prevalga il buonsenso e non si indichi quale capro espiatorio il c.t. Lello Bergamasco, ottimo tecnico, che sui miracoli deve fare ancora pratica. Che la nostra boxe non sia all’anno zero lo dimostrano i risultati internazionali degli schoolboy, junior e youth, da diverse stagioni capaci di dare all’Italia medaglie di vario colore. Per ricostruire un tessuto valido a livello assoluto, ovvero da nazionale, ci vogliono anni e tanta pratica sul ring. Elementi come Cappai e Vianello sono le punte per Tokyo, ma non solo loro. Il problema del mancato ricambio nasce negli anni fra il 2000 e il 2010, quando la programmazione a livello giovanile era inesistente. Come dimostrano i non risultati. La gestione di Brasca, ha cercato di riempire un vuoto preoccupante. Giulio Coletta, responsabile di tutto il settore giovanile dal 2011, ha riportato l’Italia a buone livelli, ma far crescere giovani dai 14 ai 18 anni, è impresa da brividi.  Ignorare il momento difficile non è possibile, ma strillare che il naufragio è totale, significa essere in malafede.