Premessa a cura di Primiano Michele Schiavone
Negli ultimi avvenimenti pugilistici che hanno visto affrontarsi atleti italiani, trasmessi dalle emittenti nazionali, abbiamo sentito più volte i telecronisti esprimersi sulle valutazioni meramente tecniche di ciascuna ripresa, laddove palesavano il giudizio di parità al termine dei tre minuti di combattimento.
Questo apprezzamento, derivato da una perizia desunta dalla pratica a commentare un match di boxe, non da esperienza maturata in qualità di terzo uomo sul quadrato o a bordo ring in veste di giudice e compilatore di un cartellino – con applicazione di canoni e criteri scritti e custoditi in un Regolamento vigente – ha innescato una serie di contrapposti interventi sul web.


Anche “sporte note” ha voluto rendere il suo contributo come momento di approfondimento, senza voler innescare vane polemiche, chiedendo il parere scritto al prof. Piergiorgio Licini, arbitro-giudice internazionale AIBA, componente in carica del massimo consesso della categoria, il C.E. SAG, organo che promuove ed organizza l’attività degli Arbitri-Giudici della FPI.
Vi proponiamo di seguito la lettura delle sue riflessioni in merito all’argomento.

IL PARI, DISQUISIZIONE TECNICA DEL PROF. LICINI

Scrivo queste righe su cortese richiesta ed esprimo le mie libere considerazioni: non intendo con ciò indicare questi pensieri come espressione del CESAG, di cui mi onoro di far parte, ma solo mie personali (come Arbitro ho diretto più di un centinaio di incontri tra professionisti e circa quattromila incontri tra dilettanti).
Il verdetto di parità è previsto dal Regolamento sia per i dilettanti, sia per i professionisti.
Le ultime diatribe nascono dopo i giudizi di due incontri “titolati”, da poco teletrasmessi, ma era  già affiorata in occasione di Furlan vs Paris di qualche anno fa; non voglio non accennare anche al discorso del PARI nei dilettanti.
Il verdetto di parità è previsto dal Regolamento ed è quindi un verdetto possibile meno che nelle Attività di Campionato e, quasi sempre nelle Attività di Torneo (dove, a volte, con Regolamenti “ad hoc” è previsto).
Il verdetto di parità è  “invocato” dai Tecnici:” … non scontenta nessuno! … Accontenta tutti! … Almeno un pari l’aveva meritato! … il mio, aveva vinto, ma almeno avrebbero potuto dare un pari, non la sconfitta … ma che sconfitta! Il pari era già un regalo! … Un pari “strappato” fuori casa vale come una vittoria …
Lo scopo di questo scritto è dettato dalla richiesta del dott. Schiavone e dal mio desiderio di aprire un tavolo di discussione e approfondimento del tema ed è per questo che affermo che il verdetto di parità è un verdetto che potrebbe anche non essere previsto.
Si può pareggiare una partita di calcio, ma non di basket o pallavolo o tennis; si può pareggiare una partita a biliardo o a carte? Un duello di scherma?
A mio parere il Giudice che assegna un verdetto di parità nel pugilato è un Giudice che non vuol giudicare, è un Giudice che non sa giudicare.
Esistono precisi e indicati criteri attraverso i quali un ottimo Giudice deve saper trovare il vincitore di una gara che, appunto perché è tale, prevede un vincitore e uno sconfitto.
A un Giudice  di un incontro tra dilettanti si sconsiglia vivamente di non punteggiare mai le prime riprese con 20 a 20 e, se mai, con un verdetto già definito, attribuire 20 a 20 all’ultima ripresa. Si invita un arbitro che giudica un incontro tra professionisti di cogliere lo spunto per “trovare” un vincitore.
Si può controbattere a questa mia affermazione osservando che nel Regolamento non si fa cenno alcuno della “proibizione” del verdetto di parità: ricordo un bellissimo film (scusate la divagazione) in cui l’ avvocato militare difensore (Tom Cruise) di due graduati Marines che avevano praticato il “codice Rosso” – azione punitiva di nonnismo -, di fronte all’avvocato difensore che chiedeva a un marine di mostrare il capitolo del manuale di Addestramento, con il chiaro intento di dimostrare che non esisteva il “Codice Rosso”, molto argutamente, chiedeva di mostrare, invece, il capitolo che indicava il luogo della mensa di truppa e, all’affermazione della inesistenza dell’indicazione della mensa di truppa, chiedeva se non avesse mai mangiato …

Questo per dire a coloro, che vorrebbero codificato anche il nodo delle scarpe, che il Regolamento  ha un grandissimo valore, ma può convivere con il buon senso e una elasticità duttile e intelligente.
L’A/G deve seguire le Regole con una salatissima dose di buon senso, ma anche senza mai dimenticare l’attribuzione dei giusti meriti.

Un pari tra due dilettanti è un verdetto che toglie qualcosa al vincitore e regala qualcosa di immeritato a colui che ha perso: ciò non toglie che al termine di una gara poco lineare, confusa e scorretta il verdetto N sia da me considerato adatto; ciò non toglie che al termine di un incontro di Attività Ordinaria contraddistinta da un acceso ed equilibrato agonismo non ritenga opportuno pronunciare il verdetto di parità; ciò non toglie che di fronte a due debuttanti  “scarsi” e in cui i colpi sono stati lanciati, in maggioranza, a vuoto, non consideri un errore il verdetto pari.
Negli incontri in cui si giudica con i “Contacolpi manuali ” o quelli in cui si giudica con le “scores machines” gli incontri che terminano in parità sono di un numero esiguo ; negli incontri giudicati in “ventesimi” i verdetti di parità sono, invece meno rari; negli incontri giudicati e diretti da un Arbitro e Giudice Unico il numero sale esponenzialmente. Questo non dimostra ampiamente che il verdetto di parità è un verdetto di “comodo” che evita al Giudice di esporsi?
Quali sono le indicazioni che si danno ai giudici che sovrintendono agli incontri tra pugili professionisti: ogni ripresa è un incontro a sé e bisogna saper trovare il vincitore in base a criteri ben chiaramente espressi.
Secondo queste indicazioni nei due incontri succitati, a ben osservare, il vincitore si è aggiudicato tutte le riprese: qualcuna brillantemente e qualche altra in maniera e misura meno evidente e si sarebbe potuto attribuire tutte le riprese al vincitore dell’Incontro senza falsare l ‘accadimento del quadrato.
Il risultato finale, però, a un’osservazione superficiale della “casalinga di Voghera – che un Tecnico Lombardo identifica nella moglie del povero Peppino Vaccari, DS di Giovanni Parisi” – un verdetto di 100 a 90 o 120 a 118, appare come un insulto alla logica o sembra voler affermare che sul ring combatteva e colpiva un solo uomo e che l’altro fungeva solo da “sacco”.
In effetti, invece gli antagonisti sconfitti hanno dimostrato doti di grande aggressività, di buona tecnica, di essersi allenati con puntiglio, di un agonismo generoso e quasi commovente; non sono stati agnelli sacrificali pronti ad incassare tutto senza battere ciglio; sono stati “spalle” ideali per esaltare le qualità dei loro avversari e con la loro tattica hanno permesso di assistere a due incontri di grande spettacolarità; solo avversari in possesso di ottima tecnica e ben allenati hanno potuto controbattere adeguatamente; personalmente ho un’ammirazione sconfinata per i pugili che attuano la tattica d’attacco, ma dal punto di vista arbitrale cerco di non farmi coinvolgere emotivamente e cerco di giudicare obiettivamente senza subire “l’effetto stigmatizzazione”.
Con i loro incessanti attacchi hanno esaltato le qualità degli avversari e li hanno obbligati a dar fondo alle loro energie e a dar sfoggio di colpi di sbarramento, schivate e blocchi che hanno  arricchito e imperlato di preziosismi la gara, rendendola entusiasmante.
Ora proviamo a ragionare non da freddi giudici, ma da partecipi di uno spettacolo sportivo e da arbitri che guardano al di là delle fredde norme regolamentari …
Un Giudice avrebbe potuto, senza nulla togliere alla imparziale obiettività della sua funzione, aggiudicare qualche ripresa pari e qualche ripresa (tra quelle vinte dal Campione in modo meno eclatante) agli sfidanti; ma sento l’obbligo di insistere sulla necessità che il Giudice si abitui a giudicare ogni ripresa ricercando il vincitore perché giudicando un incontro estremamente equilibrato il verdetto, a fronte di un alternarsi appena accennato di un pugile o dell’altro, si potrebbe arrivare a designare un vincitore che …  non ha vinto.
Quando una gara termina sul “filo di lana” il Giudice deve essere abituato, usando perizia e conoscenza con attenzione e concentrazione elevatissima, a vedere il particolare che permette l’attribuzione della ripresa a uno dei due contendenti; mi sembra di ricordare che alcuni ( tanti anni fa) un incontro del titolo europeo (forse Carmelo Bossi era uno dei due protagonisti) terminò 150 a 150 …
Qualche A/G Aspirante che, per fortuna, ha capito che, forse era meglio dedicare ad altro il tempo libero, ha punteggiato un incontro tra dilettanti 60 a 60 …
Aggiudicare una ripresa e non assegnare una ripresa pari di comodo è una qualità che contraddistingue il Giudice di grande esperienza e che sa “leggere” l’incontro con sagacia e lungimiranza.
Per il telespettatore occasionale, per il tifoso non agguerrito sulle fini sfumature del Regolamento, per la casalinga di Voghera e per il Giudice che non vuol mettersi in gioco, il PARI è il risultato più agevole da assegnare.
Non mi nascondo che per il pugile soccombente , il risultato  “schiacciante” può sembrare pieno di “grinze” …; poi si può, in un quadro generale (l ‘opinione pubblica, l’immagine, l’impatto esterno) dare qualche ripresa pari, ma solo osservando questi aspetti che esulano da un discorso strettissima mente tecnico.
Tengo a ribadire, però che DAL PUNTO DI VISTA STRETTAMENTE TECNICO e di valutazione di ogni singola ripresa si sarebbe potuto assegnare tutte le riprese senza pari: faccio presente che ho assistito dal vivo al match del titolo italiano e che ho visto solo in TV l’incontro europeo.
Il discorso potrebbe dilungarsi ancora, ma credo di avere scritto abbastanza e, magari, di aver annoiato …

prof. Piergiorgio Licini

Fonte: www.sportenote.com

 

Di Alfredo

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