Oggi la Basilicata pugilistica conta principalmente per le origini di Roberto Cammarelle. Ma quando associ la boxe a Potenza viene fuori in maniera automatica il nome di Rocco Mazzola, il grande campione degli anni ’50 e ’60 scomparso all’età di 78 anni. Era emigrato da giovane nel nord Italia stabilendosi per molti anni a Varese, dove si allenò più tardi con il gruppo della Ignis sotto la guida di Libero Cecchi. Il suo esordio fu bruciante con una bella serie di vittorie ove facevano spicco i successi prima del limite su Baccheschi e Milandri, ma soprattutto la netta vittoria ai punti su Don Ellis, un nero americano di grande esperienza. Ma quando arrivò al titolo italiano trovò sul suo cammino Sandro “cucciolo” D’Ottavio, che riuscì a invischiarlo superandolo di misura. Rocco si prese un’immediata rivincita sullo stesso avversario a Milano e a Saint Vincent sempre per il titolo.

Fu scelto poi dal campione d’Europa Erich Schoeppner per una difesa volontaria nei mediomassimi, ma i 18mila spettatori di Dortmund accorsi per assistere ad un nuovo successo del loro beniamino quella sera tremarono, perché i  colpi dritti di Rocco trovavano la strada per arrivare a segno anche duramente. Il successo dell’imbattuto tedesco fu striminzito e la stampa locale mise in luce la bella prova di Mazzola dicendo anche che Schoeppner fu costretto a combattere come se fosse lo sfidante per ottenere la vittoria. A Mazzola mancò l’esperienza, ma soprattutto quella cattiveria propria del fighter. Difficile trovare avversari al pugile lucano per cui l’elenco dei suoi match era di prima scelta con gente del calibro di Santo Amonti, Giulio Rinaldi e il sudafricano Mike Holt, sfidante al titolo mondiale. Anche se viene battuto Rocco è sempre un osso duro, da prendere con le molle. I tedeschi lo rivedono all’opera con un altro fuoriclasse, si tratta di Gustav “Bubi”Scholz senza titolo in palio. Si aspettavano tutti una vittoria prima del limite di Scholz e invece il match durò lungo l’arco delle dieci riprese condotte con affanno dal pugile di casa.
Mazzola, fisico asciutto, era piuttosto alto e a lungo andare ebbe qualche problema con la bilancia. Niente paura perché conquista anche il titolo della massima categoria e lo difende contro il padovano Federico Friso, pugile potente ma tecnicamente inferiore al lucano. Mazzola ha un problema fisico che la sua boxe incisiva e di rimessa maschera con abilità: la spalla lo costringe a combattere con dolori lancinanti. Oltrettutto deve combattere con gente di 90 chili e passa. Il suo ultimo avversario è Franco Cavicchi il colosso emiliano che era stato campione d’Europa. Mazzola perde il titolo italiano, lo fa onorevolmente viste le sue condizioni, ma dice basta dopo aver disputato in totale 42 incontri (+ 28, -11, = 3). Solo una volta non arrivò al limite, ma fu una sconfitta per ferita quando era in vantaggio sul veneto Plinio Scarabellin.
A fine carriera ha messo su con la sua famiglia una fiorente attività. Il suo nome divenne famoso anche per altri motivi. Luchino Visconti, il grande regista, era un appassionato di boxe ed era quasi sempre presente alle riunioni che si svolgevano all’epoca a Milano. Al regista venne l’idea di un film sugli emigranti e la boxe all’epoca del boom economico. Il nome Rocco del suo protagonista lo prese proprio da Mazzola, che nel film ebbe anche una piccola parte. A Visconti piacque molto la storia di questo pugile e della sua famiglia. Il film fu considerato un capolavoro, e qualche merito indirettamente lo prese pure Rocco Mazzola, atleta serio e schivo, lontano dai riflettori. 

 

Di Alfredo

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