di Giuliano Orlando

Sandro Mazzinghi è salito in cielo, accolto dai tanti grandi campioni che lo hanno preceduto. La sua storia di ring è l’esempio di chi ha superato tutte le avversità. Mi onoro di aver scritto, su richiesta del collega e amico Marco Impiglia che ne ha curato la stesura, un lungo articolo relativo alle carriere e al dualismo tra Sandro e Nino, nel libro pubblicato dalla FPI nel 2014, in occasione del centenario della sua nascita. Lo ripropongo, con la convinzione che nonostante abbia qualche anno, possa rappresentare un contributo importante, per ricordare l’indimenticabile gladiatore del ring.

Era il 1960, l’anno dei Giochi di Roma, ai quali l’allora sergente dei bersaglieri Alessandro Mazzinghi, non prese parte, superato nella preolimpica tenutasi ad Orvieto da Carmelo Bossi, che disciplinatamente era salito a 71 kg., per far posto a Nino Benvenuti, costretto ad un dieta feroce per non superare i 67 kg. dei welter. Il motivo? Il c.t. Natalino Rea, ai mondiali militari tenutisi a Wiesbaden in Germania, ha visto in azione Eduard Crook, un colored Usa con la dinamite nei guantoni, vincere alla grande nei 71 kg. a sua volta battuto ai Trials di San Francisco, da Wilbert McClure. Due clienti troppo pericolosi per un Benvenuti che non può fallire ai Giochi di Roma. In effetti i conti di Rea si dimostrano esatti, perché i due americani colgono l’oro, il primo nei 71 kg, superando in finale un Bossi splendido, il secondo nei medi a spese del polacco Walasek. Mentre Nino Benvenuti, vince nei welter (67 kg.), disputando ben cinque incontri, battendo nell’ordine Josselin (Fra), Kim So Ki, il coreano che ritrova nel 1966 a Seul, in un match mondiale ricco di misteri e sospetti, il bulgaro Mitaev, l’inglese Lloyd e il russo Radonyak in finale.  Un trionfo annunciato e non tradito. Assieme a Francesco Musso e Franco De Piccoli, il triestino biondo dai modi gentili, dalla dialettica accattivante e di bell’aspetto sale sull’Olimpo romano, premiato come il miglior pugile dei Giochi. Neppure il ladro di turno, che il giorno dopo sul tram lo alleggerisce del portafoglio, riesce ad immalinconirlo: “Per fortuna avevo lasciato la medaglia in camera” è il commento del campione.                                                                                                                                Sandro Mazzinghi, segue i Giochi da spettatore, assieme agli azzurri che hanno contribuito alla preparazione dei titolari. Il ragazzo toscano è molto riservato, addirittura introverso. Per contro, sul ring è una garanzia di rendimento, da grande agonista. Arriva in nazionale alla fine del 1958, sull’onda dei buoni risultati in Toscana e ai campionati nazionali giovanili. Natalino Rea lo premia, portandolo nell’ottobre del 1959 in Romania. E’ il suo primo viaggio in aereo, oltre all’emozione dell’esordio in azzurro. Combatte a Cluji, città storica e bellissima in Transilvania, battendo il locale Marin, per KO al terzo round, precedendo il capitano Benvenuti, fresco campione d’Europa per la seconda volta, vincitore a sua volta di Cojan per squalifica. Vicini e lontani fin da allora.                                                                                                             Emblematico un breve passaggio, sull’approccio di Sandro con Benvenuti, nel libro “Pugni amari” uscito nel 1993, premiatissimo e anche molto letto, il cui titolo specchia il contenuto. Condivisibile o meno, è una confessione dura e sincera, anche se c’è più rabbia che gioia. “Insieme all’intera equipe dei pugili a Orvieto, la località dove si allenava la nazionale, c’era una persona che già al primo incontro mi apparve poco simpatica. Era un pugile dai lineamenti morbidi, dai capelli tagliati a spazzola e che ostentava sempre un sorriso canzonatorio. Cercavo di evitarlo ma, purtroppo a volte ci si incontrava. Non nutrivo alcuna soggezione, anche se lui era già “coccolato” da tutti.  La sua frase classica era: ‘Ah toscanaccio, come va?’ Cercava di emulare il dialetto toscano, quel  veneto, e mi faceva arrabbiare. La mia risposta più bella fu: ‘ma va al diavolo’. Mi era antipatico, quando lasciai il ritiro di Orvieto speravo di non ritrovarmelo più davanti”.                                                                          Giudizio pesante, forse affrettato, che non tiene conto di alcuni particolari, non secondari. In primo luogo Benvenuti, più anziano di cinque mesi, il profumo della nazionale lo respira dal 1955 a 17 anni, dopo aver vinto sia la preolimpica di Comerio nel varesotto, che la selezione nazionale a Roma, battendo pugili più anziani ed esperti, come Paris, Furio e Malacarne. Quando Sandro viene chiamato al suo  primo raduno azzurro, siamo nell’ottobre del 1958, il triestino è il capitano della nazionale, campione europeo in carica, e l’anno dopo  a Lucerna in Svizzera, vince il secondo alloro continentale. Nel 1956, non va ai Giochi di Melbourne per la giovane età, pur essendo di gran lunga il miglior welter di casa nostra. Che abbia l’atteggiamento del “piccolo re” può dare fastidio ma ha una sua giustificazione. Mazzinghi non lo  sopporta, atteggiamento dovuto al fatto che la filosofia del toscano nasce da un’infanzia ben più difficile di quella di Nino, baciato dal talento e nato per essere il migliore. Sandro, alle battute ironiche preferisce lo scambio su ring, lui è un guerriero, non una prima donna. Il dualismo con Benvenuti, inizia fin da allora, anticipando la sfida di sei stagioni. 

Negli anni ’60 il nostro pugilato sull’onda del trionfo di Roma, è la disciplina più popolare dopo il calcio. Le grandi riunioni di Roma e Milano, sono richiami imperdibili. Per la SIS di Vittorio Strumolo, Duilio Loi è la stella all’ombra della Madonnina, con largo seguito di pubblico. De Piccoli e Benvenuti, sono i nuovi richiami della ITOS che opera a Roma e non solo. Nel 1964, si aggiunge il romano Rodolfo Sabbatini, che ha fatto esperienza giornalistica a “L’Avanti” e “Paese Sera”, fonda e dirige il quindicinale “Sport Match”, quindi inizia un’attività organizzativa di altissimo livello. Capace di far combattere nelle sue riunioni, lungo vent’anni di attività, campioni del calibro di Arcari, Antuofermo, La Rocca, Hagler e Monzon, oltre a Benvenuti e Mazzinghi, fino ad Oliva. I media fanno il resto, dando spazio ad ogni evento, mentre le più importanti emittenti si contendono le serate in guantoni. Dopo l’indimenticabile notte del primo settembre 1960, con oltre 60.000 spettatori ad applaudire l’impresa mondiale di Duilio Loi, che scalza il portoricano Carlos Ortiz dal trono mondiale welter jr., gli appassionati chiedono un appuntamento altrettanto stuzzicante. Se poi la sfida riguarda due italiani, niente di meglio. Nino e Sandro hanno il destino segnato. Essendo pugilisticamente gli esatti contrari, diventa automatico entrare in rotta di collisione. Lo chiede il pubblico, con un tam tam che diventa un tuono infinito.

I dualismi non subiscono mai la polvere del tempo e restano nella memoria. Bartali e Coppi sono i portabandiera, la punta di diamante assoluta, considerato che parliamo di oltre mezzo secolo addietro. In ottima posizione i campanilismi esasperati sul ring. Purtroppo le antiche sfide Bosisio-Jacovacci, Bosisio-Frattini, Orlandi-Turiello, Orlandi-Locatelli, Venturi-Turiello e Botta-Bisterzo, non hanno l’opportunità del piccolo schermo, ma le cronache di allora, assicurano che spesso proseguono anche fuori dal quadrato, tra i tifosi delle opposte fazioni.

Benvenuti debutta al professionismo nella sua Trieste il 20 gennaio 1961 e dopo trenta vittorie conquista il titolo italiano medi, a spese di Tommaso Truppi nell’aprile 1963. Quando affronta Sandro Mazzinghi ha un record immacolato di 56 successi. Lungo il percorso di avvicinamento, pur confermando le previsioni di un grande futuro, fa correre brividi al pubblico e a se stesso. Al quarantesimo match, il 15 novembre 1963, dopo meno di due minuti del primo tempo, incrocia un destro vagabondo del nicaraguense Luis Gutierrez, che lo coglie sul mento. Nino è al tappeto, per la prima volta in carriera. I 20.000 del Palasport di Roma, trattengono il fiato, mentre l’arbitro molto comprensivo  scandisce i secondi senza fretta. Ci vogliono tre round per riprendere lucidità e trovare la strada del sinistro che frattura la mascella dell’ospite, fermato alla settima, ormai spento. Un mese dopo batte l’ancora quotato Teddy Wright, un americano innamorato dell’Italia, cliente abituale dei ring romani (17 volte) e italiani (28 incontri), un bel talento che l’anno prima ha conteso sul ring di Vienna il mondiale medi jr. a Emile Griffith. Nino vince bene e il pubblico inizia a prenderlo in simpatia. Fiducia che aumenta con i successi contro l’ex iridato Danny Moyer, la difesa tricolore ancora con Truppi, un amico, compagno di allenamento fin dal tempo dei dilettanti, tanto che nell’occasione l’arbitro romano Pica, li invita a fare il match, diversamente li rimanda a casa per scarsa combattività. Capita l’antifona, si adeguano e combattono sul serio. Vince altri quattro match ed è pronto alla sfida attesa dal popolo della boxe.  

Sulla sponda toscana, neppure il guerriero di Pontedera scherza, semmai brucia le tappe in modo più rapido e titolato. Sandro, debutta il 15 settembre 1961 a Firenze, liquidando Gagliardi in poche battute. Lo guidano Adriano Sconcerti e il fratello Guido, ex campione italiano medi dal 1956 al ’58, talento gettato al vento dal gentil sesso. Sotto l’ala della SIS, che si avvale dei contatti importanti di Steve Klaus, da medio jr. arriva direttamente all’appuntamento mondiale dopo due sole stagioni, con pieno merito, avendo dimostrato agli esperti e al pubblico di che pasta è fatto. Va a Parigi nell’ottobre del ’62 e castiga Charlie Attali, su cui i francesi riponevano molte speranze. L’italiano sbriga la faccenda  in meno di due round. Tre mesi dopo torna nella capitale francese, ha di fronte il campione nazionale Hippolyte  Annex, di ben altra caratura: 28 vittorie, 5 pari e una sola sconfitta contro il grande Laszlo Papp per l’europeo medi. Mazzinghi per cinque round non ha vita facile, ma col passare delle riprese il martellamento inesorabile costringe i secondi del francese a gettare la spugna al nono round. A quel punto la SIS capisce che il giovanotto di poche parole ma di tanti pugni, vale davvero e prepara il cammino verso il mondiale. Per nulla agevole. Dopo il mestierante Randall steso alla prima ripresa, al palasport di Roma doma l’irriducibile  Tony Montano, mentre al Vigorelli il quotato mormone Don Fullmer, giunto col favore del pronostico, si arrende all’ottavo tempo, rintronato di pugni. Vittorie importanti che confermano i progressi tecnici. Mazzinghi, pur restando attaccante a tutto tondo,  ha imparato anche a difendersi, oltre che colpire per linee più interne. Arriva il giorno del mondiale medi jr., titolo detenuto da Ralph Dupas, nato a New Orleans in Luisiana, una carriera partita nel 1950 a 15 anni da peso piuma, lungo un percorso infinito, che lo ha portato a tentare nei leggeri e nei welter la conquista iridata contro Joe Brown (1958) ed Emile Griffith (1962) con esito negativo. Nel curriculum figurano vittorie su Esteban, Andrade, Lane, De Marco e un pari contro Ferrer a Parigi nel ’57. Supera Joe Giardiello nel ’61,  prima di battere Denny Moyer a New Orleans e scalzarlo dal doppio mondiale (WBC e WBA). Al Vigorelli, il campione ha all’angolo una delle leggende dei manager, Angelo Dundee, origini italiane, che guida Muhammad Alì. La battaglia non manca, ma l’esperienza e anche l’ottima impostazione di Dupas non bastano a contenere la furia ordinata del guerriero di Pontedera. Dupas usa ogni mezzo, compresi i colpi interni che tagliano il viso, per contrastare gli assalti. Tutto vano, al nono round l’arbitro ferma l’impari lotta. E’ il sette settembre 1963, Sandro scrive nel suo diario: “All’ottava ripresa, una testata mi spacca l’arcata sinistra, ho la faccia inondata dal sangue. Se mi fossi lasciato intimorire, lui avrebbe vinto. Ma avevo promesso a me stesso che sarei morto sul ring piuttosto di cedere. Nella nona ripresa, con la ferita riaperta, ho sparato un destro dove c’era non solo la forza fisica, ma psicologica, disperazione e odio. Lui voleva rubarmi il sogno slealmente e questo non potevo accettarlo. Lo mandai al tappeto e l’arbitro evitò di fargli prendere altri pugni, fermando il match”.    

A dicembre concede la rivincita, come da contratto, sul quadrato di Sydney in Australia dove l’americano ha preso residenza. Combatte allo Stadium, davanti a 10.000 spettatori, con una buona presenza italiana. Mazzinghi vince per ko al 13° round. Il pubblico è al settimo cielo dall’entusiasmo, avendo assistito ad una corrida violenta in tutte le riprese. Dupas sa che la sconfitta le escluderebbe dal giro mondiale, anche se ha solo 28 anni, ma una carriera usurante. Per questo usa ogni mezzo per vincere. Taglia l’italiano, ma alla fine è lui a inginocchiarsi tre volte, prima della resa. Mazzinghi è il re indiscusso. La gioia, purtroppo dura poco. La sera del 14 febbraio 1964, è vittima di un incidente d’auto in cui perde la moglie Vera, riportando a sua volta  una frattura alla base cranica e la rottura del labirinto all’orecchio destro. Altri si sarebbero arresi. Non così Sandro che dal 12 aprile alla fine dell’anno, combatte ben sette volte, compresa la difesa iridata a Genova, superando il tenace Tony Montano KO al 12° round, dopo diversi conteggi. Il recupero è un dato di fatto. Conclude l’anno a Roma, prima supera Gaspar Ortega, un messicano di lungo corso, battuto ai punti da Benvenuti l’anno prima. Sandro lo liquida alla settima. Difende la cintura col sardo Fortunato Manca, altro guerriero irriducibile, che lotta fino al termine, anche se deve accettare l’evidente superiorità del campione. Sandro è instancabile, inizia il ’65, a spron battuto, tra gennaio e aprile tre incontri. Batte e ribatte il quotato Isaac Logart, un cubano dalla boxe tecnica, giramondo con grande dignità. A fine aprile è la volta di Mel Ferguson a Genova, finito KO al 3° round.

Arriva il momento della supersfida. Il 18 giugno 1965, tutto esaurito allo Stadio San Siro di Milano, pronostico per Benvenuti, tifo più rumoroso per Mazzinghi. Tensione altissima, il pubblico segue le azioni col fiato sospeso. Per cinque riprese Mazzinghi cerca la battaglia e Benvenuti replica con prudenza. Alla sesta, un gancio destro devastante del triestino  chiude la sfida, senza appello per il campione scalzato. Scrive Mazzinghi nel libro “Sul tetto del mondo”: “Quel montante destro mi è arrivato come una fucilata, e la scossa elettrica mi è entrata nel cervello. Sono certo che mi ha punito anche la mia presunzione. Mi sentivo bene, pieno di energie e le sue azioni non mi avevano mai messo in difficoltà”.

Il vincitore, ricorda così, quella vittoria nel libro “Il mondo in pugno”: “Quel colpo l’ho studiato a lungo in allenamento. Ma debbo stare molto attento, perché l’avversario colpisce duro e non cede mai… Devo solo pazientare. L’occasione arriva alla sesta ripresa. Vedo arrivare il suo sinistro, lo evito d’un soffio e quando giunge all’altezza della mia spalla, ecco la sua lieve genuflessione che stavo aspettando. Il mio montante arriva preciso e potente al mento. L’ho colpito con tale violenza che penso non possa alzarsi in tempo… Gli vado incontro, si gira verso di me e il suo primo pensiero rivela l’orgoglio del campione. Mi chiede di accordagli la rivincita. Gli rispondo di sì”.

La rivincita si svolge a Roma sei mesi dopo. Vince ancora Benvenuti, stavolta ai punti, con strascico di polemiche. In effetti Mazzinghi, pur contato al secondo tempo, dimostra di essere un gladiatore capace di resistere a tutte le intemperie che la boxe, comporta. Con umiltà e tenacia, inizia una bella rimonta e al dodicesimo round in molti lo vedono avanti. Il pericolo sveglia Benvenuti che esce dal torpore e inizia a colpire come deve fare un campione. Mazzinghi è stanco e l’ultimo round lo vede in affanno, ma non cede. I numeri, ovvero il conteggio dei round, indicano Benvenuti, ma il cuore poteva premiare anche Mazzinghi. Lo stesso campione, non ha difficoltà ad ammetterlo: “Avessero dato il pari, non avrei certo recriminato. Mazzinghi ha combattuto da grande campione, io ero poco concentrato e non sentivo il match come a Milano”. Queste le sue parole, ricordando a distanza di anni, quella sfida.  

Si parla di un terzo confronto, chiesto dalla SIS, ma la strada di Benvenuti, che tra i due confronti, era diventato anche campione d’Europa, si orienta nei medi, dopo la beffa di Seul, dove al cambio di una borsa lussuosa deve pagare il prezzo di una giuria casalinga e la beffa di un siparietto degno di altro teatro. Il 25 giugno 1966, lascia il titolo in Corea del Sud e, quando si dice il destino, è proprio Sandro a riprendersi la cintura iridata il 26 maggio 1968, battendo in uno dei confronti più selvaggi di quel decennio, un Ki Soo Kim che andrebbe fermato al terzo round, ma l’arbitro preferisce la prosecuzione e da quel momento il pubblico di S. Siro assiste a quindici riprese indimenticabili. Vince Sandro con pieno merito, ma le scorie di quella fatica, restano nei muscoli di entrambi e non ne escono mai del tutto. Mi confessa Sandro: “Nell’occasione ho percepito la borsa più alta della carriera, 40 milioni più la percentuale sull’incasso, ma per ottenerla ho pagato davvero un prezzo altissimo”.        Benvenuti a sua volta, è capace di tenere sveglia l’Italia intera la notte del 17 aprile 1967, conquistando la scettro dei medi contro Emile Griffith al Madison di New York. Imprese storiche di due autentici fuoriclasse, che hanno onorato l’Italia nel mondo. Sono trascorsi più di 50 anni, dai due confronti diretti, entrambi si incamminano verso le 80 primavere, ma quando torni sull’argomento si accende la scintilla. Benvenuti sorride, Mazzinghi si mette metaforicamente in guardia. A conferma che quelle sfide non saranno mai ricoperte di polvere.                                                                                                           

All’alba di questa mattina, sabato 22 agosto 2020, il grande guerriero toscano ha detto addio la vita terrena. Avrebbe compiuto 82 anni il 3 ottobre. Gli volevo veramente bene, lo ammiravo e ne rispettavo quelle sue impennate, tipiche dei purosangue come era lui. Non solo, mia mamma era nata a pochi chilometri da Pontedera, quindi pisana come Sandro.  Nella storica doppia sfida con Benvenuti non parteggiavo per nessuno dei due. Ognuno aveva le sue qualità e le sue debolezze. Una cosa mi spingeva verso Sandro, la stupenda simbiosi con la consorte e i figli. Lo hanno tenuto caro come una porcellana di pregio, attenti a non farla mai cadere. L’ultimo tratto della sua vita, in passato mai facile e spesso durissima, lo ha visto ritrovare sorriso e serenità. Mi sento in dovere di dire grazie alla moglie Marisa e ai figli Davide e Simone coi quali abbiamo un rapporto di grande stima e amicizia. I funerali si terranno lunedì nel Duomo di Potendera. Ciao Sandro, il cielo sicuramente ti accoglierà con rispetto e grande fratellanza. Dal primo minuto in cui sei salito sopra le nuvole. Non un attimo dopo.  

Di Alfredo

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