di Giuliano Orlando

Quarant’anni fa, un uomo in solitaria sul tetto del mondo. Reinhold Messner – Everest solo. Orizzonti di ghiaccio – Corbaccio editore – Pag. 208 -Euro19,90. Ho letto quasi tutta la produzione di Reinhold Messner, l’alpinista altoatesino, detentore di molti primati (primo ad aver scalato i 14 ottomila, aperto 100 nuove vie e raggiunto qualcosa come 3500 cime nel suo carnet personale), forse il più popolare in assoluto, ma anche molto discusso, per le sue teorie sulla montagna. Detto questo, l’ultima sua fatica letteraria relativa all’impresa di quarant’anni addietro, la vetta dell’Everest in solitaria e senza ossigeno, del 20 agosto 1980, la ritengo il suo capolavoro assoluto. Molto del merito, per i lettori italiani va alla traduttrice Ornella Antonioli Gogna, che ha saputo rendere quello che Messner ha scritto in tedesco, la sua lingua madre. Descrivere una conquista tanto importante, delicata e drammatica, non era compito facile. Aver atteso ben 40 anni, per riportarla in un libro, significa che l’ha somatizzata a lungo e quando ha deciso di rendere edotti i lettori, ha profuso tutta l’energia che aveva speso nell’impresa. Di grande aiuto la vicinanza della alpinista canadese Nena, che lo ha accompagnato fino al campo base avanzato, prima dell’ultimo assalto al tetto del mondo solo con le sue forze e le sue debolezze. Messner è abilissimo a descrivere gli ambienti e le situazioni locali, dalle difficoltà ad ottenere i visti dalla Cina. Il viaggio avventuroso per avvicinarsi ai piedi del gigante assoluto, i dubbi e le incertezze di un uomo esteriormente d’acciaio, fragilissimo nel suo stato d’animo. Non solo, lungo questo palpitante racconto, descrive il dramma del Tibet, del suo popolo che nonostante vessazioni di ogni genere, ha mantenuto la sua fede, semmai l’ha rafforzata. Non dimentica coloro che ci hanno provato e si sono arresi, da Mallory a Wilson, da Norton a Irvine. Stupendi certi passaggi dove descrive il nulla e il tutto di un territorio dove la stentata sopravvivenza è quotidiana. L’ultimo tratto che lo porta sulla vetta è un pezzo d’arte, un giallo d’autore che la traduttrice, riesce a rendere palpitante in modo perfetto. In quelle pagine trovi il segreto di come un uomo possa superare il limite dell’impossibile, solo non contro un gigante di pietra, ma solo anche interiormente, chiedendo a se stesso se questo gioco in cui la vita e legata ad un sottilissimo filo, sia un fatto fisico o una scommessa contro la logica. C’è un passaggio che meglio lascia capire il tormento e l’estasi: “L’essere solo non lo sento come isolamento…Se ci fosse un compagno, potremmo alternarci nel fare la traccia… E’  il mio “io” diviso, oppure sono altre energie umane che sostituiscono il compagno?”. E ancora: “Sopra di me c’è solo il cielo. Verso destra la cresta continua ancora a salire. Forse è solo un’impressione… E’ strano che non riesca a vedere il tripode cinese d’alluminio che sta sulla vetta dal 1975. Improvvisamente mi trovo davanti ad esso. Lo tocco, poi mi ci aggrappo come fosse un amico. E’ come se abbracciassi la mia forza contraria, qualcosa che si scioglie e infiamma ad un tempo”. Attimi fuggenti ma indimenticabili, che resteranno impressi per sempre nella memoria del lettore.                                                                                                 

Di Alfredo

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