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BOXE IN CARCERE: IL PROGETTO NATO A BOLLATE PER AGENTI E DETENUTI | 2Out.it – Seconds Out – Free Sport Magazine

BOXE IN CARCERE: IL PROGETTO NATO A BOLLATE PER AGENTI E DETENUTI

fotodi Francesca Toscano

Milano – La boxe ti porta a fare cose impensabili, ti fa percorrere strade che mai avresti immaginato nel tuo cammino. Ti mette alla prova e ti fa superare limiti, ostacoli fisici e mentali. Tra le esperienze che ho vissuto inseguendo questo amore per la Nobile Arte c’è stato un pomeriggio nel carcere milanese di Bollate per assistere ad una lezione di pugilato rivolta ai detenuti.

Il maestro è Mirko Chiari, ex pugile con un trascorso di 104 match e gli ultimi dodici anni passati in palestra tra gli impegni agonistici e l’insegnamento degli sport da combattimento. Lui, il Pugile Poeta – questo il soprannome che si è guadagnato nell’ambiente per la sua passione per la poesia, per le letture di versi prima dei match e per le rime tatuate su gran parte del corpo – da qualche mese ogni venerdì dedica due ore del suo tempo ad un nutrito gruppo di allievi, radunati da tutti i reparti del penitenziario milanese.

“Il progetto è nato grazie alla disponibilità del dott. Bezzi, responsabile degli educatori del Carcere, il quale ha creduto in primis nei valori di questo sport e poi in quelle che sono le possibilità, in ambito rieducativo, di una disciplina da contatto”, racconta Mirko che dopo aver avuto l’approvazione della Direzione carceraria ha avviato a Bollate anche il corso di pugilato per le guardie penitenziarie. Il Carcere dove il Pugile Poeta ha portato il suo corso di boxe, ora anche con la collaborazione del maestro Bruno Meloni, costituisce una specie di unicum, a detta anche dei detenuti con i quali ho la possibilità di parlare e che hanno avute esperienze in altri penitenziari d’Italia: non solo per condizioni di reclusione “umane”, con il rispetto degli spazi e le giuste proporzioni di detenuti, ma per la possibilità di sperimentare.

Il dott. Bezzi mi spiega che a Bollate la reclusione non è fine a se stessa: si cerca la strada per la rieducazione del detenuto, un percorso fatto di fiducia e che ha portato a testare, già da qualche anno e con un elevato tasso di successi, delle forme ibride di detenzione/libertà per reinserire nel mondo del lavoro e nella società i detenuti. Ovviamente, ci tiene a sottolineare il responsabile degli educatori (e lo fa più volte nel corso della nostra chiacchierata), si tratta di una crescita graduale e mirata, le cui tempistiche vengono stabilite in base alle tipologie di reati, alla personalità del detenuto e al percorso che fa.

E la boxe dietro le sbarre rientra in questo contesto. Nessuno viene indirizzato alle attività (tante) che vengono organizzate all’interno del carcere di Bollate, viene affisso un avviso in ogni reparto, il detenuto sceglie e lo comunica al rappresentante, il quale si interfaccia con l’educatore. Ed è questo che stabilisce l’idoneità di partecipazione. Ma non è pericoloso o diseducativo portare uno sport di contatto in un contesto in cui si cerca di contrastare la violenza? “E’ esattamente il contrario – spiega Mirko – La boxe è un veicolo per canalizzare le energie, insegna il rispetto verso se stessi e l’altro, richiede impegno, costanza e disciplina. Non sono solo pugni: ci sono regole codificate”. E il progetto di Mirko e Bruno è sia sociale che sportivo: “stiamo cercando di organizzare dei match fuori dal carcere – mi raccontano i due maestri – grazie alla collaborazione dello staff de Gli Indomabili, all’assistenza burocratica e alla generosità della ASD Boxeisland” che ha donato “gli attrezzi del mestiere” per i pugili di Bollate. E sembra che l’iniziativa abbia suscitato l’interesse della Federazione Pugilistica.

“Al di là dell’allenamento, attraverso il pugilato cerco sempre di dare a tutti i miei allievi degli strumenti per fare qualcosa, qualunque essa sia” mi spiega Mirko in un’assolata giornata mentre attraversiamo i corridoi di Bollate, tra gli orologi fermi, i murales alle pareti, i reparti e le “rotonde” e soprattutto mentre cerchiamo di far in modo che i nuovi iscritti al suo corso possano frequentare la lezione che sarebbe iniziata da lì a pochi minuti, cosa non affatto scontata visto che in carcere tutti gli spostamenti da un reparto all’altro richiedono numerosi passaggi burocratici e diverse autorizzazioni. Sfoderando diplomazia, qualche battuta ma dimostrandosi estremamente previdente “per ogni iscrizione – mi confida mentre attendiamo ad una rotonda – ho fatto una copia del permesso concesso da lasciare ai responsabili dei singoli reparti”, il Maestro riesce nel suo intento e i nuovi iscritti posso allenarsi.

Quel giorno è il 40esimo compleanno di Mirko. Non è con la famiglia ne’ con gli amici, ha deciso di mantenere il suo impegno del venerdì con “i suoi ragazzi” e di festeggiare con una seduta di guanti “per dimostrare anche agli sbarbati che ne ho ancora per tutti!”. In realtà mi racconta che il volontariato rappresenta la sua forma di riconoscenza al pugilato, per averlo “salvato”, per averlo aiutato a crescere, a rispettare le regole. “So benissimo come si sentono questi ragazzi – dice – perché anche io ho avuto problemi con la giustizia ed ho trascorso tre notti a San Vittore. Grazie alla boxe ho imparato molto e sono cambiato”. E in fondo il riscatto è anche quel che cercano i suoi allievi di Bollate: “vogliono emanciparsi dall’immagine del detenuto, vogliono essere bravi in qualcosa che venga riconosciuto anche fuori da qui. Fin ora – spiega Mirko – non ho conosciuto nessun criminale fiero di esserlo e questo l’ho capito sin dall’inizio, poi qualcuno durante gli allenamenti o in qualche lettera me lo ha anche detto in maniera più esplicita”. “Partecipano al corso per, ma non perché sono io, Mirko Chiari, ma per dimostrare rispetto e devozione a qualcuno che ha creduto in loro e che gli ha dato una chance di emancipazione. Io non giudico e non compatisco, non assolvo. Non sta a me. Per me in quelle due ore non ci sono truffatori, assassini o rapinatori, ci sono uomini, con le loro storie e le loro pene da scontare. Ci sono pugili”.

E di pugili ce ne sono diversi al corso di Mirko: i ragazzi, una 15na il giorno in cui partecipo io, hanno età che vanno dai 19 ai 40 circa, alcuni hanno un passato sportivo, altri hanno “fatto pratica in strada”. La frequenza è variabile e dipende dai permessi, dall’umore, dagli impegni. “Non siamo atleti come gli altri – mi spiega uno dei partecipanti alla fine della lezione- abbiamo tutti i problemi della vita ‘normale’; le famiglie, le questioni economiche, i pensieri e le mancanze”. Lo spazio in cui si allenano è una palestra a tutti gli effetti, piccola, modesta e con pochissimi attrezzi, le pareti scorticate. Dentro di me penso che in fondo mi sono allenata in posti peggiori e mi guardo intorno: non ci sono le guardie a vigilare, non conosco la storia di nessuna delle persone che si stanno preparando per mettere fasce e guanti e mi sembrano volti che potrei aver incrociato in posti dove sono stata, in altre palestre. Provo a pensare a cosa li abbia condotti in carcere, cosa li abbi spinti a scegliere un corso di pugilato accettando uno scambio fisico piuttosto impegnativo in un posto che di sicuro non è facile, ma quando inizia la lezione perdo completamente la percezione di dove mi trovo. E’ così anche per Mirko e per i ragazzi. Per tutti resta solo il pugilato con le sue regole, i suoi spazi e la difficoltà di ricevere e dare colpi, trasformandoli in un gesto tecnico.