
di Marco Impiglia
Sei settembre 1960, l’una dopo mezzanotte. Nel ristorante numero dieci del villaggio
olimpico i banconi del self-service sono già stati sbaraccati. L’unico cuoco rimasto smonta
la tavolata preparata per le medaglie d’oro del pugilato. Nessuno si è presentato. Neanche
Benvenuti e Musso, o De Piccoli. Un giornalista sta seduto in disparte, il taccuino degli
appunti e la penna tra le dita. La donna delle pulizie gli passa con intenzione lo
spazzolone bagnato quasi davanti ai piedi. È tempo di andare.
No, non ancora. Nella porta d’ingresso s’inquadra, altissima e improbabile, l’ombra d’un
atleta scuro dalla tuta scura. Dentro l’ombra due luci: una bianca tipo Pepsodent,
all’altezza della testa, e l’altra metallica e gialla, all’altezza del petto. Come sempre,
quando l’evento è davvero speciale sono le donne a capire per prime il senso ultimo delle
cose: – Dio mio com’è bello! – esclama l’addetta alle pulizie abbrancandosi alla scopa. Il
giornalista, pure, alza violentemente lo sguardo. Vede l’uomo e riconosce Cassius Clay, il
vincitore del torneo dei mediomassimi. L’americano da un paio d’ore ha spezzato i sogni
di un polacco dal nome impronunciabile. Ora è lì di fronte, e sembra vivere il suo
personalissimo sogno come un sonnambulo. È anche solo. Incredibilmente solo. Non uno
straccio d’accompagnatore con lui.
È solo come un dio.
Scoppia un piccolo applauso da foyer, un carrello colmo di cibarie viene fatto scorrere
davanti all’olimpionico. Ma quello guarda stranito davanti a sé, come incapace di
metabolizzare voci né accorgersi di nulla. Il press-man italiano l’osserva intensamente,
seduto ora al suo stesso tavolo. Così fanno gli altri due. In quattro a un tavolo. Tre normali
e un alieno. E l’alieno c’è e non c’è. E’ come lo stregatto di Alice nel paese delle meraviglie.
Più che un gatto, in realtà, ha l’aspetto sia fisico che psicologico di una pantera. Un gattone
africano che si toglie quietamente il nastro con la medaglia dal collo e l’appoggia
delicatamente ad un bicchiere di vetro. Il palmo delle mani sul tavolo, l’uomo-felino si
china a fissare il tesoro. Le mani vanno alle guance, gli occhi stretti a fessura ancora più
vicini al tesoro. L’enorme e strano essere è chiaramente in trance. Stregato. Stregato da
qualcosa che sa solo lui.
Oilà, è di nuovo umano! Cava fuori dal taschino della tuta la foto di una donna nera di
mezza età, l’appoggia ad un altro bicchiere e passa il polpastrello del dito indice
alternativamente dalla medaglia alla foto, dalla foto alla medaglia. Due, tre minuti, forse
più: nessuno lo disturba nel ristorante numero dieci del villaggio olimpico di Roma. Fuori
nella strada c’è un silenzio immenso. Infine, l’essere manda un profondo sospiro e si
scuote. La pantera è di nuovo tra noi.
Lo capisce anche il press-man, che in un inglese da Cinecittà azzarda:
– Cassio, you are the best now! Drink together!
Viene portato subito del vino, ma “Cassio” rifiuta, vuole la coca cola. Tre bottigliette se le
scola a filo una dopo l’altra. Poi attacca il carrello. Cosce di pollo e marmellata, insalata
russa e torta di mele, hamburger e panna: tutto buttato giù velocemente, senza un ordine
specifico, come avviene quando si scaricano merci.
Cassio accompagna il raptus gastrico con un discorso appena sussurrato, un soliloquio
indirizzato alla medaglia e all’immagine della madre. Blocca un istante le mandibole per
rifiutare la proposta conveniente di un the caldo. Per la digestion, altra coca cola. E dei
gelati. Chi può negare gelati a un neo-campione olimpico?
Il cuoco ritorna con un vassoio che ha sopra quello che appare come il modellino
Disneyland di una fabbrica dell’Ottocento: una ciminiera-bottiglia da un litro di coca e
cinque magazzini-cassate che brillano di gioielli verdi e gialli. Cassio guarda il modellino,
le casette-cassate, ma non è soddisfatto. Non completamente. Vuole una zuppiera e lo fa
capire con un gesto che, a Roma, significa ben altro. Il cuoco non scappa, anzi, intende alla
perfezione e riappare con la zuppiera. Cassio versa dentro la boccia di vetro le cinque
cassate e il liquido scuro e frizzante, ora ha l’aspetto di un bambino veramente soddisfatto.
O di un felino veramente soddisfatto. Ricomincia a banchettare di gran gusto. Il cucchiaio
affonda veloce, i suoi anfitrioni se lo guardano.
Disgusto e ammirazione combattono sul ring del ristorante numero dieci del villaggio
olimpico.
È l’una e mezzo di notte dopo lo stress di una vittoria desiderata a lungo. Cassio ha di
nuovo la faccia strana dell’inizio. Il cuoco e il press-man si consultano, allarmati.
Responso: questo qui morirà entro mezzora, causa grossi problemi intestinali. Il pressman
è un uomo d’azione, si allontana fino al telefono a muro e chiama il numero di una
persona che sa sempre disponibile: il medico ufficiale della squadra USA.
– Tutto OK. Cassio è abituato. Ha lo stomaco rivestito d’amianto. Good night.
Il press-man insiste, vorrebbe che il medico si alzasse dal letto e li raggiungesse al
ristorante per festeggiare insieme. Dall’altro capo del filo, il tono diventa improvvisamente
distaccato, molto distaccato:
– Ascolti amico, abbiamo vinto fino ad oggi pomeriggio 40 medaglie d’oro. Ci mancherebbe
altro che, in piena notte, festeggiassimo un’altra vittoria. Lo faremo alla grande tra qualche
giorno a New York. Peccato per lei che non potrà esserci. Good night.
Il press-man si risiede al tavolo. Cassio, colmo di gloria, coca e cassate, si sta rimettendo al
collo la medaglia. Ha un’aria pensosa e tranquilla. Certo non soffre di diarrea. Un’agile e
grossa pantera, pescata dopo una notte brava di caccia.
Cassio s’alza senza dare segni di pesantezza, seguito dal giornalista. Ma vuole stare solo.
Esce dal ristorante e si allontana nella notte, miagolando una nenia delle sue parti, con una
frequenza bassa e dolce.
Dopo cento metri si gira e saluta, sollevando le braccia e spostando il tronco a destra e a
sinistra, come fanno i pugili. Poi si rivolta ancora, un movimento unico ed elegante.
E finalmente, rapida com’è apparsa, la creatura scompare.
