di Leonardo Pisani
Abito vicino al Mercato delle Vettovaglie a Livorno, ci passo sempre, più volte al giorno e come tanti, ci faccio anche la spesa. Sono rimasto affascinato dalla sua struttura, dalla sua storia, compreso che il giovane Modigliani ci avesse avuto uno studio, prima di buttar nel Fosso Reale, alcune statue, come racconta la leggenda e anche la “Gran Burla”. Ma sono stato sorpreso nell’apprendere che quel monumento all’architettura moderna, è stato anche un tempio della Noble Art. Ebbene sì, Le Vettovaglie hanno anche ospitato i pionieri di quella che diventò poi la scuola livornese di pugilato, dai pionieri che fondarono 99 anni fa l’Accademia Pugilistica Livornese che poi con l’apporto dei maestri Beppe Amaro e Piero Scardino – un antico avversario del mitico Gino Bandavalli- e dei loro allieve poi diventati anche maestri come Luigi Tassi, sono riusciti a creare una scuola che ha avuto pugili di livello europeo come Remo Golfarini, Romano Fanali, Franco Brondi e Mario Sitri anche lui olimpionico a Melbourne, altri che si sono fatti onore sul ring come, Luigi Tassi, Luciano Guerrini, Mario Rosellini, Fulvio Fiori, Piero Freschi, Pini, D’Orto, Ballerini, Restano, Mataresi e Pietro Ziino . Erano anni eroici del pugilato, dove avere un luogo per poter tirare di boxe non era facile, specie dopo la guerra e le sue bombe dalle quali Livorno fu quasi distrutta ma riuscì a risollevarsi. Di quei giovani, che sentirono le bombe e che risposero con la capacità di soffrire; di rialzarsi ci furono anche dei giovani pugili. Uno di loro l’ ho sentito sempre nominare come artista del diretto sinistro e della bella boxe e come spesso la vita ci regala, anche delle coincidenze: non ricordavo che fosse di Livorno, ma ricordavo i lusinghieri giudizi che a me giovane pugile della Boxe Pavia, mi diedero due decani della boxe della città delle cento torri, i due suoi ex avversari: il campione italiano dei pesi leggeri Annibale Omodei che fu sconfitto da Nenci e il possente welter Luigi Castoldi, sua nemesi che lo affrontò con tre vittorie e una sconfitta. Da professionista, perché Nenci da dilettanti ha rasentato l’imbattibilità, e quella medaglia di argento a Melbourne, era d’oro, se ci fosse stata una giuria più equa. Scrive Dario Torromeo, gran penna e giornalista di pugilato: “Era un ottimo tecnico il Nenci. Veloce, preciso. Aveva tutto per diventare, in particolare tra i dilettanti, un pugile di successo. E così è stato. Essere selezionato e poi scelto da uno come Steve Klaus è già un merito di cui vantarsi per il resto della vita. È il maestro che ha rivoluzionato la boxe di casa nostra, e Franco Nenci è stato uno dei suoi azzurri all’Olimpiade di Melbourne 1956. Boxava nei pesi superleggeri”. Nella terra dei canguri fece faville: si sbarazza di Gul, pakistano, ko nell’ultimo round del primo turno; poi tre vittorie ai punti sul tedesco Roth, l’argentino Marcilla e il rumeno Dumitrescu. In finale trovava il fortissimo sovietico Vladimir Yengibaryan, campione europeo a Varsavia nel ’53. Perde ai punti, di misura strettissima e forse meritava la vittoria. Poi passa professionista, la sua boxe spumeggiante e tecnica, insieme alle circostanze, però non gli permisero di avere gli stessi risultati. Però Franco Nenci affrontava tutti e affrontò tutti a testa alta compreso di livello mondiale come Fortunato Manca, avversario dei mondiali Loi, Mazzinghi e Cokes , e di pareggiare a fine carriera con il forte Domenico Tiberia, campione italiano dei welter e battere il campione italiano dei leggeri Marcello Padovani e per ben due volte Omodei. Anche la boxe a volte vuole un pizzico di fortuna. Poi c’è il Nenci trainer, maestro di boxe e di vita che oltre a tirare su pugili come Luca Tassi, Danny Bottai e di essere chiamato a collaborare con la nazionale italiana per aiutare Falcinelli alle Olimpiadi di Seul che ebbero l’oro con Giovanni Parisi, fu autentico maestro come la Old Boxe voleva: non solo attività fisica ma anche empatia con l’allievo, non solo diretti ma anche consigli di vita; niente integratori ma tanta umanità. Racconta Luca Tassi, campione italiano dei super medi e ora istruttore alla Accademia dello Sport, dove Franco Nenci ha insegnato: “Franco per me era il mio rifugio, quando capitava, anche da pugile affermato, di avere discussioni con il mio babbo – il maestro Luigi e ottimo pugile dilettante- me ne andavo da Franco, il quale non mi chiedeva nulla di cosa fosse successo. Mi allenavo da lui, poi neanche mi chiedeva nulla, quando dopo qualche tempo ritornavo ad allenarmi da mio padre, non mi chiedeva nulla”. Luca Tassi aggiunge: “Franco difendeva sempre noi pugili, qualunque cosa avessi fatto. A spada tratta, ma poi in palestra ci massacrava perché avevamo sbagliato. Pensa che quando andavamo fuori a combattere, faceva innamorare tutte le cameriere, a noi pugili i pasti della federazione a lui arrivavano sempre i dolcini, che erano la sua passione. Che aggiungere? Dava serenità come persone anche a noi atleti sotto stress, all’angolo, indipendentemente dalla bravura del pugile o dalla capacità di leggere l’incontro, lui rasserenava tutti “. Una curiosità, alle Olimpiadi di Melbourne Franco Nenci fece amicizia con un napoletano già campione italiano nuotatore e campione di pallamano ormai a fine carriera sportiva. Un colosso di 192 centimetri e 125 kg che aveva anche tirato di boxe e andava sempre a tifare per i pugili italiani. Si chiamava Carlo Pedersoli, ma è mondialmente conosciuto nell’immaginario collettivo come Bud Spencer. I due da quel 1956 non si sono più rivisti ma è capitato che il gigantesco partenopeo, ormai attore di fama mondiale, fosse capitato a Livorno per girare Bomber – dove appunto fa la parte di un pugile- e tra le comparse vi era anche l’altro livornese Pietro Fornaciari, che riuscì a far incontrare i due vecchi olimpionici non sulle spiagge australiane, ma lungo il bel lungomare labronico.

Nella foto da sinistra: Mario Sitri, Franco Brondi e Franco Nenci

 

Di Alfredo