mitrinuova11Nel giornalismo esiste il “coccodrillo”, un pezzo preconfezionato di grossi personaggi per lo più in età tarda, in modo di averlo pronto in ogni momento o per qualsiasi evenienza. Ma Jake LaMotta, uno dei grandi della boxe mondiale è riuscito a spiazzarmi lasciandoci alla bella età di 96 anni. La polmonite è uno dei classici per chi entra nell’età ragguardevole, il fisico risponde a tutto, ma l’usura degli anni intacca i polmoni e allora non c’è santo che tenga. Jake LaMotta, alto 1,73, tozzo e sgraziato non era certo bello a vedersi quando combatteva, ma aveva fuori del ring una grossa qualità, sapeva far parlare di sè a cominciare dalla sua bellissima biografia, a cui fece seguito il film “Toro scatenato”, per certi versi un altro titolo mondiale conquistato, quello della fama imperitura per lui, per Robert De Niro, il magistrale interprete, e per Martin Scorsese, un regista specializzato in film difficili. Titoli mondiali e Oscar sono andati per un lungo tempo a braccetto con lui. Noi italiani abbiamo su di lui un triste ricordo: quello della durissima sconfitta subita da Tiberio Mitri. LaMotta contro il triestino conservò il titolo massacrandolo per 15 riprese (Madison Square Garden 12 luglio 1950). Per certi versi fu un titolo fra italiani perchè il nome anagrafico di LaMotta era Giacobbe. Tiberio Mitri dopo quel match non fu più lo stesso. E questo era un fatto che in qualche modo capitava a chi lo incontrava. Così fu per Marcel Cerdan costretto a ritirarsi per un dolore alla spalla lasciando il titolo al Toro del Bronx. Il francese perse poi la vita nella caduta dell’aereo che lo avrebbe dovuto riportare a New York per la rivincita. Così fu per Laurent Dauthuille, altro francese, soprannominato Tarzan, già vincitore di LaMotta, che credeva di bissare il precedente successo, stavolta titolo in palio, per poi essere abbattuto al 15mo round, quando era in netto vantaggio. Sono incontri che in qualche modo fecero sempre parlare a lungo della capacità di “Raging Bull” di sovvertire ogni legge fisica. La più grande fama fu raggiunta dall’italo americano nelle sue cinque sfide contro Ray Sugar Robinson, il più grande campione di tutti i tempi. Robinson conobbe la sua prima sconfitta proprio contro LaMotta, e conquistò il titolo sempre contro di lui in quello che fu definito il massacro di San Valentino (14 febbraio 1952 a Chicago). Fu l’arbitro a fermare il match al 13mo round, e per certi versi sembrava più provato Robinson a colpire che La Motta a incassare.

Lasciò la boxe dopo 13 anni di duro professionismo iniziato nel 1941 con 83 vittorie, 19 sconfitte e 4 pari.

(alb)

Di Alfredo

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