di Alfredo Bruno

Si è spento a Chiavari (era nato a Sestri Levante) il 21 novembre all’età di 75 anni Giacomo “Mino” Bozzano, un peso massimo che fece sognare negli anni ’50. Era da tempo malato e gli era stato riconosciuto, per le sue scarse condizioni economiche, un vitalizio grazie alla legge Bacchelli. Mino è stato uno dei belli della boxe italiana, paragonabile ai Fiermonte, ai Mitri, ai Festucci e perché no ai Benvenuti, e quando apparve sulle scene pugilistiche con il suo fisico scultoreo si pensò subito che l’ Italia aveva trovato il suo peso massimo, che con i suoi 90 chili avrebbe dato ossigeno e fama al nostro sport.

Le conferme arrivarono dalle Olimpiadi di Melbourne nel 1956 quando nella sua marcia fu fermato solo dal gigantesco russo Moukhine e si dovette accontentare del bronzo. Ma ormai le basi erano gettate e l’anno dopo passò professionista. Le premesse erano più che buone e lo dimostrò con una serie di vittorie dove spiccavano i nomi di Bonino Allevi, altro pugile dal fisico scultoreo, Lucien Touzard, Maurice Mols, Alain Cherville, ma soprattutto il suo successo senza titolo in palio sul campione italiano Uber Bacilieri, un guerriero del ring. Qualcuno quando gli fu proposto come avversario l’ex campione del mondo dei mediomassimi Joey Maxim arricciò il naso. Maxim, che tra l’altro era un italoamericano, aveva 36 anni e stava nella parabola discendente, ma era considerato ancora pugile troppo esperto per il ligure. La soggezione attanagliò nelle prime riprese Bozzano, ma dalla quarta Mino cominciò a boxare come sapeva, con la sua potenza e baldanza giovanile. Nelle ultime due riprese l’americano, spossato dal ritmo imposto, lasciò il via libera per una prestigiosa vittoria. Si chiedeva a questo giovane una conferma e per questo venne organizzato a Bologna una sfida che suscitò molto interesse, quella con l’ex campione d’Europa Franco Cavicchi, un campione dalle potenzialità enormi mai del tutto espresse a causa del suo carattere. L’organizzatore era Amaduzzi e il match che si disputò allo stadio non deluse le attese per intensità e drammaticità. Cavicchi aveva un fisico incredibile e una potenza notevole: il suo destro inviò al tappeto Bozzano, che si ripagò nel quinto round di ugual moneta. All’ottava ripresa due ganci micidiali del ligure misero ko definitivamente Cavicchi. Il match successivo a Milano con l’olandese Kramp terminò al primo round per ko a favore di Bozzano, non senza avere accusato poco prima. Se questo fu un campanello d’allarme quello con il tongano Sifa Kivalu fu la conferma che Bozzano faceva male, ma incassava poco, forse questo dovuto ad una scarsa attitudine nel frequentare la palestra. Bozzano in quel match fu per due volte sul punto di crollare, gli venne in aiuto l’arbitro che lo aiutò a superare momenti durissimi fino a quando nel sesto round il pugile di colore fu messo ko. Poco dopo fu chiamato a Dortmund per disputare la semifinale al titolo europeo detenuto da Ingemar Joahansson. Il suo avversario era Hans Kalbfell, pugile solido ma alla portata. Bozzano invece fu sconfitto subendo un duro ko all’ottavo round. Si pensava ad un suo riscatto, ma quando a Milano subì alla seconda ripresa un brutto ko dal tedesco Gerhard Zech, pugile possente ma con poca esperienza tutti capirono che il bel Mino, pur avendo buone qualità e buon fisico, forse non era nato pugile, come purtroppo si verificò con altri personaggi nella categoria dei massimi. Il 13 ottobre del 1962 al PalaSport romano affrontava Santo Amonti, era la prima volta che aveva avuto l’opportunità di battersi per il titolo italiano. Il match fu di breve durata perché al terzo round dopo ripetuti scambi voltò le spalle al suo avversario e “salutò”, si fa per dire, il pubblico e il pugilato, visto che appese i guantoni al chiodo, perché non accettava i sacrifici che questo sport richiedeva.    

Di Alfredo

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