Giornalista professionista Rai, ex inviato per l’emittente statunitense Espn, collaboratore de “Il Messaggero”, maestro di pugilato ma innanzitutto grande appassionato di boxe. Così piace definirsi Stefano Buttafuoco, personaggio noto nell’ambiente pugilistico italiano, soprattutto per i suoi resoconti e per le sue interviste pubblicate sulle pagine sportive di varie testate tra cui Boxe Ring, la rivista ufficiale della Federazione Pugilistica Italiana. Lo abbiamo incontrato per parlare di questo suo amore per la “noble art”, delle sue esperienze editoriali e della delicata situazione che sta attraversando il pugilato italiano.
Stefano, da dove deriva questa tua passione ?
“Nasce dagli aneddoti di mio padre che passava i week end tra i palazzetti di tutta Italia per vedere riunioni di pugilato. I suoi erano gli anni sessanta, quelli della grande boxe capace di radunare più di sessantamila persone a San Siro per assistere alla sfida tra Benvenuti e Mazzinghi”.
Quando hai iniziato a frequentare le palestre di pugilato ?
“Ho iniziato a praticare la boxe a sedici anni, nella palestra di Stefano Fiermonte. Ancora sento nel naso l’odore di quel posto che sapeva di sudore, di fatica, di guantoni in pelle consumati. Poi una vita alla Talenti boxe con il maestro Roberto Ferri. A quarant’anni ho fatto il corso da aspirante tecnico, quindi quello da tecnico federale al Centro Federale di Assisi. Un’ esperienza che ricordo con immenso piacere. Confrontarsi con i maestri di tutta Italia e vivere a stretto contatto con i pugili della nazionale italiana è stato qualcosa di veramente speciale”.
Attualmente dove insegni ?
“Allo Juvenia, un centro sportivo sulla Cassia, a Roma. Mi piace condividere questa mia passione con i più giovani ed anche se il mio lavoro è un altro ho sempre cercato di ritagliarmi un pò di tempo per svolgere questo tipo di attività. La boxe è una disciplina capace di trasmettere dei valori – quali l’onestà, il rispetto per l’avversario e la determinazione – che sono fondamentali anche e soprattutto nella vita di tutti i giorni. Dico sempre che ho visto più gente salvarsi nelle palestre di pugilato che negli ospedali”.
Parliamo del tuo percorso professionale extra pugilistico….
“Mi sono laureato in Economia alla Luiss. Sono giornalista professionista ed ho fatto tante esperienze sia di televisione che di carta stampata prima di entrare in Rai dove attualmente lavoro. Sono stato inviato per “Espn” (canale tematico di sport americano di proprietà Walt Disney) per oltre 15 anni, ho collaborato per “Eurosport” ed ancora scrivo per “Il Messaggero”. Insomma, mi sono sempre dato da fare, il lavoro ha sempre rappresentato una parte fondamentale della mia vita”.
Con la boxe sempre nella testa…
“Ho cercato di vivere il mondo del pugilato in tutte le sue sfaccettature. Ho collaborato per vari siti web specializzati, ho lavorato e sono tutt’ora l’addetto stampa della BBT Promotions di Davide Buccioni, un grande amico per me. Ultimamente ho prodotto un docureality dal taglio sociale che sto proponendo a Rai e Mediaset. Si tratta di un progetto in cui credo molto e che ho realizzato insieme ad un gruppo di amici con il patrocinio della Federazione Pugilistica Italiana. Speriamo che possa concretizzarsi, sarei contento se non altro per dare visibilità a questo sport straordinario sul quale ruotano delle storie di vita incredibili”.
Di cosa si tratta, ce ne vuoi parlare meglio ?
“Si tratta della storia di alcuni ragazzi cresciuti in città e quartieri particolari (un albanese adottato da una casa famiglia a Lucca, uno della periferia di Roma, uno di Scampia etc). Li abbiamo seguiti nelle loro giornate tipo, abbiamo vissuto la loro passione per la boxe, i loro sogni ed i sacrifici che sono disposti a fare per raggiungerli, fino a quando……. Di più non posso dirti (ndr: ride scherzando), spero veramente che a breve possano esserci delle novità e che qualche televisione voglia trasmettere il format. Per me – ci tengo però a sottolineare – è stato comunque un successo. Girare l’Italia e vedere come la boxe riesca a riunire tante persone dai background cosi differenti mi ha fatto capire – una volta di più – l’enorme funzione sociale di questo sport”.
Ma perché la boxe trova cosi pochi spazi a livello televisivo ?
“Le televisioni hanno bisogno di palinsesti certi e di spettacoli di qualità e troppo spesso queste due condizioni non si realizzano. Quante volte le riunioni saltano ad una settimana dalla data per problemi organizzativi? E quante volte lo spettacolo offerto si è rivelato al di sotto delle aspettative iniziali ? Tutto l’ambiente pugilistico deve farsi un esame di coscienza, smettere di assumere un atteggiamento vittimistico e rimboccarsi le maniche. Questo non vuol dire che anche le televisioni non abbiano la loro parte di responsabilità. In Rai si investe l’1% del budget dedicato all’acquisto dei Diritti Sportivi e non è che i competitors (mi riferisco anche alle pay tv) facciano tanto di più. Decisamente poco per uno sport con simili tradizioni che oggi – tra l’altro – sta vivendo un momento di reale esplosione a livello amatoriale. Speriamo che qualcosa possa cambiare, che le risorse possano aumentare e che cosi facendo anche i manager possano allestire spettacoli più appetibili”.
Credi che questo disinteresse dipenda anche da una generale percezione negativa di questo mondo ?
“L’immagine della boxe – agli occhi dei non addetti ai lavori – è ancora quella stereotipata dello sport violento, praticato per lo più da persone da evitare. I delinquenti stanno all’interno di tutte le categorie sociali ma purtroppo quando si tratta di un pugile la cassa di risonanza si amplifica in modo strumentale. E’ sempre stato così e – purtroppo – sempre lo sarà. Quello allora su cui si deve lavorare è sulla promozione dei valori più tradizionali del pugilato quali il rispetto per l’avversario, il sacrificio e la lealtà. Mi spiegate perchè in Italia la stragrande maggioranza dei bambini tra i nove ed i quattordici anni pratica le arti marziali? ll motivo risieda nel fatto che sport come il karate o il judo sono percepiti – a livello educativo – come discipline di un livello superiore rispetto alla boxe. Ebbene, è ora di rimuovere questo pregiudizio e l’unico modo per farlo è attraverso una comunicazione più efficace”.
Cosa pensi dell’attuale momento che sta vivendo il pugilato italiano ?
“Risente sicuramente di tutte queste considerazioni. I pugili professionisti non riescono a vivere di sola boxe dato che le borse che gli vengono proposte risultano inadeguate all’impegno richiesto. Non si può combattere per un titolo italiano – affrontando una preparazione di dieci-dodici settimane – per 2.000 euro. Questo è quello che il sistema ti riconosce, ma così non si va avanti. In questo senso considero degli eroi moderni coloro che fanno oggi della boxe, nel nostro paese, la loro principale attività. In questi anni – attraverso le mie interviste – ne ho conosciuti veramente tanti di pugili professionisti, con alcuni ho instaurato anche un rapporto di vera amicizia e questo è il motivo per cui quando salgono sul ring mi sento molto legato a loro. Sono consapevole dei sacrifici che devono affrontare per non mettere da parte i loro sogni e capisco benissimo la loro rabbia nel vedere altri personaggi sportivi di altre discipline guadagnare tanto di più ed avere molta più visibilità”.
E a livello dilettantistico ?
“A livello dilettantistico il discorso cambia grazie alla possibilità di inserimento nell’ambito dei gruppi sportivi militari. Ma ho sempre considerato quello un mondo a parte, con problematiche di altro genere. Di certo non si vive da nababbi come spesso sento affermare in modo abbastanza superficiale, ma almeno non si muore di fame e si ha la sicurezza di un posto fisso”
Un ultima domanda Stefano, per chiudere l’intervista con un curiosità personale. Se dovessi indicare i tuoi due pugili preferiti, chi ti viene in mente ?
“Sono legato alla boxe degli anni ottanta, quindi dico innanzitutto Roberto Duran. Centodiciannove match da professionista, campione mondiale in quattro categorie di peso diverse (leggeri, welter, superwelter, medi). Ancora oggi mi rivedo su Youtube le sue sfide contro Sugar Ray Leonard, Vinny Pazienza ed Hector Camacho. Poi il grande Mike Tyson, la belva, il pugile che mi faceva alzare la notte per assistere ai suoi match e che puntualmente mi faceva rimettere a letto dopo pochi minuti vincendo per Ko nelle primissime riprese. Che delusione vederlo al tappeto contro James Douglas, ricordo che non riuscivo a farmene una ragione. Un fenomeno che aveva buttato al vento il suo talento perdendo contro un pugile normalissimo. Un personaggio come lui oggi non esiste ma ci starebbe proprio bene”.
(al. br.)
