D'Agata con il maestro GiuliattiniAlberto Chiodini non è un esperto di pugilato, neanche un appassionato, ma semplicemente, si fa per dire, scrittore nel vero senso della parola: la sua vena scorre dalla poesia alla prosa, dalla lirica alla satira, dalle filastrocche al vernacolo. Chiodini è nato a Rondine, una frazione di Arezzo, la città (e dintorni) dove sono nati Francesco Petrarca, Pietro Aretino, Giorgio Vasari, Piero Della Francesca, Michelangelo, Roberto Benigni e tanti illustri personaggi. E’ anche la città dove è nato Mario D’ Agata, il secondo pugile italiano a conquistare il titolo mondiale dopo il leggendario Primo Carnera. In Toscana tutti conoscono o hanno sentito parlare di D’Agata, fa parte del patrimonio culturale e sportivo della Regione. Ma come accade in molti campi il tempo purtroppo “aiuta” a dimenticare. L’incontro, più o meno fortuito, tra Annamaria, la figlia del grande campione, e Alberto Chiodini è servito a rinsaldare il ricordo delle grandi imprese del pugile sordomuto. Da questa collaborazione durata circa un anno è nato “Il canto del gallo”, titolo curioso facilmente abbinabile all’alba che sorge e al peso di Mario D’Agata, un gallo di 54kg con muscoli d’acciaio, inossidabile, in un epoca, quella degli anni 50-60 ricca di incredibili personaggi.

Annamaria è rimasta sempre legata al mondo di suo padre e lo ha tramandato alla figlia Carlotta, arbitro e giudice del Comitato Toscano. Mario D’Agata aveva innate anche particolari doti artistiche come disegnatore, intagliatore di legno e decoratore di ceramiche, ma lui aveva scelto la boxe, sport duro che richiedeva sacrifici non indifferenti. Per certi versi era un predestinato anche fisicamente con cuore incredibile e resistenza sovrumana. Tardava un po’ a carburare, ma con il passare dei minuti diventava una vera e propria macchina da guerra. In pratica lottò fin dall’inizio per fare accettare la sua disabilità, ma alla fine vinse pure questa battaglia, la più difficile. Per certi versi con l’entusiasmo suscitato aprì la strada al periodo aureo della nostra boxe, quello degli anni ’60.

D'Agata e Cohen prima del mondiale
D’Agata e Cohen prima del mondiale

Attorno a lui ruotano personaggi indimenticabili dalla moglie Luana, anche lei sordomuta, a Bruno Giuliattini che fu il suo allenatore e per certi versi fu come un fratello maggiore, un padre. Lo stile di Chiodini è pura letteratura, dove al racconto fanno cornice foto inedite ma anche poesie scritte dall’autore che inizia così: “ Al suono del gong, che io mai sentirò, dentro i guantoni stringo i ruvidi pugni ad abbattere i muri”. Da professionista la sua è una marcia irresistibile, che abbatte i muri, che non sono solo gli avversari sul ring, ma anche il destino quando viene colpito al petto da una fucilata durante la lite tra suo padre e un debitore. La fine di tutto? Nossignore il fisico eccezionale reagisce alla grande. La fine della boxe? Nossignore è l’inizio di una riscossa che lo porterà fino al titolo mondiale. Arriva allo Stadio Olimpico di Roma, il 29 giugno 1956, da campione d’Europa e ne esce campione del mondo dopo aver distrutto Robert Cohen in sei riprese. Assapora poco questo titolo, perchè la sua prima difesa la effettua a Parigi contro l’astro nascente, Alphonse Halimi. Uno dei matches più controversi della storia con interruzione dovuta a mancanza di luce proprio quando D’Agata stava iniziando a carburare. Un fatto strano che colpiva il nostro pugile nel più profondo: trovarsi completamente al buio senza udire ne poter dialogare. Quando ripresero le ostilità al resto ci pensò l’arbitro a interrompere l’azione del nostro. Il verdetto favorevole fu assegnato ad Halimi che non ebbe neanche la forza di sorridere tanto era stremato e non accettò mai di concedere la rivincita. Dopo pochi mesi D’Agata riconquisterà il titolo europeo contro il suo amico-rivale Federico Scarponi, e sarà proprio quest’ultimo a chiudergli la carriera stavolta per il titolo italiano a Roma il 19 luglio del 1962. Il fisico non lo aveva mai abbandonato e lo dimostrò il suo record che non lo vide mai toccare il tappeto. E’ un caleidoscopio di situazioni e personaggi. Lo scrittore ce li fa assaporare, ci rende in un certo senso partecipi e la sua conclusione, così come aveva fatto all’inizio è scritta in versi : “Era il ring la sua foresta di cui fu spesso Re. Contenuto nei trionfi, altero nelle sconfitte mai si fermò a leccar le ferite; mai piegò la testa nè le ginocchia”.D'Agata

Alberto Chiodini

Il canto del gallo

Mario D’Agata: storia di un uomo che sconfisse anche la morte

IBISKOS

Editrice Risolo

(al. br.)

Di Alfredo