CiclismoL’epopea a colpi di pedale per campioni senza tempo. Scalare montagne che fanno paura o soffrire sul pavè, per scrivere                                                                                                                                    

Vedrai che uno arriverà – Giorgio Bureddu e Alessandra Giardini – Absolutely Free Editore –  Pag. 138 – Euro 13.00.

 

Mettono i brividi solo a nominarle: Parigi-Roubaix, Mont Ventoux, Puy-de-Dome, il Poggio, il Gavia, il Muro di Grammont, il Montjuic, l’Alpe d’Huez e il Mortirolo. Ognuna di queste corse ha nel suo palmares nomi di grandi protagonisti. Da Merckx a Gimondi, da Massignan a Poulidor, Chiappucci e altri pedalatori di lega nobile. Alla Roubaix gli eroi sono quelli che sul pavè ci danzano come sa fare Franco Ballerini, mentre altri si dannano, come Museeuw che su quelle pietre ci lascia un ginocchio. Eppure due anni dopo compie l’impresa di vincere da solitario sulle stesse pietre che l’avevano distrutto, rischiando l’amputazione dell’arto. Eroi o incoscienti? Chissà, un certo Nietzsche che la sapeva lunga, scrisse  ne La gaia scienza: “Nessun vincitore crede al caso”. Raymond Poulidor, il ciclista contadino francese, che nel 1960, rimandato a casa al confine, perché privo di passaporto, l’anno dopo entra in Italia e vince la Sanremo dopo una corsa ad inseguimento da incubo. Fora e perde due minuti. Vuole abbandonare ma il suo direttore lo prende a male parole, obbligandolo a risalire in bici, perché può farcela. Ai piedi del Poggio diventa aquila e vola via. Il gruppo lo insegue e gli rosicchia metri dopo metri. All’arrivo ha un sospiro di vantaggio e vince. Per rendersi conto di quello che ha fatto ci vogliono parecchi minuti. In cima al Sestriere ci sono arrivati in parecchi, da Giulio Cesare a Napoleone e prima ancora Annibale che aveva il vezzo di portare appresso pure gli elefanti. I ciclisti l’hanno scalato qualche secolo dopo, gli organizzatori ci ricamarono anche la cronoscalata nel ’93, vinta da Indurain, l’iberico che sembrava non sentire fatica, il volto identico: prima, durante e dopo le corse. L’anno prima, Claudio Chiappucci compie l’impresa storica: duecento km. in fuga, 120 da solo e negli ultimi, resistendo proprio a Indurain che lo insegue e lo vede vicino, ma lo raggiunge solo dopo il traguardo.  Altre storie e prodigi imperdibili, tutte da leggere.

 

Giuliano Orlando

 

Di Alfredo