di Giuliano Orlando

ALMATY. Non sappiamo se la 17° edizione iridata potrà definirsi fortunata o meno. Per capirlo dovremo attendere qualche tempo. Concettualmente i mondiali di pugilato dilettanti organizzati dopo l’anno olimpico, sono i meno adatti per valutare la situazione generale e le prospettive del settore. Quello appena concluso ad Almaty in Kazakistan, ha fatto eccezione alla regola. E’ noto che l’AIBA con l’avvento della nuova presidenza di Ching-Kuo Wu, ma in particolare col coreano Ho Kim direttore operativo, l’uomo forte del gruppo, ha iniziato da anni una politica decisa a portare tutto il movimento pugilistico sotto la propria giurisdizione. Al momento i cambiamenti sono circoscritti al dilettantismo, ma l’accerchiamento va ben oltre, come dimostra la situazione delicata di tutte le federazioni nazionali, in equilibrio precario, diventando gli enti europei (EBU) e le sigle mondiali, fuorilegge a tempi brevi. Ma, mentre WBC, IBO, WBO, IBF e WBA contando su apporti economici robusti attraverso le tv, dove l’AIBA è carente, sono già partite al contrattacco, gli enti continentali appaiono in sofferenza. Detto questo, la rassegna iridata ha messo a fuoco situazioni che solo due anni addietro sembravano utopie. Cancellate le macchinette, giudizi manuali e un pizzico di tecnologia con i giudici scelti a sorpresa, niente casco che era stato introdotto nel 1987, valutazione tecnica rivoluzionata. Si assegnano i punti come fossero professionisti, gettando a mare il concetto che la potenza nei dilettanti fosse un reato, da ignorare. Ad Almaty, presenti 457 atleti di cento nazioni, si sono svolti incontri all’insegna dell’agonismo più acceso,  in generale di buon livello, anche se la fatica dei pugili, per i troppi match sostenuti in un arco di soli 12 giorni, ha fatto capolino e diversi hanno pagato scotto. Mentre, salvo pochi casi, la valutazione dei giudici è stata più che equa, il livello degli arbitri è ancora decisamente modesto, col rischio che a pagare la situazione siano i pugili, rischiando ferite e altro. Dei 40 arbitri visti all’opera, meno del 30% era all’altezza nel valutare testate, colpi alla nuca, trattenute, gomitate e schivate. Un gap pericoloso perché influisce fortemente sia  sui verdetti che sul rischio ferite. Il bilancio finale ha messo in risalto la forza d’assieme dei padroni di casa, che hanno dominato il torneo, conquistando 4 ori, 2 argenti e 2 bronzi, un bottino facilitato da qualche giudizio benevolo, ma nel complesso il Kazakistan va ormai inserita tra le grandi potenze pugilistiche, grazie ad un movimento di base in costante crescita da porlo come lo sport più popolare del paese. Il presidente del Kazakistan ha lasciato la capitale Astana per assistere alle finali!  Altra nazione in costante crescita l’Azerbajan, piccola entità territoriale, ma grande passione agli sport di combattimento e anche in questo caso, il pugilato è quello che più trova proseliti. Due repubbliche ex Urss, che hanno tenuto testa a Russia (1-2-1) e Cuba (2-2-1), potenze tradizionali, che faticano sempre più a tenere il ruolo di vertice. L’Italia ancora una volta è andata oltre le previsioni. Gestendo con intelligenza le forze disponibili ha raccolto l’oro con Clemente Russo e due bronzi con Cammarelle e Valentino, tre senatori inossidabili, mostrando ottime cose anche con Mangiacapre, Cappai e Fiori, che rappresentano il futuro. Il ct. Lello Bergamasco ha dimostrato grande lucidità tattica, evitando di bruciare elementi giovani e promettenti  ma ancora verdi per certi cimenti. Unica nazione europea occidentale a salire sul podio più alto. Smentendo  i soliti detrattori per partito preso.  Preoccupa la difficoltà del ricambio di Francia, Ungheria, Polonia, Romania, Bulgaria e Turchia rimaste all’asciutto, mentre Irlanda, Galles e Inghilterra si sono difese bene.  Discorso a parte merita l’Ucraina, passata dai trionfi di Baku e Londra, al quasi digiuno (1 bronzo) di Almaty.  Anche se al momento solo i due grandi protagonisti olimpici e mondiali, Lomachenko e Usyk sono ufficialmente professionisti, il resto dello squadrone è praticamente scomparso, e non è ben chiaro cosa intende fare. I tecnici stanno ricostruendo ex novo la squadra e i rinnovamenti non sono mai facili. Per cui il voto va rinviato ai prossimi impegni.  La rassegna iridata è aperta a tutti, ragion per cui i numeri sono alti e i più forti per arrivare in zona medaglia sono costretti a combattere cinque anche sei volte. Un eccesso di fatica, che l’attuale agonismo esasperato, può rendere pericoloso per gli atleti. Il contingentamento è d’obbligo, come si fa ai Giochi olimpici.                                                                                                                                      L’altro disegno dell’AIBA, quello di voler creare il comparto del professionismo, sta trovando più ostacoli del previsto. Il progetto denominato APB (Aiba  Professional Boxing) al momento è in bacino di carenaggio e non sembra avere in cantiere l’idea vincente per il decollo. Doveva partire già quest’anno ma potrebbe avere difficoltà anche per il 2014. Alla base la mancanza di fondi. Sponsor importanti, come gli Emirati Arabi si sono fatti da parte, creando il vuoto finanziario. Non potendo stilare contratti, sette dei dieci campioni olimpici sono passati professionisti con la concorrenza, spiazzando l’AIBA che oltretutto deve trovare i 70 ‘pro’ del suo entourage da portare ai Giochi. Una conquista che rischia di diventare un boomerang.

Di Alfredo

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