di Giuliano Orlando

Un lungo viaggio a piedi, alla ricerca delle infinite espressioni dei popoli – Daniele Ventola – Il vento della seta. Una camminata antropologica da Venezia alle porte dell’Oriente. Pag. 272 – Euro 18.00 – Ediciclo editore 

La prima constatazione leggendo questo viaggio è una riflessione profonda su chi siamo noi e quale vocazione sentiamo sbocciare nel nostro animo. L’autore di questa camminata infinita ricorda i viandanti di tanti secoli passati, i missionari francescani che andavano a convertire gli infedeli, come impropriamente li chiamavano. Da Napoli a Biskek in Kirghzistan, alle porte di quella Cina che ha inseguito per quasi due anni, percorrendo 12.000 km. a piedi, sopportando e pagando la sosta forzata per colpa del Covid che lo colpisce e lo ferma a Osh per due mesi, spegnendo la speranza (scadenza del permesso per entrare sotto il cielo dell’ex Celeste Impero) di abbracciarla, solo intravvederla tra le nuvole e il sole come una porta socchiusa, che sfugge al tuo desiderio. Meno fortunato di Marco Polo a cui si accosta, ma più ricco di esperienze umane, questo napoletano atipico, porta il lettore nel cuore di ogni nuova terra che attraversa, la soppesa con la curiosità del poeta che estrae dall’animo versi d’amore. Sono ben undici le nazioni che attraversa e in ognuna si immerge sin nel profondo delle loro culture, del passato e del presente, insaziabile e curioso al minimo stormir di fronde. Nella Basilica di Aquileia la luce è talmente forte che resta sospesa in fasci d’oro. La dolce Slovenia, dove scopre la storia delle giovani mamme slovene d’Egitto, costrette al tempo del fascismo a emigrare in Egitto per allattare i figli dei ricchi di quella nazione. Perché? Quelli con camicia nera, avevano messo la tassa su tutto. Sulle bici, i maiali e le mucche, perfino sulle galline. Eppure le loro nipoti non serbano rancore. Lo ospitano, lo rifocillano e gli preparano pane e mele per il viaggio. In Ungheria, terra di gitani e non solo, passa dall’ospitalità più generosa all’irrisione “migrant, migrant”, dall’estasi del lago Balaton alle rudezze di una polizia ineducata e stupida. Arriva in Romania ricoperto di neve che lo accompagna per giorni, Natale è vicino, la gente è cordiale, il traffico spaventoso e i camionisti sono feroci. Prima di arrivare a Timisoara rischia di finire il viaggio anzitempo. Trova un uomo con gli occhi da lupo che gli racconta quel 16 dicembre 1989, quando ebbe inizio la rivolta contro la famiglia Ceausescu, che aveva instaurato una dittatura feroce. Vennero fucilati il giorno di Natale. Assaggia la pizza romena e rimpiange Napoli, costeggia il Danubio, mentre il freddo lo insegue come una iena affamata. Ha il viso tumefatto, le mani semicongelate. A Calafat, cittadina costruita dai genovesi, trova qualcuno che gli paga la notte alla “Casa Italia” dove le icone di S. Giorgio decorano tutte le pareti. Il confine con la Bulgaria è al centro del ponte sul Danubio, un normale casello autostradale. A Vidin, un tempo la capitale del regno di Baba Vida, oggi una landa desolata, dove i resti dei cupi parallelepipedi dell’URSS, riflettono disegni spettrali. Trova una locanda e ordina patate fritte, la materna cameriera gli chiede se ne vuole ancora e al suo sì con la testa, se ne va lasciandolo a bocca asciutta e sconcertato. Scopre che in Bulgaria il sì viene espresso negando con la testa, mentre muovendola dall’alto in basso, significa diniego. Esce dalla terra magiara per la Turchia, che attraversa tra minareti, incontri variegati, traffico pazzesco in ogni città, ma anche tanti episodi che compongono un puzzle di sensazioni che restano nella memoria. L’ultima immagine turca entrando in Georgia è il minareto che fa da contraltare alla piccola chiesa che dà il benvenuto al nuovo ospite. Il primo incontro col venditore che offre “il vino georgiano il più antico del mondo”. Il lungomare di Batumi sembra una spiaggia della Florida, popolata da clienti russi, azeri e turchi. Calpesta la terra dove sbarcarono gli Argonauti, capitanati da Giasone alla ricerca del Vello d’oro. Conosce cosa rappresenta la bandiera georgiana: la grande croce al centro il corpo di Cristo, le quattro croci più piccole le stimmate dalle quali esce il sangue sacro. In Azerbajan, caldo feroce d’agosto, nazione dal consumismo come sistema di vita, i ritratti del Presidente formato gigante si susseguono senza sosta, la guerra con l’Armenia è una ferita che non si rimargina e il sangue avvelena uomini e idee. Entra in Kazakistan sulla nave Mercury per scoprire i figli delle steppe, i discendenti di Gengis Khan e Tamerlano. Il porto di Aktau lo accoglie avvisandolo che l’inverno è alle porte. I kazaki hanno occhi chiari, parlano russo ma pregano Allah. Sale sul treno, ex sovietico, che lo condurrà in Uzbekistan, dove trova amici e scarafaggi, ma anche sensazioni indimenticabili. Il primo impatto è nella storica città di Bucara, dove Marco Polo ebbe il primo contatto con Pechino, dove ogni passo è come calcare specchi che riflettono leggende vere, come a Samarcanda, che descrive un miraggio in mezzo al deserto, un sogno ad occhi aperti color sabbia, smeraldo e turchese. La Perla d’Oriente dove arrivano pellegrini d’ogni religione. Il Tajikistan è una terra alla ricerca di una modernità che stenta a collimare con le tradizioni. Dove un tempo l’ospite era così sacro che gli veniva offerta la moglie in omaggio. Il nostro viaggiatore scopre che questi stati ex sovietici sono aggrovigliati, al punto che si ritrova in Uzbekistan per arrivare in Kirghizistan dove trova ospitalità e scopre che il Bazar di Osh la città fondata dal re Salomone, è un concentrato di Asia Centralle, un mosaico di etnie kirghise; uzbeke, tagike e tartare unite nel lavoro. Oltre ai cinesi che spuntano sempre e ovunque. Come detto in apertura, il soggiorno avrà una coda molto lunga, ma si ferma alle porte della Cina. L’ingresso sarà per la prossima volta.                                                                                                                                                                    

Di Alfredo

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