Stefano Buttafuoco è uno di volti più noti del giornalismo televisivo soprattutto per le sue frequenti apparizioni come inviato della “Vita in diretta”, trasmissione condotta da Alberto Matano. Stefano è giornalista “puro” con tanto di Laurea alla Luiss e una gavetta come corrispondente ESPN e come collaboratore di Eurosport, de Il Messaggero e della rivista Boxe Ring. Un giovane che sa trascinare chi lo legge o lo ascolta. Una bella moglie e due bei bambini formano il quadro familiare di un uomo felice e di successo. Ma per lui è in agguato l’imprevisto che trasformerà la sua vita come quella della sua famiglia. La data è precisa, il 18 luglio di due anni fa, si festeggia il compleanno di Alessia, la sua dolce metà da “sempre”. Lo descrive come un “rantolo”, un rumore imprecisato quanto stonato proveniente dal lettino dove c’era Brando, appena sei mesi. L’accorrere quasi simultaneo dei due coniugi non può fare altro che assistere ad una serie di attacchi epilettici che scuotono il piccolo Brando. La diagnosi è impietosa, per non dire tremenda, si tratta di una particolare variante della Sindrome di West, riconducibile a una rarissima mutazione genetica. Questa è la spiegazione scientifica, la rarità è talmente ristretta che si riduce in tutto il mondo a soli 23 bambini. La notizia brutta è proprio questa, sono pochi e nel business crudele degli interessi non si possono “buttare i soldi” per solo 23 bambini, è la regola crudele dell’economia e degli interessi. Questo è lo spunto e l’antefatto da cui nasce il libro che Stefano ha voluto far pubblicare. Una sorta di autobiografia, che ricorda in alcune parti “LE MIE PRIGIONI” di Silvio Pellico. All’improvviso la vita di Stefano e la sua famiglia viene stravolta. Si vive di alti e bassi, una sorta di montagne russe, dove si rischia di non vedere l’arrivo. Qui subentra la bravura dello scrittore nel descrivere i pensieri e le sensazioni che si accavallano nel cervello umano. La vita deve continuare con l’aiuto della famiglia su tutto dove Alessia, la madre e moglie, tiene la barra a dritta. Poi c’è Alessandro il primogenito, che con il suo candore di ragazzino-ometto rasserena l’ambiente, c’è Brando, bellissimo, un guerriero.  Ci sono poi gli interessi. Il lavoro di giornalista che gli fa conoscere le cose belle e brutte della vita. C’è la boxe, la sua grande passione, che Stefano conosce a 360°, insegnandola a giovani e anziani, predicando che “il ring è il posto più sicuro che c’è al mondo perché sai sempre quello che ti può accadere”, parole di Mike Tyson, per Stefano una sorta di 11° Comandamento. C’è la Lazio, altra sua passione formatasi fin da bambino, a dispetto del padre “accanito romanista”. Stefano oltretutto aveva eccellenti doti come giocatore di pallone con il soprannome di Buitre (avvoltoio), il famoso Butragueno, ala del Real Madrid. La vita si trasforma in un ring dove si vincono e si perdono i round. Alle volte sembra che la soluzione sia vicina, ma viene subito smentita dalla “Bestia” come viene chiamata la malattia. La vita diventa un caleidoscopio con i suoi colori vivaci e con imprevedibili colpi di scena. Tutto descritto con uno stile incisivo che colpisce il lettore con paragoni e frasi prese spesso dalla boxe. Il libro termina con uno spiraglio di luce, al centro di ricerca Erasmus di Rotterdam si comincia a studiare le cause di questa malattia, a Stefano e la sua famiglia, una squadra come si autodefiniscono, è arrivato un modulo da riempire…ci vorrà ancora molto tempo, ma non importa.

Di Alfredo

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