di Giuliano Orlando

La Vegas ha vissuto una notte indimenticabile. Merito di Floyd Mayweather (45), campione senza età che a 36 anni, incanta pubblico e avversario. Il primo esaltato da tanta maestria e il messicano Saul Alvarez (42-1-1), 23 primavere e prima di questo impegno imbattuto, incapace di costruire la tattica contraria a questo fenomeno del ring. Un welter naturale, che torna campione dei medi jr. dopo aver già detenuto la cintura nel 2007 e 2012, quinta della serie, solo De La Hoya è arrivato alla mezza dozzina. Che non ci fossero dubbi sul talento del pugile di Grand Rapid, residente nella metropoli del gioco d’azzardo da parecchi anni, era assodato, ma la prova offerta contro l’idolo dei tantissimi messicani, accorsi nel salone del Nuovo MGM, ha offerto punte di assoluta perfezione tecnico-tattico. Toccando in alcune riprese livelli esaltanti. Una sola nota stonatissima: la non più verde signorina Cynthia J. Ross, non nuova a certe imprese, abbia visto un 114-114, conferma che tale improbabile giudice ha turbative interiori, curabili in una clinica psichiatrica. Ritenere equilibrato un match che, ad essere generosi, poteva assegnare un paio di round ad Alvarez, significa offesa alla realtà. Gli altri due giudici non si sono sprecati: Dave Moretti 116-112, Craig Metcalfe 117-111. Un Mayweather inedito. In passato, bravo ma scorretto, irritante e strafottente. Stavolta ha disputato un confronto perfetto anche nel rispetto delle regole. Ha fatto il maestro, anticipando sempre un avversario frustato dall’impossibilità di trovare qualsiasi contraria per entrare nel match. La chiave è stata l’intelligenza dello sfidante, dalla difesa impenetrabile, più veloce e mobile, il sinistro che arriva rapido e preciso, il destro diritto o in montante, il tronco mai statico, gioco di gambe da cerbiatto e tutto ciò con naturalezza che si traduce in eleganza. Parliamo di un pugile che fa questo mestiere da 20 anni, che ha orzato le 36 primavere e quando sale sul ring, esegue capolavori come fossero esercizi di routine.

Talmente bravo che ad un certo punto, il pubblico messicano si è stancato di incitare Alvarez per sottolineare i capolavori di Floyd. Ho visto e rivisto il match in televisione, cercando qualcosa in più per Alvarez. Niente da fare, più di due riprese al messicano di origini francesi da parte di mamma, anche se lentiggini, capelli color carota e pelle bianchissima, richiamano all’Irlanda, non ho trovato. Alvarez per cinque riprese non ha toccato palla. Solo alla nona ha trovato qualche colpo utile, ma appena il maestro decideva di partire, per Saul si faceva notte. “E’ stata una serata molto impegnativa – confessa lo sconfitto – non sono mai riuscito a colpirlo. Sembrava un fantasma, imprendibile e veloce nel colpire. Ho perso nettamente, niente da dire. Ho fatto esperienza, e da questa sconfitta trarrò utile lezione”. Un messaggio dedicato anche alla signorina Ross. Il supercampione, solitamente spocchioso, stavolta è stato elegante anche nel dopo match: “Stavo molto bene, avere all’angolo mio padre ha significato molto. Lui sa consigliarmi al meglio. Mi chiedeva un match brillante, dovevo essere veloce e anticiparlo. Alvarez è molto forte davvero. Quando mi colpiva sulle braccia sentivo parecchio dolore. Per fortuna ho evitato i suoi colpi. Ho saputo che un giudice ha dato il pari. Forse voleva fare uno scherzo di pessimo gusto. Ignorando che sul ring si fatica sul serio”.

Che non fosse una difesa facile per Danny Garcia (27), titolare superleggeri WBA, contro il battagliero argentino Lucas Matthysse (34-3) era nei pronostici e tale è stato sul ring. Spettacolarmente il migliore della serata. Ha vinto Garcia all’unanimità, ma quanta fatica per contenere la furia di un avversario che lo ha costretto spesso alle corde, tempestandolo di colpi sopra sotto. Garcia si è dimostrato preciso e cinico, ha saputo legare e replicare, offrendo boxe più elegante e precisa. Un kd (dubbio) patito dall’argentino, un richiamo per colpo basso allo statunitense, i punti focali di una sfida che ha mantenuto le promesse della vigilia. Vado controcorrente: ne fosse uscito un pari, non mi sarei scandalizzato.

Di valore tecnico decisamente inferiore il successo del messicano Carlos Molina (22-5-2) che ha scalzato dal trono IBF dei superwelter, il locale Ishe Smith (25-6) alla prima difesa. Più abile e determinato lo sfidante, poco reattivo il campione scalzato. Sul ring anche il nipote di De La Hoya, con bandiera messicana. Il giovane Diego, dall’ottimo record dilettantistico, debutta positivamente. Quando c’è “Money” i conti tornano sempre. A parte i 50 milioni che finiranno a Mayweather, sia pure snelliti dalle tasse, i 13 al messicano, è stata una serata di record in tutti i settori. Gli oltre 18.000 spettatori nella sala hanno versato quasi 20 milioni di dollari, facendo crollare il primato di 18.400.000 dollari, risalente al 2007 contro De La Hoya. Bene anche le sale che hanno trasmesso la riunione, oltre le9000. Increscita pure le nazioni che hanno acquistato l’evento da trasmettere in tv. Tra queste l’Italia a altri 160 paesi. Le vendite pay per view (in alta definizione 75 $, normale 65) che lo stesso confronto con Oscar De La Hoya deteneva con ben 137 milioni di euro, verrà superato, arrivando a oltre 140.

 

Di Alfredo

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