di Giuliano Orlando

La legge del non c’è due senza il tre, nel confronto tra Tyson Fury (33-0-1) titolare WBC e lo sfidante Derek Chisora (33-13) ha funzionato alla perfezione. Smentendo i soliti esperti, certi che l’idea del tandem Frank Warren e Bob Arum, che gestiscono il gigante rom di sangue irlandese, si sarebbe conclusa con un bagno finanziario gigantesco. Ai fatti, lo stadio dove gioca il Tottenham calcio, alla periferia di Londra, presentava il tutto esaurito. Tyson, aveva sorpreso il mondo della boxe,il 28 novembre 2015, conquistando sul ring del Fortuna Dusseldorf, davanti a 50.000 spettatori sbigottiti, le quattro cinture (IBF, WBA, WBO, e IBO), detenute da un Wladimir decisamente sottotono, spezzando il regno ucraino dei fratelli Vitale e Wladimir Klitschko che dominavano la scena dal 1999. Purtroppo per lui, l’effetto del trionfo fu devastante e invece di mettere a frutto l’opportunità gigantesca, ne combinò di tutti i colori, droga compresa, al punto che la federazione britannica gli ritirò la tessera. Questo per tre anni, dal 2015 al 2018. Giunto al fondo, grazie alla tenacia di Bob Arum e della famiglia, inizia la risalita con un recupero clamoroso. Torna sul ring il 9 giugno 2018, batte Seferi e Pianeta e sei mesi dopo il rientro, va a Los Angeles sfidando Deontay Wilder, che si presentava con un record di 40 vittorie tutte per KO, che riuscì a malapena ad ottenere un pari, grazie ad un finale d’orgoglio, dopo essere stato dominato a lungo. Da quel quel momento, Fury da dissipatore si trasforma in formichina giudiziosa. Difende la cintura WBC concedendo la rivincita e poi la bella a Wilder, concluse sempre a favore di Tyson. In particolare l’ultima, disputata a Las Vegas il 9 ottobre 2021, risultò drammatica per entrambi ma alla fine Fury ebbe la meglio di prepotenza. Torna a combattere il 23 aprile 2022 a Wembley e costringe alla resa il connazionale Dilliam Whyte, dopo una battaglia più equilibrata del previsto. La sfida con Chisora è stata una mattanza, per la tattica suicida dello sfidante che avanzava come un toro infuriato, incurante dei pugni che lo colpivano senza pietà. Questo refrain per dieci round, con Chisora segnato, l’occhio destro semichiuso, ma orgogliosamente pronto ad ogni suono del gong. Per sua fortuna, l’arbitro scozzese Victor Laughlin, quando mancavano nove secondi alla fine del decimo tempo, riteneva che l’impari lotta fosse giunta al termine e decretava il kot a favore di Tyson. Tra gli spettatori il più interessato era sicuramente Olex Usyk, colui che ha detronizzato Anthony Joshua, l’idolo degli inglesi, e che potrebbe essere il prossimo sfidante di Fury per la riunificazione delle cinture e il mancino ucraino ne possiede ben quattro (IBF, WBO, WBA e IBO). Anche in questo caso i soliti superesperti hanno già anticipato che per Usyk il destino è segnato. Io sarei molto più prudente. Ricordando che Usyk nella lunghissima carriera, iniziata nel 2005 a 18 anni, ha dominato prima da dilettante arrivando all’oro olimpico a Londra nel 2012, Professionista dal 2013, tre anni dopo conquistava il mondiale WBO cruiser che manteneva fino al 2018, aggiungendo anche quella IBF, WBC e WBA. Nel 2019 saliva nei massimi, prima batteva Chazz Witherspoon e poi Chisora. A quel punto entra in rotta di collisione con Joshua e lascia nudo il londinese. Stesso risultato nella rivincita disputata a Jedda negli Emirati Arabi il 20 agosto scorso, Usyk non è un picchiatore, ma un tecnico superlativo, dalla scelta di tempo eccezionale e nonostante i 35 anni, mantiene una condizione atletica perfetta. Che sia in grado di battere Tyson Fury è sicuramente difficile, ma è altrettanto vero che rappresenta l’avversario più quotato per compiere l’imprese. Certo, la sfida tra Fury e Joshua sarebbe stata l’ideale per un pienone storico, sia a Wembley che in qualunque altra arena inglese. Sfumata, almeno per il momento tale opportunità, anche se non è detta l’ultima parola, il confronto col mancino ucraino rappresenta un richiamo fortissimo. Se il tris tra Fury e Chisora, match dall’esito scontato come è stato, ha portato allo stadio del Tottenham oltre 65.000 spettatori, il match con l’imbattuto ucraino, dove sono in palio le cinture di tutte le sigle, assicura una marea di appassionato. Il secondo mondiale in gioco, riguardava sempre nei massimi, l’altro giovane gigante inglese Daniele Dubois (19-1) che metteva in palio la cintura WBA – Usyk è supercampione – conquistata lo scorso giugno a Miami (Usa), mettendo KO il non più verde Trevor Bryan (22-1), 33 anni, gigante di colore nato a New York, fino a quel momento imbattuto, finito KO al quarto round. Stavolta Dubois affrontava il sudafricano Kevin Lerena (28-2), trentenne dal buon record ma anche oggetto misterioso, visto che aveva quasi sempre combattuto in casa, campione del mondo IBO nei cruiser, salito di categoria quest’anno, dopo uno stop di quasi due anni. La sfida ritenuta di tutto comodo sulla carta, ha rischiato di diventare drammatica, per colpa delle ginocchia fragili del campione. Tutto nel round di apertura. Schivando il destro di Lerena, la caviglia del campione cede e Dubois  si ritrova al tappeto. La smorfia di dolore testimonia la difficoltà a riprendersi. Si rialza e sembra tutto a posto, ma appena si muove l’indietro ancora la gamba destra cede. All’angolo del campione scorrono momenti drammatici, una sconfitta così sarebbe una beffa oltre che il rinvio di piani ancora più ambiziosi. Sia pure con un altro conteggio al passivo, Dubois torna all’angolo e quel minuto di riposo è sufficiente per rimetterlo in sesto. Secondo round prudente, basata sul sinistro per tenere lontano l’avversario e alla terza ripresa la soluzione, con un bel montante che stordisce Lerena e la successiva serie è determinante per decidere l’arbitro a dire stop, anche se mancano pochi secondi alla conclusione della ripresa. Che Dubois abbia colpi esplosivi non lo si scopre oggi, visto che dall’esordio al professionismo ha messo KO ben diciotto dei diciannove avversari affrontati. Si tratta di capire quando sarà a cospetto dei grandi big, cosa saprà offrire e se le ginocchia avranno fatto giudizio. Per quanto riguarda Lerena, si è dimostrato una tigre di carta, afflosciatosi ai primi colpi messi a segno dal campione. L’ucraino Denys Berinchyk (17) designato sfidante all’europeo leggeri dall’EBU, scalza il francese Yvan Mendy (47-6-1), che aveva conquistato la cintura EBU lo scorso aprile ai danni del nostro Gianluca Ceglia, vittima della incredibile incapacità dell’EBU di prendere decisioni, dopo che gli organizzatori finlandesi avevano rinviato infinite volte la sfida contro il kosovaro Tatli e l’italiano. Quando finì la presa in giro finnica, la Francia, che nel frattempo aveva recuperato all’attività il non più tenero Mendy, 37 anni, fermo da due stagioni, si propose vincendo con poca fatica l’asta e la sfida europea diede ragione a Mendy. Un regno durato sette mesi. A Londra, la boxe più concreta del rude ucraino, che nel 2012, colse l’argento olimpico dei leggeri, battuto in finale dal cubano Iglesias, ha avuto ragione del francese, che alla distanza ha dovuto lasciare il passo ad un Berinchyk, che non è certo un fiorettista elegante, ma ha mani pesanti che lasciano il segno. Prosegue la marcia vincente del giovane mediomassimo mancino Karol Itauma (9), 22 anni, nato il Slovacchia ma nazionalizzato inglese che ha messo KO all’ottavo round Vladimir Belujsky (12-6-1) a sua volta slovacco di nascita, residente in Irlanda.

Di Alfredo

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