di Giuliano Orlando

Alla Wembley Arena di Londra, che ha ospitato dopo un lungo silenzio, dovuto al Covid 19, un migliaio di spettatori, il pluricampione (WBA, WBO, IBF e IBO) dei massimi, Anthony Joshua (24-1) ha conservato il poker di cinture, chiudendo la partita al nono round, contro lo stagionato bulgaro Kubrat Pulev (28-2), che la Matchroom degli Hearn nella presentazione aveva cercato giustamente di farlo apparire come avversario di tutto rispetto, capace addirittura di poter aspirare alla vittoria. Una sfida rinviata numerose volte a causa della pandemia, tenacemente rincorsa dal team dello sfidante consapevole che rappresentava l’ultima opportunità di incassare una borsa stellare (poco meno di 3 milioni di euro, mentre al campione sono andati 8 milioni), per un pugile di quasi 40 anni, la cui carriera tra dilettantismo e professionismo ha varcato il ventennio. In maglietta inizia nel 1998 a 17 anni, prende parte a tutti gli eventi più importanti: Giochi 2008 a Pechino, mondiali, europei e svariati tornei internazionali, compreso il campionato dell’Unione Europea a Cagliari nel 2005, perdendo da Roberto Cammarelle, contro il quale ha sempre trovato disco rosso, sia nel 2007 al torneo interno a Plovdiv che ai mondiali di Milano nel 2009. Passato pro nello stesso anno, in Germania svolge attività di buon livello, conquistando l’europeo nel 2012 e vittore importanti contro l’inglese Mat Skelton, il nostro Paolo Vidoz, Alex Dimitrenko e Alex Ustinov oltre all’ostico mancino del Maryland, Tony Thompson (40-7) che vantava successi su Ibragimov, Krasniqui, Witherspoon, Price e il cubano Solis, battuto due volte e due sfide mondiali con Wladimir Klitschko. Pulev batte nettamente l’americano a Schwerin (ex DDR), conquistando l’Internazionale IBF e la qualifica di sfidante del campione ucraino che mette il palio il ricco bottino di quattro cinture, unica esclusa quella WBC che aveva conquistato Bername Stiverne, che aveva lasciato vacante fratello Vitaly. Il match si svolge il 14 novembre 2014 ad Altona in Germania e Pulev finisce KO al quinto round, che cerca di mascherare frutto di una distorsione del ginocchio. Assorbe la sconfitta e riparte verso le zone alte. Trova la fiducia di Bob Arum, che lo inserisce nella sua scuderia, facilitandogli l’ascesa. Dopo 8 vittorie, di rilievo quelle su Samuel Peter (36-5), Kevin Johnson (30-7-1) e in particolare nel dicembre 2018 su Hughie Fury (21-1) a Sofia, ancora la IBF lo inserisce come primo sfidante di Anthony Joshua. La trattativa con la Top Rank è stata lunga e travagliata, ma alla fine il bulgaro ha raggiunto il suo scopo, anche se sapeva che sarebbe stata una sfida a perdere. Non è valsa la lunga preparazione, sia in montagna che in pianura. A dirla tutta, Pulev è un onesto operaio del ring, che ha fatto dell’esperienza l’arma migliore, salito ai vertici per la scarsità di concorrenza. Inutili le baldanzose dichiarazioni di Bob Arum (89 anni), che da ottimo incantatore di serpenti addirittura prospettava la vittoria del pugile balcanico, prima del limite. Il match è risultato un monologo del campione, che lo sovrastava in altezza e allungo, Pulev è risultato un comprimario. Il match poteva finire già al terzo round, col bulgaro stordito da un paio di montanti, finito contro le corde volgendo le spalle, che a rigor di regolamento significa abbandono. L’arbitro, come succede, ha voluto regalare qualche altra ripresa al pubblico, contando Pulev che si è salvato, essendo il round verso la fine. Dal quarto all’ottavo la sfida è andata avanti al piccolo trotto, con fiammate brevi quando Joshua attaccava con l’uno due, salvo il sesto round con Pulev che sia pure timidamente ha provato a cambiare la musica, ma si è trattato di una breve parentesi. Già nell’ottavo è bastato muovere le braccia al gigante londinese con radici nigeriane e Pulev andava in confusione. Nella nona, Joshua entrava deciso nella guardia dello sfidante centrandolo tre volte con l’uppercut e Kubrat finiva al tappeto, sia rialzava, ma tornava subito giù, sul destro alla mascella e stavolta per il conto totale. Per il campione una seduta di allenamento, niente di più. Non mi unisco alle esclamazioni trionfalistiche, ritenendola una vittoria superscontata. Clamoroso fosse accaduto il contrario. Joshua ha un fisico straordinario, non è un talento e infatti cerca di migliorare strada facendo. Boxe scolastica ma buoni fondamentali sui colpi lunghi, assolutamente nullo a corta distanza, resta ancora scoperto anche se adesso alza il destro, quando allunga il sinistro. Non da oggi è la gallina dalle uova d’oro di Eddie Hearn dei massimi. Il suo destino era iniziato dai Giochi di Londra, che doveva assolutamente vincere. Come i fatti dimostrarono. La BBB, sapeva benissimo tutto questo e l’AIBA era connivente. L’oro olimpico ai danni di Roberto Cammarelle fu un furto con destrezza a livello politico. Solo il KO poteva punirlo e non è detto che gli inglesi non avessero un piano B e C. Gli inglesi, lo insegna la storia sono stati non solo i più grandi colonizzatori ma anche e soprattutto i più feroci affaristi. Basta rispolverare la storia, dalla Regina Vittoria in avanti, che pur di guadagnare ed essere la più grande nazione del mondo, sono stati capaci di rendere la Cina, oppio dipendente, pur di avere il predominio nel mondo. Per conoscere meglio quanto affermo, basta leggere “Quando inizia la nostra storia” di Federico Rampini, uscito a fine 2017, l’ultimo su questo argomento. Torniamo a noi. Dopo il successo di Joshua, si torna a parlare della grande sfida che toccherà i vertici dei guadagni su tutti i fronti, contro Tyson Fury, che non ha la popolarità del connazionale ma è terribilmente concreto. Personalmente ritengo che il contratto sia già stato firmato da tempo. Prima sfida nel 2021 e la rivincita magari nel 2022. Chi vincerà? Ritengo che Fury avrà la meglio per KO. Joshua non la mascella di granito e psicologicamente è fragile. Tyson è indisciplinato per carattere, ma anche capace di capire che di fronte a certe opportunità (nei due confronti i protagonisti si divideranno qualcosa come 100 milioni di euro e forse di più), sa diventare un atleta consapevole. Fury ha un fisico sgraziato: gambe da trampoliere, poco elegante nei movimenti, ma picchia duro, incassa e ha un repertorio di colpi superiore a quelli di Joshua. Wilder ve lo può confermare. La prossima settimana il clou dovrebbe essere la sfida fissata a Sant’Antonio nel Texas, tra il messicano Saul Alvarez (53-1-2) e l’inglese Callum Smith (27) in palio la cintura di supercampione supermedi WBA e il vacante titolo WBC. Per la prima volta Alvarez, non avrà come organizzazione la Golden Boy, ma si gestirà da solo. Sorprende che Box.Rec non abbia inserito nella data del 19 dicembre, la riunione di S. Antonio. Dove figura la bella riunione della Matchroom Boxing Italy dei Cherchi dove figurano due mondiali: Patera-Boschiero silver leggeri WBC, Maiva Hamadouche-Nina Pavlovic superpiuma IBF; Rigoldi-Yafai europeo supergallo, fissata il 17 dicembre a Milano irradiata da DAZN in diretta. A livello di curiosità, sabato ad Amburgo, torna a combattere l’ex campione del mondo Felix Sturm (40-5-3), 41 anni,  dopo uno stop di quattro anni, in carcere per frode fiscale, contro Timo Rost (10-0-2), nella serata allestita dal turco Ismael Oezen che ha rilevato la gloriosa Universum  Promotion; sul ring anche il varesino, da anni cittadino ungherese Giuseppe Lauri (56-21) attivo dal 1997, 44 anni, chiamato ad affrontare l’imbattuto tedesco Bujan Tahiri (6) che ha la metà dei suoi anni, al limite dei supermedi. A Kinshasa  (Repubblica Popolare del Congo), il campione del mondo cruiser WBC, Illunga Makabu (27-2) difende la cintura contro il nigeriano Olanrewaju Duradola (34-7) attivo dal 2011, giramondo, che a 40 anni, ha la prima opportunità iridata.

Di Alfredo

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