“Lottare con Arte …combattere per conoscere” questo è la sfida lanciata dalla manifestazione “Dai un Pugno al Bullismo”, evento nato dall’instancabile impegno sportivo del suo organizzatore, già campione italiano , Christian Abis a cui si aggiunge la collaborazione dell’Associazione Interpolis_boxe, in qualità di promotrice dell’impegno sociale dello sport, più volte attestato e riconosciuto anche in ambito europeo. Giunta alla sua seconda edizione, la manifestazione oltre ad essere una prestigiosa giornata di sport e spettacolo, per l’alto valore tecnico degli atleti coinvolti, è soprattutto un momento di riflessione, sia per il pubblico partecipante che per gli addetti ai lavori, sulla condizione sociale che sperimentiamo in questi anni dove a subire gli svantaggi più gravi sono proprio i nostri giovani, i quali faticano a trovare una propria identità e diventano, con estrema facilità, vittime della violenza come unica e valida alternativa al disagio esistenziale che essi stessi esprimono.
Se l’utilizzo dello sport come veicolo di integrazione sociale viene affermato da più parti, allo stesso modo non è difficile notare come poco espresse siano nella realtà le potenzialità educative insite nello sport, in special modo all’interno dei nostri sistemi istituzionali, come lamenta il presidente del Coni Giovanni Petrucci in una lettera aperta al ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini; l’Italia registra un forte ritardo nell’attuazione di una regolamentazione dello sport come attività di insegnamento denunciando così una situazione in netta contrapposizione con altri Stati europei dove le discipline sportive, correttamente inserite nell’ordinamento scolastico e nel tessuto sociale, svolgono un ruolo fondamentale nella formazione dell’individuo in termini di armonicità ed equilibrio nonché di crescita culturale e di partecipazione sociale attiva nei confronti della società.
Lo spirito che muove gli organizzatori di questa seconda edizione è quindi una profonda rivalutazione dello sport, nella fattispecie il pugilato, in termini pedagogici partendo proprio dalla figura dell’allenatore, o del Maestro, il quale attraverso il suo insegnamento assume su di sé la responsabilità dell’aspetto formativo/educativo del giovane o dell’atleta adulto. In quest’ottica il Maestro diventa per il giovane una guida solida mentre l’allenamento una pratica di vita a cui uniformarsi, esercizio continuo che coinvolge non solo gli aspetti fisici del corpo ma soprattutto l’interiorità. La palestra di pugilato assume la connotazione di un laboratorio aperto allo studio ed alla conoscenza di se stessi, delle singole abilità in una prospettiva di superamento dei proprio limiti, luogo privilegiato dove imparare a comunicare attraverso la gestualità del corpo pervenendo ad un equilibrio emotivo e maggiore consapevolezza di se.
In una società dilaniata da conflitti interni , una società ripiegata su stessa che sembra aver perso i suoi principi fondanti per sostituirli con valori fittizi quali l’immagine o l’interesse, lo sport può costituire il punto di partenza da cui ricominciare a dialogare non solo nello spazio di una palestra, ma attraverso la realizzazione di eventi come Un Pugno al Bullismo portando l’attività sportiva in tutte le sedi istituzionali e non con il chiaro obiettivo di far conoscere il pugilato nei suoi aspetti più intimi, fatti e storie di uomini e ragazzi che seppur provenendo da storie di disagio ed emarginazione sono diventati uomini migliori grazie ad un’esperienza sportiva e che ora uniti dal ring vogliono mandare un messaggio ad altri giovani per dire no all’espandersi degli atti di bullismo, Gli atleti partecipanti alla riunione pugilistica sono prima di tutto testimoni di esperienze di vita che nella pratica sportiva hanno imparato il senso del rispetto dell’avversario e di se stessi, a soffrire e combattere per realizzare i propri sogni senza mai cedere anzi rafforzando l’impegno per superare un ostacolo o una difficoltà improvvisa, giovani che nella preparazione atletica hanno riscoperto un valore apparentemente dimenticato quello della condivisione.
Una delle problematiche riscontrate nei giovani è la difficoltà di socializzazione, al di fuori delle community digitali, e la mancanza di spazi adeguati dove liberare le proprie emozioni in un processo di condivisione reale e non virtuale. Appare sempre più semplice rapportarsi con un’interfaccia digitale, monitor e tastiera del pc, che incontrarsi nella realtà. Non si tratta di colpevolizzare la tecnologia ma diversi studi di psicologia adolescenziale parlano di un aumento di episodi di bullismo digitale. Le motivazioni che spingono i giovani a rendersi colpevoli di atti violenti nascono prevalentemente in famiglia come espressione di un disagio non dichiarato e che trova libero sfogo nella violenza oppure come ripetizione di un modello comportamentale di riferimento impostato sulla sopraffazione. Se a questa condizione si aggiunge una limitazione di spazi , palestre o strutture riceventi correttamente attrezzate, dove sprigionare l’aggressività creativa dell’individuo all’interno di forme legalizzate, ne consegue un atteggiamento di chiusura e rigidità nei confronti della comunità sociale, fattore questo che genera poi gli episodi tristemente noti come bullismo, vandalismo e razzismo.
Già da qualche anno il pugilato viene indicato come percorso psico – pedagogico per il recupero di giovani provenienti da situazioni di disagio esistenziale, tossicodipendenza , di soggetti violenti tanto che in alcune carceri italiane è stato introdotto in un programma di rieducazione ai di un corretto reinserimento sociale dopo la pena. Lo sport diventa uno strumento essenziale nella ricostruzione di un carattere laddove insegna a raggiungere i proprio obiettivi non con la truffa o l’inganno, ma dedicandovi ogni giorno fatica e sofferenza, in un cammino fatto di umiltà, disciplina e rispetto delle regole.
Un altro aspetto fondamentale che si vuole portare in evidenza con la manifestazione è che lo sport in generale, il pugilato nel particolare, può contribuire in modo positivo nella creazione di percorsi interculturali per combattere il razzismo: sul ring non esistono differenze di razza, i pugni non hanno colore , la vittoria è il risultato delle azioni durante il combattimento, in termini tecnici della preparazione fisica e mentale a cui l’atleta si è sottoposto per raggiungere il suo obiettivo. Non a caso per molti atleti salire sul ring coincide con una forma di riscatto in termini di emancipazione sociale. Il quadrato del ring diventa un microcosmo dove esibirsi e ricercare l’appagamento della platea che si manifesta nell’applauso e nella vittoria, una sorta di catarsi che conferma la stabilità dell’individuo. Attraverso l’autopunizione del ring , il pugile compie un percorso di riabilitazione ed una conversione liberatrice di energie psichiche potenzialmente polarizzate in senso negativo verso esiti di coesione positiva tra stabilità interiore del singolo e tenuta della compagine sociale che subisce un processo di partecipazione simpatetica alle sofferenze dell’eroe/pugile. Il messaggio che la platea riceve e su cui è chiamata a riflettere è un messaggio di tolleranza, comprensione, cooperazione e convivenza sociale i cui presupposti non possono prescindere da valori rigidi come lo sport ci insegna, ed è questo il senso ed il significato più completo di questa seconda edizione del torneo pugilistico “Dai un Pugno al Bullismo” alla quale speriamo di vedervi numerosi.
Sabato, 18 luglio Riunione dilettantistica con inizio alle ore 20.30 presso la palestra Art Fitness, Via dei Montarozzi snc, Cerveteri. Organizza F&C Sporting Club.
A.S.D. INTERPOLIS_BOXE
La Presidentessa
Silvia Filippi

Ciao Lidano, volevo solo sapere se avevi ricevuto il mio invito per sabato…ho letto quello che hai scritto e io vorrei impegnarmi affinchè l’intento sociale possa proseguire e non sia fine ad una serata. Mi farebbe piacere averti presente per conoscerti e capire anche come proseguire nel mio cammino visto che sei sicuramente più informato e preparato di me.
Grazie…ti aspetto
Caro Lidano è molto interessante quello che hai detto, come è molto interessante l’articolo e le intenzioni di Silvia Filippi. Compreso il sottoscritto intanto siamo in tre garantiti a vederla come Silvia. Io ne conosco anche altri…pochi, ma ci stanno. L’interesse di creare campioni piuttosto che educare ancora prioritario. Comunque anche le scuole si stanno muovendo con professori di educazione fisica interni, che hanno preso il diploma di insegnanti di boxe. Molte scuole hanno capito l’importanza della boxe sia dal livello fisico sia pedagogico. Dieci anni fa parlare di queste cose sembrava una bestemmia…Diciamo che è un buon inizio…Ci vuole pazienza considerando che la boxe adesso è vista positivamente anche a livello universitario universitario…Sono piccoli semi e speriamo che più in là se ne raccolgano i frutti.
Rimango scettico sulle reali potenzialità e reali intenzioni soggettive di molti maestri o tecnici di pugilato e sulla possibilità di considerarli educatori.
Sicuramente su 100 insegnati, uno può avere delle caratteristiche curriculari o predisposizioni innate a presentarsi come educatore e realizzare in pieno programmi di rieducazione, utilizzando la palestra e questo sport come mezzo da impiegare e teatro in cui intervenire.
Ma aimè, mi risulta alquanto difficile poter accostare un insegnante di pugilato ad un educatore, (questo non è possibile per il 95% che ho conosciuto o sentito parlare durante i corsi di aggiornamento organizzati dal comitato regionale) a meno che questi non sia giovane, diplomato se non laureato.
Il tecnico di una palestra pensa a sfornare campioni, ad ottenere risultati e a fare iscritti. E poi la domanda è ma da dove provengono i maestri di pugilato, chi sono; allora vedrai che nella risposta c’è una chiara soluzione al problema che può far intravedere il futuro.
Dell’aspetto sociale, pedagogico, psicologico non gli interessa proprio, soprattutto perché non sa delle dinamiche intrapsichiche che intercorrono in una situazione di gruppo di allenamento e non le può sapere e seppure qualcuno glie le dice non le comprende perché il divario culturale è ampio.
Per farlo appassionare o fargli comprendere che questo aspetto è importante, è necessario resettarlo o sostituirlo con nuove leve, o creare un gruppo di lavoro fin dall’inizio con più caratteristiche in cui le decisioni sono di gruppo e non delegate al solo insegnante come se lo stesso in preda ad una mania di onnipotenza pensa di sapere e saper fare tutto.
In media ad ogni riunione di pugilato c’è qualche risultato che non compiace uno o l’altro maestro. Se il ragazzo accetta il risultato ed il maestro pure, non succede nulla in termini di contestazione informale del verdetto ovvero rissa. Se invece a non stare bene è al tecnico, può succedere o meglio succede spesso il pandemonio. il tecnico sale, sbraita rompe le sedie, impreca, il pubblico ascolta osserva e se la manifestazione si svolge in piazza alla presenza di pubblico e dove ci sono pure i politici del momento bè il risultato è chiaro il processo di ghettizzazione di questa disciplina prosegue, continua
Allora chi va nelle scuole o chi parla con le istituzioni e presenta questa disciplina come potenziale trova le porte chiuse, e pensa che tu sia matto. Quindi ad un passo in avanti ce ne sono 7 indietro.
E per me ricominciare dall’inizio significa ripresentarmi alle istituzioni e convincerle che l’attività giovanile del pugilato è utile. È la base che va cambiata, sicuramente formata ma rigorosamente cambiata.
Come posso io promuovere il prodotto “pugilato” come strumento che può essere utilizzato come pubblicità dagli sponsor, oltre che lotta al bullismo quando poi corro il rischio di trovarmi a gestire situazioni spiacevoli nel corso della manifestazione. Lo sponsor che si è affidato a me riceve un effetto boomerang in negativo.
Le cose che hai scritto sono giuste non fanno una grinza per chi riesce ad avere una visione completa e a inserire il pugilato ma soprattutto l’attività giovanile come tassello in un mosaico in cui ci sono i maestri che devio saper collocare, i tecnici e quant’altro.
Il nostro sport, non è il mio un delirio di onnipotenza è l’unico a poter realmente ottenere dei risultati positivi in termini di lotta al disagio minorile.
Perché è istintuale, è antico, è raccontato nei poemi epici, nell’antichità era utilizzato per formare e rafforzare la personalità e a levigare un carattere predisposto geneticamente.
Abbiamo il pane, ma no i denti.
Per questo, la mia ora diventa una proposta, perché vedo che cominciamo ad essere non in tanti ma pochi e buoni, rilevare chi tra le tante associazioni, vuole cominciare a ragionare in questi termini e che almeno presenti delle caratteristiche idonee affinché si possa insieme a loro implementare a livello regionale iniziative progettuali mirate. Faccio un esempio se parlo o presento un progetto alla scuola x passando per il comune x1 e vedo che la dirigente scolastica è favorevole all’intervento perché abbiamo alle spalle una serie di attività in essere e qualche obiettivo raggiunto, devo essere sicuro che nel comprensorio ci sia almeno un asd dilettantistica in grado di adoperarsi per i fini e gli scopi. Ciò creerebbe una rete visibile e concretizzabile alla lunga nelle attività sportive studentesche che si presenterebbero come risultato istituzionalizzato di un attività con uno scopo ben preciso, la lotta al disagio minorile, al bullismo e quant’altro.
Sarebbe necessario come prima cosa capire quindi chi siamo a pensarla cosi.
Se fossi solo un teorico o un tecnico delle discipline psicologiche e sociologiche e un provetto istruttore di pugilato potrei capire l’utilità di questa disciplina solo a metà, ma l’ho pratica come agonista dilettante dal 1987 al 1994 e come amatore ed istruttore fino ad oggi quindi riesco ad averne una comprensione completa e proprio per questo e non per un delirio di onnipotenza penso che sia lo strumento giusto. Le dinamiche che intercorrono all’interno di una palestra tra allievi ed istruttore e tra allievi ed allievi, nella situazione di allenamento, di pregara, gara e post gara e tra atleta ed avversario si sviluppano solo nel pugilato. Lo ripeto con maggiore convinzione concedendomi questa volta di trascendere in un delirio di onnipotenza. Questo sport se somministrato bene come una medicina può essere la cura. Va come una medicina somministrata al tempo giusto che nel caso dei ragazzi è a partire dai ragazzi delle 5 elementari e si ferma a quelli del secondo anno delle superiori con la certezza che gia dalla terza media alla seconda superiore diventa un pò più difficile operare.