di Giuliano Orlando

MILANO, 11. 09. 2013- Ottavio Tazzi, maestro emerito di boxe, è deceduto all’età di 84 anni. Nato Milano, in via Lulli, in un quartiere popolare a  pochi isolati da Piazzale Loreto, il 28 dicembre 1928, il penultimo di nove fratelli. Inizia la strada del pugilato giovanissimo, apprendendo i primi rudimenti nell’immediato dopoguerra, quando la città sta ritrovando una sua identità dopo i danni subiti per l’evento bellico. Il giovane Ottavio sceglie questo sport, come ricorda agli amici, per una ragione molto semplice:  “Era quello che costava niente. Non mi piaceva il calcio perché si giocava tutti assieme, io amavo il confronto diretto. Inoltre nel quartiere essere forte contava parecchio”. Il suo maestro è Perego, altro milanese che ha sempre privilegiato la tecnica alla forza muscolare. L’apprendistato e il battesimo del ring, sono il vero esame d’ammissione di quella che chiamano la scuola della strada. Buon tecnico, bene impostato, raccoglie diverse vittorie e poche sconfitte. Quel suo modo di combattere elegante è a che il sintomo di un messaggio che va oltre l’espressione agonistica. Le sue riflessioni fanno capire che quel giovanotto è nato per insegnare la nobile arte. Inizia il corso per insegnanti molto giovane e sulle orme del già affermato maestro Mario Casati, si conferma allievo assai diligente. Anche se ama parlare nel più schietto meneghino, si fa capire da tutti, con battute ricche di buon senso. Nei primi anni ’70 approda alla Doria, fondata e diretta da Spartaco Doria, che diventa il primo presidente dei massaggiatori sportivi, categoria che a quei tempi non ha riconoscimento ufficiale. Già allora la collocazione centrale (nel cuore di S. Babila) ne fa la palestra dei campioni e dei signori bene di Milano. Il gym ha ricevuto il testimone dal glorioso Vigorelli, l’altro santuario dei guantoni, dove per decenni si allenarono campioni come Loi, Bossi, Lopopolo, Scortichini, Bozzano, Guido e Sandro Mazzinghi, Festucci fino agli anni ’60, sotto la guida di Steve Klaus e Carletto Ravasi.  Con Tazzi, la Doria milanese diventa il punto d’approdo della ricca colonia diretta da Umberto Branchini, il “cardinale” della boxe professionista, nelle cui file passano tutti i più grandi campioni della nostra boxe, da Burruni a Udella, da Manca e per un breve periodo lo stesso Loi. Dopo i Giochi di Los Angeles 1984, buona parte degli azzurri entrarono nel team della Totip di Umberto, e Ottavio Tazzi ne diventa il maestro ufficiale.  Campioni del mondo e d’Europa, quali i fratelli Stecca, Damiani, Nati, Nardiello, Branco, oltre a Cuello e Zanon, per ricordare solo i più noti, usufruiscono delle sue lezioni. Ben sette dei suoi allievi raggiungono il titolo mondiale nei professionisti. Rocky Mattioli, Kamel Bou Al’ e Giacobbe Fragomeni, ancora in attività, quelli che gli sono sempre rimasti vicino. Ottavio non fu solo maestro dei campioni, sicuramente il suo maggiore apporto lo ha dedicato al recupero dei soggetti più poveri, quelli che vivendo alla periferia della città, chiedevano alla boxe il riscatto sociale. In questo campo Tazzi, è stato grandissimo. Molti dei ragazzi che ha tolto dalla strada, per indirizzarli sulla via della legalità, hanno riconosciuto questo suo lavoro. Dopo 38 anni di fedeltà in quella palestra che era diventata la prima casa, nel 2005 decide di passare il testimone a insegnanti più giovani. Un commiato parziale, perché la passione non l’ha mai abbandonato. Lo scorso febbraio il sindaco Pisapia, lo premia con la statuetta “Il campione”, per la solidarietà dimostrata nel corso dell’attività di maestro della boxe, sempre attento alle necessità dei giovani meno abbienti. I fratelli Pasqualetti, suoi allievi, lo hanno voluto ricordare intitolando a suo nome la palestra aperta a S. Donato Milanese, che sforna ottimi dilettanti e soprattutto, ragazzi esemplari. Al S. Raffaele dove era ricoverato ha chiuso gli occhi assistito dai due figli Danila e Alvaro, mentre il terzo Remo, residente negli Usa, gli ha dato l’ultimo abbraccio il giorno dopo. Nonno di sette nipoti e bisnonno di due, ha saputo dare un senso a tutti i ruoli.

Di Alfredo

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