di Giuliano Orlando

Sul ring della T-Mobile Arena di Las Vegas, che si conferma la città americana più attiva nell’organizzazione di eventi in guantoni, quest’anno ne ha messi in calendario ben 14, questo era il nono, l’appuntamento del 9 ottobre, allestito da Bob Arum e Tom Brown, imperniato sulla terza sfida tra il campione Tyson Fury e Deontar Wilder, verrà ricordato come una delle più emozionanti battaglie tra giganti del ring. Aggettivarlo è facile: spettacolare, emozionante e drammatico. Ha vinto Tyson il titolare della cintura WBC, come da pronostico, ma per riuscire nell’impresa ha dovuto superare il buio di due atterramenti nel quarto round, dopo che nel precedente, il destro di Tyson aveva fatto inginocchiare Wilder. Nel quarto è uscita fuori la rabbia dell’americano, trovando finalmente il viso dell’inglese, contro il quale ha messo nel destro tutta la potenza ma anche la disperazione di un ex campione, che sa di giocarsi tutto il futuro agonistico su quel colpo. Tyson è crollato al tappeto, ma ha avuto la forza e la volontà di non arrendersi. Sofferente e stordito, ha subito un altro conteggio, utile per recuperare. Anche se nuovamente caduto, si capiva che il rom di origine irlandese, si sarebbe rialzato. A fine round torna al suo angolo, con lo sguardo vigile, deciso ad orzare il match dalla sua parte. Come accade. Le riprese successive sono state un calvario per Wilder, che ha resistito altri sette round, aggrappandosi all’orgoglio del guerriero che è in lui, nonostante la punizione che Tyson gli stava impartendo, senza alcuna pietà. E che aumentava round dopo round.  Al decimo gong, ancora il destro di Fury si abbatte sulla mascella di Wilder che afflosciandosi, si aggrappa alle gambe del rivale, come a rifiutare l’onta. Si rialza e miracolosamente, ritrova energie nel giro di pochi secondi al punto da attaccare, senza purtroppo trovare bersaglio. Quando si alza dallo sgabello per la penultima ripresa, lo sguardo di Wilder è assente, la braccia si muovono senza forza, ricordando drammaticamente i movimenti dei burattini, lui che possiede un fisico da statua greca bronzea. Tyson non ha fretta, sa che la preda ha il destino segnato. Alla prima occasione scatta col solito destro al volto da breve distanza e stavolta Deontay precipita al tappeto addirittura con violenza, appoggiandosi sulla spalla sinistra, gli occhi chiusi, immobile. L’arbitro ferma l’incontro senza neppure contarlo, mentre Tyson sale sulle corde del ring, per ricevere gli applausi dal pubblico. L’episodio mi ha fatto tornare alla mente il match di Rocky Marciano (32 anni), contro Archie Moore (42 anni) il 21 settembre 1955, allo Yankee Stadium di New York, davanti a 62.000 spettatori. Nel secondo round, la ‘vecchia mangusta’, con perfetta scelta di tempo, centra con un destro bomba, subito doppiato, sulla mascella di Marciano che cade pesantemente al tappeto. Il silenzio del pubblico è irreale. Sta per realizzarsi l’impossibile? Dopo la vittoria, Marciano ricorda quel momento: “La testa mi girava come una trottola impazzita. Faticavo a vedere sia l’arbitro che Archie. Mi apparivano come dietro un vetro sporco. Con grande fatica mi rialzai, deciso a non arrendermi”. Per contro Archie Moore, dovette arrendersi al nono round, incapace di rialzarsi dopo aver subito i colpi del campione. Dirà negli spogliatoi: “Il match non l’ho perso all’ottavo round, ma nel momento in cui Marciano si è rialzato dopo quei pugni che avrebbero abbattuto un toro. Ho capito che non ce l’avrei fatta a vincere”.

Anche se a distanza di 66 anni, mi è venuto spontaneo il parallelo. Nel 1955, era toccato ad Archie Moore, stavolta il segno indiano l’ha subito Deontay Wilder, che tra il 28 novembre 2015 e il 25 settembre 2021 è stato il re assoluto per il WBC, arrivando a dieci difese vittoriose. Con una media di KO impressionante. Oltre cinque anni di regno. Ho conosciuto l’americano nel dicembre 2019, in occasione del suo viaggio a Roma, dove venne ricevuto dal papa. Nonostante la giornata ricca di impegni, fu gentile e concedermi quasi un’ora del suo tempo. Tra le cose che mi colpirono di più, una frase premonitrice. “Nessun regno è infinito. Nella boxe il tramonto spesso è traumatico. Vorrei essere io a dire basta, ma al momento mi sento ancora il più forte e quindi vado avanti a difendere la mia cintura”. Impressionava la sua stazza. Con i 2 metri abbondanti su un fisico perfetto, sembrava impossibile ci fosse qualcuno in grado di batterlo e tantomeno di abbatterlo. Anche se il primo segnale negativo l’aveva avuto e non era da trascurare. Il primo dicembre 2018 a Los Angeles, otteneva un pari tirato per i capelli, contro Tyson Fury, che per molte riprese lo aveva fatto soffrire e non poco. Solo nelle ultime, aveva salvato la corona costringendo lo sfidante al conteggio nel nono e nell’ultimo round. Evidentemente non riteneva Fury, l’uomo del destino. Cosa che, purtroppo per lui, è avvenuta due volte. La prima il 22 febbraio 2020 a Las Vegas, con Tyson che stavolta gli concede solo sette round, prima di chiudere la sfida. Un monologo, con un Fury devastante, capace di mettere l’americano al tappeto nel terzo e quinto round, fino alla resa definitiva nel settimo, quando l’angolo di Wilder decide di fermare il massacro. La terza sfida sempre a Las Vegas, sembra aver concluso l’iter del campione di Tuscaloosa, in Alabama, che il 22 ottobre ha compiuto 36 anni. Sul ring, dal lontano 2005 a vent’anni, titolare ai Giochi di Pechino nel 2008, fermato in semifinale dal nostro Clemente Russo. Dopo quella sconfitta, passa professionista il 15 novembre 2008 a 23 anni, affidandosi alla Golden Boy di Oscar De La Hoya con la quale resta fino al 2015, per passare con la famiglia Di Bella. Nel 2019 entra nella scuderia di Al Haymond. Per la parte tecnica ha sempre avuto il vecchio maestro Jay Deas, affiancato dall’ex campione del mondo Mark Breland. Tecnicamente non è mai stato un fantasista, affidandosi al destro esplosivo, che ha spedito al tappeto ben 41 dei 42 avversari sconfitti. Contro Tyson ha trovato un avversario superiore sul piano tecnico, capace di portare una varietà di azioni difficilmente riscontrabili in un massimo. Tyson non è elegante, sotto certi aspetti ricorda Carlos Monzon, legnoso nei movimenti, ma terribilmente efficace. Tra i due la differenza sta sia nella resistenza che nel repertorio offensivo. Non è che il campione WBC abbia fatto tre passeggiate contro il gigante di Tuscaloosa, avendo pagato lo scotto di quattro kd. Anche se alla fine il risultato lo ha sempre premiato. Il destino di Wilder, dopo la pesante punizione e l’età di 36 anni, sedici dei quali dedicati alla boxe, non è ancora definito. Il suo entourage ha assicurato che gli esami fatti presso l’University Medical Center, oltre al check-up, hanno escluso qualsiasi problematica di natura neurologica. “Oltre al labbro ferito – ha riferito Malik Scott il tecnico assunto per la terza sfida con Tyson – e la mano destra fratturata, il resto è nella norma. Sono cose che capitano nella boxe. Della quale non intendiamo parlare per il momento. Trascorrerà il tempo con la famiglia nella sua casa di Tuscaloosa. Per parlare del futuro c’è tempo”.

Anche se resta l’amaro di una sconfitta pesante, a migliorare l’umore di Deontay, c’è la robusta borsa incassata, che sfiora in totale i 20 milioni di dollari. Cifra che subirà un dimagrimento importante, tra le tasse e le percentuali che spettano ai vari componenti del team, in particolare tecnici e manager. A colpo d’occhio in casa Wilder entreranno meno di 10 milioni. Che restano pur sempre un bel guadagno. Poco meno di 45 milioni a Tyson, che a sua volta dovrà dividere la borsa con parecchia gente. Dai procuratori Bob Arum e Frank Warren, alla MTK Global ai trainers e addetti a qualsiasi cosa, contribuiscono ad alleggerire la pur lauta borsa.

Per quanto riguarda Wilder, la cui famiglia comprende cinque figli, la nuova compagna e alcuni cani che popolano la bellissima villa dove è nato, si calcola che in carriera tra sponsor e borse abbia superato il mezzo miliardo di dollari che rappresentano una robusta assicurazione per il futuro. Contrariamente a troppi colleghi di ring, pur non facendosi mancare nulla in fatto di comodità, comprese vetture e moto, è stato più formica che cicala.

Dall’altra sponda, quella inglese, l’uomo di Manchester dovrebbe riposare fino alla prossima primavera, cercando di non prendere troppi chili, visto che a Las Vegas ha fatto salire la bilancia al peso record di oltre 125 kg. contro i 107 di Wilder. Nei prossimi mesi gli organizzatori interessati, studieranno le varie ipotesi per arrivare alla sfida che il pubblico inglese vuole. Ovvero Tyson-Joshua, passando per qualsiasi traiettoria. La Matchroom di Eddie Hearn ha fatto sapere che nella prossima primavera, probabile a marzo, sarà allestita la rivincita tra Alek Usyk (19) e Anthony Joshua (24-2), in palio una montagna di sigle (WBO, WBA, IBF e IBO), che l’ucraino ha soffiato al gigante inglese il 25 settembre allo stadio del Tottenham Hotspur a Nord di Londra. A tempi molto più brevi, il 30 ottobre a Londra, l’inglese, jamaicano di nascita, Dillian Whyte (28 -2) 33 anni, le due sconfitte portano i nomi di Joshua e Povetkin, anche se quella contro il russo è stata vendicata e il mancino svedese Otto Wallin  (22-1), 30 anni, unica sconfitta ai punti contro Fury Tyson il 14 dicembre 2019, se la vedranno per l’interim WBC vacante. Il presidente Mauricio Sulaiman ha fatto sapere che il vincitore affronterà proprio Tyson. A meno che si trovi l’accordo entro i primi di novembre di affrontare Alek Usyk, per l’unificazione delle sigle. La qual cosa appare difficile da realizzare, in quanto rischiano di entrare in rotta di collisione i due confronti preannunciati: la difesa di Usyk e quella di Tyson. In attesa si sbrogli la matassa, multi iridata, l’autunno 2021 non lesina altre sfide sia pure in categorie più leggere ma non meno affascinanti.

Di Alfredo

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