di Giuliano Orlando

2OUT – Le storie raccontate fuori dal coro degli applausi a comando. Riccardo Pratesi – NBA confidential. Fatti e misfatti dei fenomeni del basket americano. Pag.  220. Euro 18.00. Diarkos editore

Il mondo dei giganti del basket americano non è di zucchero filato, dichiara l’autore in questo libro verità, dove undici storie di altrettanti miti targati USA, li mettono a nudo, senza i filtri di un perbenismo di comodo a uso e consumo del pubblico osannante. Sono i cosiddetti capibranco. Niente sconti, ma una ricetta diversa, che accende quella luce solitamente spenta. Nell’acquario dell’NBA, il pesce piccolo è divorato da quello grande. L’aggettivazione è un carosello infinito ma anche il segno che l’usa e getta è sempre il vangelo americano. La galleria mette a fuoco star da urlo, divinità del canestro, raccontate senza la cromatura della vanità, ma con lo scalpello dello scultore, che modella il soggetto assottigliando il marmo fino a renderlo perfetto e fragile. Stephen Curry, considerato il miglior tiratore di ogni epoca, è un piccoletto dagli occhi chiari e la mira di Robin Hood. Un carnefice dalla faccia d’angelo. Afroamericano di ottima famiglia, ha l’abilità di centrare sempre il canestro e ignorare le malelingue. Dite voi se è poco. Ginobili, argentino con radici italiane, di Pollenza nelle Marche. Col tempo è diventato così popolare che lo accostano a Maradona e Messi. È stato l’eroe dei tre mondi, ha giocato in Italia (Reggio Calabria e Bologna), negli USA è entrato nella Hall of Fame, con la sua Argentina ha conquistato l’oro a cinque cerchi nel 2004 ad Atene. E’ ricco, straricco: ville e alberghi, eppure ha mantenuto l’umiltà della famiglia. In campo ha pensato prima alla squadra e dopo a sé stesso. Per questo è apprezzato da tutti. Esempio raro. Volete il suo contrario? Eccolo pronto. Si chiama Jimmy Butler, l’ex senzatetto che si ribella al destino, gigante d’ebano che esce solo con bellezze bianche, un texano che cura il corpo a livello maniacale, piantagrane eppure leader carismatico, uno che trascina con modi bruschi. Lui non è cresciuto nella bambagia, semmai in rovi che graffiano. La madre vera lo caccia di casa, ne trova una adottiva, bianca e bionda, che lo cresce con amore. Sul parquet è una specie di Enrico Toti (andate a cercare chi è), che trascina i compagni incerottati, sfiorando la Finals di Conference. Poi? Il mare della Florida, vino, caffè e viaggi. Il basket a modo suo, imprevedibile ed elegante, lo esprime Nikola Jokic, serbo di Sombor, prestigiatore che inventa e sorprende ogni volta. Eppure a scuola era l’esempio della pigrizia, poi è cresciuto di statura e di carattere. Quando è andato a giocare negli USA e hanno cercato di intimidirlo, hanno trovato risposta immediata e durissima. D’altronde con un gigante di due metri e dieci e 130 kg. trattabili, meglio scendere sempre a miti consigli. Luka Doncic, cestista, capace di contendere il ruolo di primo sportivo al ciclista fenomeno Tadej Pogacar, della Slovenia. Luka nasce ricco, il nonno è un ufficiale serbo, che indirizza il figlio Sasha al basket, passione trasmessa a Luka fin dai primi vagiti. A scuola si è cibato di libri e canestri. Che sia dotato lo notano anche gli osservatori del Real Madrid. A dodici anni mezzo finisce tra i pulcini del club spagnolo. Ma resta sempre sloveno e ne diventa la bandiera, guidando la squadra ai Giochi del 2021 alle soglie della finale. Ultimamente sta soffrendo per problemi fisici ma ha tutto il tempo per recuperare. James LeBron è troppo in tutto, che lascio al lettore il piacere di conoscerlo in certi aspetti meno noti. Lo hanno definito l’ultimo dei Mohicani, si chiama Chris Paul ed è considerato uno dei grandi registi del basket. Attivo da quasi un ventennio, spesso gli è mancato il lieto fine. Cambia squadra spesso. Una girandola da farsi venire il mal di testa. Inseguendo sogni e punti.  D’Antoni lo stima eccome: “Paul è un allenatore in campo”. Ancora alla ricerca di spezzare la maledizione del finale incompiuto. Quando ti chiamano “The Snake”, il serpente vuol ben dire qualcosa. Kevin Durant è cresciuto in un ghetto del Maryland, ha imparato a non fidarsi mai e di nessuno. Tradisce e ti sorride, ma ha tanto talento che lo inseguono i migliori club. Che lui sfrutta a dovere. Parla solo lo slang, malissimo l’inglese, eppure è sempre sulla cresta dell’onda. I nonni erano arrivati in Grecia dalla Nigeria, e Giannis Antetokounmpo è nato ad Atene, famiglia apolide, clandestina e povera. Giannis cresce alto e magro, il basket è l’approdo per evitare strade collaterali pericolose, aiutato dall’indole dolce e corretta. Nel 2013 viene scelto dal Milwaukee e in quel club è cresciuto e rimasto sempre. Eccezione alla regola. Oggi è l’idolo della Grecia, il giornalista Davide Fumagalli ha scritto un libro: “Giannis Antetokounmpo, il Dio greco del basket”, per capire il soggetto. Capobranco ideale, dominatore nell’NBA per un ventennio, schivo eppure trascinatore, arriva dal nuoto dove in acqua non si parla, Steph Duncan considerato il miglior uomo franchigia del dopoguerra. Ha saputo ritirarsi al momento giusto nel 2016, quando ha capito che non era più un fenomeno. Rifiutando al momento di sedersi sulla panchina degli allenatori. Marco Belinelli, giocatore di ruolo NBA, attivo dal 2007 al 2020, è l’eccellenza italiana. Una storia descritta nel dettaglio, con luci e ombre. Infine i capibranco del passato e del futuro, quindi l’appendice, il compendio di un libro brillante e stuzzicante come il panettone di Natale: dopo la prima fetta, senti la voglia di fare il bis e il tris.             

Di Alfredo

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