Libri di Sport. Non sapete chi sono io. Parla il più discusso protagonista del recente passato. Il pallone lo porto io – Luciano Moggi e Andrea Ligabue – Mondadori editore – Pag. 190 – Euro 17.00.
Luciano Moggi, nel bene e nel male è il personaggio che ha scritto la storia del calcio, dietro le quinte. Per esplodere come una bomba, quando lo scandalo “Calciopoli” coinvolse buona parte delle società italiane. A pagare lo scotto più pesante fu la Juve, retrocessa, multata e messa alla berlina. In questo tornado che secondo i giudici faceva capo alla Triade (Giraudo, Bettega e Moggi) solo il direttore del club bianconero ebbe beffe e danni. Tutto giusto? Leggendo il libro, si è trattato di una grande ingiustizia, pilotata da chi aveva l’interesse a distruggere l’odiata “signora”. Non le manda a dire a nessuno. Sfidando chi non è d’accordo a fornire prove contrarie. Dà appuntamento ai prossimi giudizi definitivi per levarsi i sassi che gli sono rimasti nelle scarpe. In questo ginepraio di opinioni e deposizioni, scorre come un fiume in piena la panoramica di quattro decenni calcistici all’ombra delle trattative spesso segrete per acquistare i campioni e cedere i bidoni. I retroscena sono spassosi e inediti, come le crudeli radiografie di molti presidenti, finti esperti e autentici pasticcioni. Perché Ronaldo non andò alla Juve, perché Moggi non passò all’Inter, pur avendo già il contratto firmato? Che tiene in cassaforte. Come domò Maradona e vendette Zidane. L’agenda di Luciano è uno scrigno dove i tesori, sono indicati con numeri e valutazioni, analisi fredda ma necessaria per non farsi prendere da emozioni. Nedved, Del Piero, Vialli, Baggio, Vieri, Deschamps, Davies, Ibrahimovic, Zola e Pruzzo, ma pure con gli allenatori, da Capello a Lippi. Trapattoni, Ancelotti e Mancini. Un film che srotola il romanzo del nostro calcio, nel quale non mancano i presidenti, una genia up e under. Gli Agnelli rigorosamente sopra, Ferlaino sotto. Gli estremi che non si toccano. Un’auto confessione che vale una carriera: “Mio padre, appassionato di ciclismo, sperava diventassi un asso del pedale. Ci provai ma capii subito che non era nelle mie corde tutta quella fatica. Come calciatore, ero un difensore che picchiava di brutto. Giocai nei dilettanti in Toscana, poi mi chiamò l’Akragas di Agrigento. Fu l’occasione per capire se avevo un futuro in quel mondo. Risposta negativa e fine della carriera. Non sarei mai stato un predestinato. Per fortuna mi fermai in tempo”.
Giuliano Orlando
