di Giuliano Orlando

Quella sera del 29 aprile 2017, al Wembley Stadium di Londra erano presenti 90.000 spettatori, – record assoluto nel Regno Unito – per assistere alla difesa del loro idolo Anthony Joshua, che metteva in palio le cinture WBA, WBO, IBF e IBO contro l’ucraino Wladimir Klitschko. Il gigante londinese aveva conquistato la prima cintura iridata (IBF) il 9 aprile 2016, quattro anni dopo il passaggio al professionismo e l’oro (immeritato) ai Giochi di Londra. L’impresa, a spese di Charles Martin, il mancino americano del Missouri, alla prima difesa, dopo aver battuto l’ucraino Vyacheslav Glazkov a New York il 16 gennaio 2016, finito KO al terzo round. Per Joshua una conquista facile, come le due successive difese contro Dominic Breazeale ed Eric Molina sempre a Greenwich alla 02Arena, la struttura dove si era svolto il torneo olimpico della boxe. Il non più giovane Wladimir, 41 anni, tornava sul ring a distanza di 15 mesi dalla clamorosa sconfitta contro Tyson Fury, il trampoliere irlandese di origini rom, che sul ring di Dusseldorf in Germania, il 28 novembre 2015 aveva denudato il re ucraino che regnava sul tetto del mondo dal 14 ottobre 2000. Quella lontana sera a Colonia in Germania, sfilava la cintura WBO a Chris Byrd, vendicando anche il fratello Vitali, che il primo aprile dello stesso anno l’aveva lasciata nei guantoni del mancino di Flint nel Michigan, ottimo tecnico molto veloce di gambe e braccia. Contro il più giovane Wladimir, l’americano non ebbe scampo. Iniziava così il regno del gigante, figlio di un generale dell’aviazione dell’URSS di stanza in Kazakistan, dove era nato il 25 marzo 1976. Wladimir, prima di essere sconfitto da Fury, oltre ad aver irrobustito il capitale di sigle, per 24 volte era uscito vincitore contro gli sfidanti, sfiorando il record assoluto che ancora detiene Joe Louis con 25 difese vittoriose. Per il più giovane inglese (27 anni) si trattava dell’esame di maturità contro un avversario più anziano di 14 anni, ma sempre pericoloso e consapevole che sarebbe stata l’ultima spiaggia di una carriera infinita. Battere Joshua significava entrare nella storia dei massimi come il pugile che realizzava l’impresa impossibile. Infatti il tentativo fallì, ma prima di perdere all’11° round, lo sfidante fece vedere le streghe al campione. Match di grandissima intensità e drammatico. Joshua manda al tappeto l’ucraino alla quinta, che ripaga della stessa moneta l’inglese nella sesta. Prosegue l’avvincente battaglia che delizia il pubblico, con alterni vantaggi, fino al penultimo round, quando Joshua trova la combinazione giusta e Klitschko deve arrendersi ormai sfinito. Si conclude così l’ultimo tentativo per riportare l’Ucraina sul tetto dei massimi. Un addio ricompensato da numeri principeschi delle borse: quasi 18 milioni di dollari per ciascuno.                                                       Dopo un’attesa di quasi sei anni, l’Ucraina è tornata sul trono, spodestando proprio Anthony Joshua (24-2), facendo saltare il banco dei pronostici, che ritenevano quasi remota la vittoria di Olek Usyk (19), salito tra i giganti, dopo aver dominato nei cruiser.  Stavolta come nel 2017, ad organizzare gli eventi la famiglia Hearn, che opera a tutto campo: snooker, golf, pesca sportiva, bowling, freccette, ping pong e football. Al Wembley Stadium, fu papà Barry il fondatore nel 1982, mentre allo stadio Tottenham Hotspur, a Nord di Londra toccò al figlio Eddie. La sconfitta netta di Anthony Joshua, la punta della ricca scuderia di Eddie Hearn, potrebbe apparire un brutto colpo, ma non è proprio così. Da avveduto promoter, dal 2018 la Matchroom ha il 50% dell’attività di Usyk, il resto appartiene alla K2, ovvero ai fratelli Klitschko, presenti a Londra e felicissimi del risultato. Che ha premiato oltre ogni previsione lo sfidante più anziano. Se qualcuno avesse avuto qualche dubbio sul risultato, a cancellarli è stata l’ultima ripresa, con Joshua in affanno e sull’orlo del KO. Che poi, oltre alla superiorità dell’ucraino, si fosse aggiunto il problema all’occhio destro di Joshua, non cambia nulla. La realtà della sfida è che il maggior tasso tecnico di Usyk ha determinato la vittoria dello sfidante, andando oltre ogni situazione meno favorevole secondo i pronostici della vigilia. Smentendo gli incompetenti delegati alla presentazione dell’evento che avevano anticipato trattarsi di un match già scritto, esclusivamente a favore di Joshua!                                                                                                                                               Gli Oltre 60.000 spettatori hanno sperato che Anthony Joshua, mantenesse le quattro sigle (WBO, WBA, IBF e IBO), ma hanno anche capito che la strada per farcela si faceva sempre più in salita, ripresa dopo ripresa. Nonostante il gap del peso, quasi nove kg. a favore di Joshua, l’età: 34 anni dell’ucraino contro i non ancora 32 dell’inglese e la struttura decisamente inferiore, il nuovo campione ha dettato i tempi dell’incontro con una sicurezza incredibile. Al contrario di Joshua che non ha mai messo in pericolo lo sfidante, il nuovo campione quando affondava i colpi, creava situazioni allarmanti al rivale. Incontro condotto su ritmi non eccezionali, comunque di buon livello, che alla soglia dell’ottavo round poteva definirsi in parità. Dalla nona tornata la bilancia del rendimento ha iniziato ad orzare verso il già campione cruiser, ancora pimpante e sempre più veloce nell’esecuzione dei colpi, che si infittivano minuto dopo minuto. Concordi i giudici sul risultato a favore di Usyk, anche se i cinque punti assegnati dall’ucraino Fesenko (117-112) per il connazionale erano forse troppo generosi, mentre i quattro di Wisfeld (Usa) come i tre di Foster (G.B.) rispecchiavano la realtà di quanto si è visto sul ring. Usyk, con questa vittoria conferma di essere un campione dall’incredibile longevità e rendimento. Nato il 17 gennaio 1987 a Simferopoli in Crimea, salito sul ring a 15 anni, disputando in maglietta 350 incontri, lungo i quali ha vinto l’oro olimpico a Londra 2012, titoli mondiali ed europei, decidendo nel 2013 di passare professionista, assieme al suo grande amico Vasyl Lomachenko. In quell’anno, accompagnati da Anatoly, il papà di Vasyl, si presentarono a Bob Arum (Top Rank) che accolse la richiesta di Lomachenko, declinando quella di Usyk, ritenendolo non adatto al professionismo e in una categoria poco appetibile come quella dei cruiser. Infatti, mentre Lomachenko debuttava a Las Vegas, pagatissimo, Usyk faceva altrettanto a Kiev, con borse decisamente più modeste, disputando i primi nove incontri col promoter Alexander Krassyuk e il manager lituano Egis Klimaz che gestisce alcuni dei più forti pugili dell’Est Europa. Oggi il vecchio Arum si morderà le mani mentre l’ucraino si è tolto un altro sasso dalle scarpe. Il promoter Eddie Hearn, anche se avrebbe preferito che Joshua mantenesse le cinture, non si preoccupa più di tanto. Infatti ha informato la stampa che nel caso di sconfitta dell’inglese, era prevista la rivincita. Joshua, giunto all’undicesima difesa, ha accettato la sconfitta quasi con rassegnazione, una specie di fatalità accolta col sorriso. Ha riconosciuto la superiorità del rivale e assicurato che nella rivincita sarà un’altra musica: “Non mi era mai accaduto di disputare quattro riprese, vedendo da un occhio solo. Con questo riconosco la superiorità di Usyk. Da questo momento inizio a pensare alla rivincita che non fallirò”

La sicurezza di tornare ancora campione è solo di facciata. Ben diversa dalla situazione reale creatasi dopo la sconfitta contro Andy Ruiz il primo giugno 2019 al Madison di New York. Quella sera il brutto anatroccolo messicano – paragonato fisicamente a Tony Galento, alto 1,75, ma capace di mettere al tappeto il grande Joe Louis, il 28 giugno 1939, sul quadrato del Bronx, al terzo round, anche nella ripresa successiva dovette arrendersi – distrusse Joshua sul piano psicologico, oltre che atletico. L’inglese apparentemente superiore in tutto, crollò quando si rese conto di avere di fronte un rivale che non lo temeva, ma al contrario gli teneva testa. Fu la sorpresa dell’anno. Sei mesi dopo nella rivincita le cose tornarono a posto, nel senso che il 7 dicembre 2019 in Arabia Saudita, il gigante londinese si riprese tutto il capitale dei titoli (WBA, WBO, IBF e IBO), confermando che si era trattato di un incidente di percorso. Andy Ruiz era troppo inferiore per poter sperare di ripetere l’impresa precedente.

Assai diversa la sconfitta contro Alek Usyk. L’ucraino lo ha battuto nettamente, dimostrandosi superiore sul piano tecnico, tattico e di potenza. Che nella parte finale Jushua abbia avuto problemi all’occhio destro è ininfluente nel contesto globale. Anche se ogni match ha la sua storia, resta il fatto che il nuovo campione ha vinto con pieno merito e sarà molto difficile scalzarlo. Dalla parte dell’inglese c’è la più giovane età e anche un logorio minore, ma quanto potrà servire nella rivincita è difficile da valutare. Restano per Joshua due handicap sostanziali: incassa poco e psicologicamente è fragile. Contro Usyk non ha mai cercato l’azione di forza anche se lo sovrastava sia in allungo che in altezza. Consapevole quanto la scelta di tempo del rivale lo avrebbe punito. Che il contratto imponga la rivincita conta fino ad un certo punto. Semmai la sconfitta fa slittare il previsto super match contro Tyson Fury (30-0-1), 32 anni, che il 9 ottobre a Las Vegas, mette in palio la cintura WBC, contro Deontay Wilder (42-1-1), affrontato per la terza volta. Il primo confronto avvenne l’1 dicembre 2018 a Los Angeles e fu un pareggio incredibile, visto che Tyson rientrava dopo lo stop di tre anni, dove aveva toccato il fondo sia da uomo che da atleta e quel risultato rappresentò una grande impresa, considerando che per dieci round aveva tenuto a bada l’americano. Il bis a Las Vegas il 22 febbraio 2020 a Las Vegas e Tyson umiliò il campione che non aveva mai conosciuto la sconfitta da professionista. Rispettando il contratto, Tyson ha offerto l’opportunità all’americano che sulla carta corre il rischio di una sconfitta pesante.  Posso azzardare una svolta nel caso non troppo improbabile che Usyk stoppi Joshua anche nella rivincita. A quel punto la sfida contro Tyson per la riunificazione delle sigle ad un solo campione, riguarda il mancino ucraino. Il vincitore, potrebbe concedere ad Anthony Joshua l’opportunità di un riscatto, che lo riporterebbe sulla cima dei massimi. Soltanto un’ipotesi? Vedremo.   

A Londra, Maxim Prodan meritava almeno il pari contro Florian Marko. 

Nell’importante locandina figurava anche il welter Maxim Prodan (19-1-1), ucraino residente a Milano da oltre un decennio. Allievo di Franco e Alessandro Cherchi, che lo hanno fatto crescere nella OPI GYM 82, con la giusta gradualità, assicurandogli anche un lavoro, all’interno del gym e nel contempo programmandolo nel Teatro Principe, la bomboniera della boxe milanese, tornata in vita dopo oltre mezzo secolo di silenzio. Debutta nel 2015 e diventa uno dei beniamini della struttura, vittoria dopo vittoria, fino al grande salto di qualità, quale l’inserimento nel cartellone londinese, dove ha messo in palio la cintura internazionale IBF dei welter, conquistata nel 2019 e difesa due volte sempre nella sua Milano, la città di residenza. Il match di Londra è contro l’albanese Florian Marku (9-0-1), residente a Londra, professionista dal 2018, molto apprezzato dal pubblico per il temperamento da guerriero. Marku, nell’ultimo match disputato il 20 febbraio scorso, aveva battuto Rylan Charlton (6-1-1) per getto della spugna all’ottavo round, dopo essere stato contato nella sesta ripresa. Nell’occasione la reazione di Marku risultò furiosa, portandolo al successo prima del limite. Lo stesso temperamento battagliero che distingue Prodan, ucraino di nascita, licenza romena e residenza italiana. Nel suo record figura un solo pari, contro il panamense Manuel Largacha, di stanza in Spagna il 25 maggio 2017 dopo otto round sofferti. A distanza di nove mesi, il 17 febbraio 2018, sempre sul ring del Principe, fu ancora battaglia colpo su colpo fino al sesto round, quando Prodan trova il bersaglio alto con due saettanti destri che scaraventano il panamense al tappeto per il conto totale. Sicuramente il match più violento di quelli disputati dall’ucraino. Per la sfida contro l’albanese, Alessandro Cherchi non ha sbagliato nulla. Prodan si è preparato alla Opy con Franco Cherchi e ha svolto un lungo stage a Kiev in Ucraina, molto importante per la validità degli sparring. Inoltre ha realizzato sul ring, quel salto di qualità, che sembrava bloccarlo nella crescita. Si è visto un pugile mobile sulle gambe, sul tronco e non più monotematico in attacco. Il match ha visto di fronte due guerrieri, con Marku più concreto in avvio, poi il recupero di Prodan che a giudizio degli spettatori meritava il successo. Così non è stato, ma la prova del ragazzo cresciuto pugilisticamente a Milano, ha dato la svolta e la consapevolezza di quel salto di qualità atteso da tempo. Sicuramente lo rivedremo presto sul ring, senza escludere un nuovo impegno a Londra. Per meglio capire la prova di Maxim, l’incontro me lo descrive Alessandro Cherchi che era all’angolo: “Due giudici su tre hanno premiato l’albanese, mentre il terzo ha scelto alla grande Maxim, forse esagerando. Io dico che il mio ragazzo non aveva perduto, al massimo potevano dare il pari e avrebbero tolto qualcosa a Maxim. C’è amarezza per la sconfitta immeritata, come hanno confermato i fischi del pubblico al verdetto. Purtroppo i giudici inglesi non perdono mai l’occasione di confermare uno sciovinismo atavico e deleterio. Maxim ha tenuto l’iniziativa e colpito con più precisione di Marku, che nonostante le struttura da superwelter, non ha mai messo in pericolo l’ucraino di Milano. Mentre l’albanese in alcuni momenti ha sofferto la pressione del rivale. Aver perduto la cintura Internazionale IBF welter in questo modo spiace e non poco. Abbiamo chiesto subito la rivincita e speriamo che ci venga concessa. Siamo disposti ad ospitarla in Italia, visto che siamo andati in Inghilterra e abbiamo pagato scotto. Chi aveva scritto che era una battaglia perduta in partenza sbagliava e non di poco. Maxim sapeva che questa opportunità significava il salto di qualità per uscire dai confini nazionali. Si è allenato sia in Italia che in Ucraina, ha capito che doveva migliorare sul piano tecnico e tattico e lo ha dimostrato a Londra. Il verdetto gli ha dato torto, ma il pubblico e la critica lo hanno promosso e questo è più importante. Ci sono sconfitte che valgono più di vittorie fasulle”. 

Di Alfredo

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