di Giuliano Orlando

Chi avesse pensato che Mayweather, dopo la vittoria di misura, ma corretta contro Pacquiao, non avesse nel cilindro il colpo a sorpresa, è rimasto deluso.  Pretty Money ha voluto offrire il colpo di teatro. Rivolgendosi ai giornalisti ha detto “Sono curioso di conoscere cosa scriverete dopo questa vittoria. Voi parlate di campioni assoluti, di Marciano, Alì, Louis e Robinson. Benissimo, oggi però il numero uno sono io. Lo dovete ammettere, Inoltre di me conoscete ben poco. Io amo la mia famiglia è quello che ho fatto è stato per loro”. Una lunga pausa e il colpo a sorpresa: “Dopo questo incontro lascio tutte le cinture che ho guadagnato sul ring. A settembre disputerò l’ultimo incontro della carriera, senza alcun titolo in palio, solo per affiancarmi a Marciano e condividere con un grande campione questo primato. A quel punto sarò un ex campione rispettato da tutti”. Sorpresa e sconcerto, ma fino ad un certo punto. Vedremo se manterrà quanto dichiarato o ci sarà un ripensamento. Di certo non avrà problemi finanziari. 

Qualora desse corpo alla clamorosa dichiarazione, il confronto d’oro di Las Vegas avrà ancora più valore. Il timore che la montagna potesse partorire il classico topolino non si è avverato. La grande sfida tra Floyd Mayweather jr. e Manny Pacquiao, ha mantenuto le promesse, nel senso che ha espresso quello che si prevedeva. Non una battaglia muscolare, ma un gioco tattico ad alto livello, dove il filippino si è messo il match sulle spalle, attaccando per dodici round, mentre l’americano ha svolto il ruolo di attendista attivo, replicando e difendendosi con arte e mestiere, rasentando la perfezione e anche l’irritazione del rivale. Pochissime le riprese nette, quarta e sesta per Manny, decima e undicesima per Floyd, le altre per un paio di colpi in più. Tutte riprese in fotocopia, con Pacquiao che insegue e l’altro che balla e evita la lotta a corta distanza. Manca il pathos della lotta tra guerrieri, l’intensità di altre sfide. Niente a che vedere quando Pacquiao domò Cotto, Hatton e De La Hoya e quando affrontò Manuel Marquez, ma siamo negli anni d’oro del filippino, che nel 2010 seppe vince il mondiale medi jr. contro un Margarito  dai pugni di piombo. E neppure alla tattica di Mayweather contro Saul Alvarez, dove mise sul ring orgoglio e voglia di domare un rivale che fa della potenza il suo biglietto da visita. A questo appuntamento sono arrivati sicuramente con qualche anno in ritardo, ma per chi ama la boxe dove i pugni sono messi al servizio del cervello, è stato un match perfetto. Per entrambi. Non sono d’accordo sui quattro punti di due giudici, non commento il 118-110 di Dave Moretti, per non trattarlo da incompetente. Personalmente ne avevo due, senza regalare nulla a Manny. Dico di più, non mi sarei scandalizzato di un pari, volendo premiare la generosità di Pac, al quale è mancata quella sostanza atletica che avrebbe fatto la differenza. Purtroppo tra i due, proprio il più anziano Floyd (38 anni, contro i 36 del rivale) è quello che ha fatto la differenza nel finale, senza rischiare, semplicemente azionando le lunghe leve con maggiore velocità, anticipando i colpi del rivale, motivato fino alla fine, ma senza quella consistenza, indispensabile per impensierire un campione di furbizia e riflessi, come il favorito. Ugualmente il confronto è piaciuto e la parte maggioritaria degli spettatori di fede filippina, ha contestato il verdetto. Trovando proprio nello sconfitto la stessa opinione: “Penso di aver vinto – ha detto Pacquiao in tutte le interviste – e non capisco il verdetto. Lui ha sempre rifuggito il contatto, ha solo pedalato all’indietro. L’ho inseguito e colpito spesso, per contro i suoi colpi non mi hanno mai messo in difficoltà. Un verdetto che non ho capito”.

Felice, ma misurato il campione in carica, che oltre alle cinture welter WBC e WBO, aggiunge quella del WBA e sale al vertice assoluto di tutte le categorie, fino a quando confermerà la decisione di lasciarle vacanti. “Sapevo che per battere Pacquiao dovevo ragionare e non cadere nella trappola dello scambio corto. Ha eseguito il compito alla perfezione. Dovevo vincere e l’ho fatto, Questo conta, il resto sono parole inutili. I risultati mi danno ragione”. Ma non confondiamo le 49 vittorie di Marciano, con le 48 di Floyd. Si tratta di due record dai connotati diversi. Marciano è stato il re dei massimi, Floyd di cinque  categorie, tutta un’altra storia.

Di fatto questo confronto passa alla storia come la sfida che ha cancellato tutti i record e da domani si ricomincia. E’ il bello della boxe, che risorge sempre, quando i soliti disfattisti, gufano per assisterne al declino. Incredibile, quanto l’invidia per i successi altrui crei astio immotivato. La giornalista Sarah Spain di ESPN, emittente esclusa dalla torta che si sono divisi HBO e Showtime, consiglia a disertare la pay per view, che ha cancellato il precedente record, andando al ristorante e dando il resto in beneficenza, Poi scopri che la collega opera col baseball, in difficoltà di ascolti. C’è chi ha definito l’incontro come l’ultima spiaggia di uno sport in crisi. Il rilancio o il funerale. Difficile capire il concetto e come si possa affermare tale tesi. Mayweather-Pacquio semmai ha dimostrato la forza e il richiamo della boxe nel mondo. Che i suoi numeri siano difficili da ripetere al momento è indubbio.  Anche se nessuno può pronosticare con certezza il futuro. Dopo Alì e dopo Tysonsi scrisse che la boxe era prossima al funerale. Poi sono arrivati i De La Hoya, i Klitschko e altri. Se altri sport avranno l’opportunità di far meglio sarà un fatto positivo per lo sport, non altro. Peccato che pochi ricordano che negli anni ’50 e ’60, indicati come irripetibili per la boxe, vigevano otto categorie e una sola sigla, oltre al mondo delle scommesse legato alla mafia, alla quale pochi si sottraevano. Oggi, in cui si parla di crisi, che qualche inesperto, collochi la boxe americana come sport di nicchia, facciamo notare che operano cinque e più sigle con 17 categorie di peso per ciascuna, ognuna delle quali ha emittenti che permettono attività continuativa, quindi lavoro per pugili, manager e tanta altra gente. Solitamente la crisi è ben diversa. Per quanto riguarda l’Italia, non si scopre nulla, sulle difficoltà del momento e sui problemi di vecchia data. Ammesso che non viaggi alla grande, resta il fatto che l’evento di Las Vegas non c’entra affatto con la situazione italiana. Paragone forzato, inopportuno e fuori strada.

Di Alfredo