di Giuliano Orlando                                                                                                                                                  

Per i più giovani e non solo, il debutto al professionismo di Diletta Cipollone a 32 anni, dice poco o nulla. Per il sottoscritto rappresenta l’ennesima vittoria, contro il destino avverso, che avrebbe stroncato qualsiasi atleta normale. Ma Diletta ha nel DNA quello spirito guerriero che le ha fatto superare ostacoli incredibili. Abruzzese di Pescara, fin da piccola dimostra che la vita tranquilla non fa per lei. Mi ricorda sorridendo: “Ero una peste, in perenne conflitto con tutti, al punto che a 16 anni, mia mamma mi portò in palestra per farmi sbollire questa esuberanza esplosiva. Con la boxe fu amore a prima vista. Il maestro Simone capì la mia voglia di scaricare le tensioni e fu abile a ricondurle nel modo giusto. Dopo la maturità a 18 anni mi arruolo volontaria nell’Esercito, per affrontare la vita da sola. Ubicata in Friuli, dove continuo ad allenarmi da sola, combatto ma pago la mancanza di una preparazione adeguata. Torno a casa e mi iscrivo al gym Di Giacomo, dove inizio ad allenarmi con più criterio. Come al solito, la mia fretta è una cattiva consigliera e nel 2013, mi presento agli assoluti di Padova da peso leggero. Debutto contro Romina Marenda, che aveva già vinto il titolo nel 2009 e nel 2012. Mi batte nettamente e in finale vince il terzo titolo a spese di Alessia Mesiano, che nel 2016 vinse il mondiale. Torno l’anno dopo a Ostia da peso gallo e conquisto il mio primo scudetto tricolore, che mi vale la prima convocazione in Nazionale. A quel punto mi sento di poter conquistare il mondo. Il sogno di vestire l’azzurro si stava realizzando. Essere allenata dai maestri Renzini, Caldarella e la Tosti era un tale onore che mi sembrava di vivere sopra le nuvole. Vado a Oslo alla Boxing Cup e con la squadra, nella quale facevano parte Calabrese, Davide Mesiano e Piatti, vincendo il torneo.                                                                                      

Nel 2015 faccio il bis tricolore a Roseto degli Abruzzi, nella mia regione. Voglio ricordare anche il preparatore atletico Romanacci, fondamentale per arrivare alla migliore condizione muscolare. Debutto in Bulgaria nel mio primo torneo e me la cavo molto bene, vincendolo. Poi la grande avventura mondiale in Kazakistan. Io ero al debutto, in una    squadra fortissima, con la Calabrese, Davide, la Mesiano che conquistò l’oro iridato, la giovane Irma Testa che aveva 18 anni, Alberti e la Severin”.                                                                                                                          

Ad Astana ebbi modo di parlare a lungo con Diletta, sia prima che dopo l’infortunio alla mano destra, riportando l’impressione di una guerriera dal grande temperamento. L’infortunio fu una vera disdetta; considerata la prova superlativa contro l’irlandese Dervla e l’impegno successivo contro la francese Mancini, che aveva battuto due mesi prima nel torneo di Sofia. Purtroppo contro l’irlandese si frattura la mano destra, appena tornata in Italia viene operata.                                                                                  “Riprendo ad allenarmi dopo alcuni mesi dall’intervento. Inizialmente uso solo la mano sinistra, poi piano, piano anche la destra che sembra tenere bene. Nel frattempo entro nelle Fiamme Azzurre, che non finirò mai di ringraziare per il sostegno che mi hanno dato per anni.  Arriviamo al 2018 e Renzini visto il miglioramento e in vista degli europei di Sofia, mi porta ad un torneo sempre in Bulgaria. Al match del debutto sento subito dolore alla mano che mi ero operata e capisco che qualcosa non va. Torno in Italia e gli esami confermano una nuova frattura che rende necessario un nuovo intervento. Non ti dico i pianti disperati per tanta sfiga. In quel frangente oltre alla comprensione e all’umanità del maestro Foglia, dell’ispettore capo Onori, di Emanuele Di Marco e del dottor Tamburo, trovai in Sara Corazza molto più di un’amica. Una compagna che mi ha sempre aiutata a resistere alle avversità di un destino veramente crudele”.                                                                                                                                              

Diletta ha davvero lottato come una grande guerriera, lungo questi anni, alternando momenti di speranza ad altri di delusione, alla ricerca della cura giusta – purtroppo, dopo i guai alla mano, iniziarono problemi vari che l’hanno tenuta lontano dal ring per anni – che sembrava irraggiungibile.                                                                               Nel 2019 venne anche convocata ad Assisi, riprese gli allenamenti per l’ennesima volta, ma dovette arrendersi all’evidenza negativa di una ricaduta. Cancellando anche l’ultima speranza di poter aspirare a rappresentare l’Italia ai Giochi di Tokyo. Diletta ha sopportato anche quella tegola, puntando all’altro desiderio che aveva espresso anni addietro. Passare professionista per tentare una nuova carriera e raggiungere quei traguardi che sono venuti meno in passato. Venerdi a Savignano sul Rubicone, nella serata allestita dal OPI 82 della famiglia Cherchi, imperniata sul tentativo di Matteo Signani a riconquistare l’europeo medi, perduto in Francia contro Anderson Prestot, per Diletta sarà il primo capitolo di una nuova storia. Con l’augurio che il percorso possa ripagarla del tanto che il dilettantismo le ha negato.                                                                                                                          

Di Alfredo

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