Boxing_HvsKdi Giuliano Orlando

 

Era scritto anche prima del match. Lo anticipavano i pronostici e lo diceva la carta di identità del titolare di due cinture. Il fato si è compiuto e Bernard Hopkins (55-7-2), 50 anni a gennaio, è tornato a casa, nella sua bella villa di  Hockessin, la cittadina fondata dai quaccheri nel 1688, nello stato del Delaware, uno dei più piccoli del grande paese, dove il campione del mondo mediomassimi  IBF risiede da una dozzina d’anni con la moglie Jeanette e la figlia Latrice. E’ tornato un po’ più povero, non sul piano finanziario, avendo aumentato il conto in banca di oltre un milione di dollari, ma a livello di titoli mondiali. Sul ring di Atlantic City (Usa), il picchiatore russo Sergey Kovalev, 31 anni, lo ha battuto mantenendo la cintura mediomassimi WBO e conquistando quelle WBA e IBF che deteneva il campione di Filadelfia, al quale sono rimasti tutti  i primati di longevità da campione del mondo. Nessuno come lui. Il match ha detto che contro l’impossibile non puoi farcela. Ma ci sono sconfitte e sconfitte. Quella sopportata da Hopkins è più che dignitosa. Con l’onore delle armi. E pensare che era iniziata nel modo peggiore per l’americano. Colpito da un destro terribile, è scivolato al tappeto, subendo il giusto conteggio. Altri si sarebbero disperati. Hopkins ha assorbito la botta e ha iniziato la giusta tattica, che era quella di non farsi mettere ko. Incontro tattico, dominato dalla maggiore vigoria atletica del russo, molto concentrato e preciso, che ha vinto tutte le 12 riprese. Hopkins, è stato abile e non concedere altre opportunità al rivale. Nel dodicesimo round, Kovalev ha tentato di chiudere, ma oltre ad uno sberleffo, ha pure incocciato in un destro pesante. Considerata la diversa età, la prova dell’americano è stata eccezionale, resistendo ad un picchiatore (26 vittorie, 23 ko). Per i giudici: 120-107 (2), 120-106. Kovalev lo ha indicato come il miglior avversario, con una difesa impenetrabile. Hopkins, non intende ritirarsi. “Debbo pensarci. Ho finito con buone sensazioni. Potrei tornare campione. E’ già successo”. L’americano professionista dal 1989, mondiale medi dal ’95 al 2005, venti difese, iridato mediomassimi dal 2011 fino al 2014, salvo il 2012. Reggere i 12 round era il traguardo massimo, 19 anni di differenza sono una montagna invalicabile, se ha le sembianze di un pugile di qualità come Kovalev, russo di Chelyabinsk negli Urali, ottimo anche da dilettante, campione nazionale medi nel 2005, battendo in finale Shcherbakov, dopo l’argento del 2004, superato in finale da Korobov. A 18 anni veste la divisa, conquistando tre medaglie ai mondiali militari dal 2005 al 2007. Nel 2009 decide di tentare la fortuna da professionista, portando moglie e figlia a Grensboro  nel Nord Carolina. Nessuno lo conosce e inizia la gavetta in grande umiltà. Confessa che per 19 incontri le borse non hanno mai superato i 5000 dollari. “Non nuotavo nell’oro, semmai il contrario. Ma volevo arrivare in alto, convinto delle mie possibilità”. Il primo salto a Chicago, quando conquista il titolo americano NABA dei medi, mettendo ko Douglas Okola, mancino keniano detto “Al Capone” in due riprese. Gli esperti cominciano a seguire questo medio possente, un po’ rigido ma dai pugni al cloroformio. Il manager Egis Klimas inizia ad avere contatti importanti e le sigle lo inseriscono nei piani alti. Sempre nel 2011 debutta in Russia nell’enclave di Ekaterinburg, spedendo il  connazionale Roman Simakok dall’ottimo record (19-2) out al secondo round e conquistando il titolo asiatico WBC.

Il WBO lo fa salire in alto e arriva anche il momento della sfida iridata. Va in casa di  Nathan Cleverly, fino a quel momento imbattuto (26) a Cardiff la città del carbone, dove all’Arena ci sono oltre 10.000 tifosi per il loro beniamino, che ha grinta e orgoglio. Match drammatico, al secondo round il russo è ferito al sopracciglio  destro. Cleverly si getta allo sbaraglio per chiudere il match, ma non ha fatto i conti col destro di Kovalev, che lo castiga inesorabilmente: ko alla quarta, dopo due kd nel terzo round. Il sogno del ragazzo russo si è avverato e con la vittoria giunge il primo contratto con i Duva. Inizia a combattere per borse decorose. Difende due volte la cintura con successo ad Atlantic City che lo ha adottato. La terza è una sfida storica, perché l’avversario si chiama Bernard Hopkins, un monumento della boxe. Come da pronostico la spunta lui, il favorito, che ha avuto il merito di non sbagliare nulla a conferma che con buoni insegnanti puoi migliorare. I consigli di John David Jackson, antico avversario di Hopkins, fanno effetto e lo si è visto proprio alla Boardwalk Hall, col tutto esaurito. Dove ha ricevuto gli applausi che spettano al vincitore. Adesso è lui il supercampione dei medi, con tre cinture ai fianchi. Resta quella WBC che detiene il canadese Adonis Stevenson (24-1) non più giovanissimo: 37 anni. Dubitiamo punti al poker. Semmai i Duva stanno già pensando alla prima difesa, volontaria, quindi abbastanza facile. Più avanti dovranno pensare a sfidanti di qualità, assicurando al campione quelle borse che in passato ha solo sognato e adesso debbono diventare realtà. A Hopkins restano primati inavvicinabili. Il tempo più lungo da campione dei medi (10 anni, 2 mesi e 17 giorni), superando Tommy Ryan dopo oltre un secolo, meglio di Monzon nelle difese, 20 contro 17, il campione più anziano sia nei medi che nei mediomassimi, sopravanzando Ray Sugar Robinson e Archie Moore. In vetta anche come campione meno giovane in assoluto, (46 anni, 5 mesi 6), scalzando George Foreman.

Di Alfredo