di Giuliano Orlando

Bruno Arcari, il più grande guerriero della boxe italiano ha compiuto 80 anni il primo gennaio, ma lui non lo sa. La sua memoria sta esaurendosi e questa data è passata senza candeline e brindisi. Bruno da alcuni anni è malato e ha bisogno di cure e assistenza. La moglie Maura lo acudisce con grande amore, ma negli ultimi tempi la fatica sta esaurendola. Bruno Arcari, è stato uno dei più grandi campioni in assoluto della boxe mondiale, sapeva parlare molto bene con i pugni, ma evitava accuratamente le parole in pubblico tanto care a ad campioni. Le sue sensazioni fuori dal ring le riservava alla famiglia. Orgoglioso e schivo non ha mai chiesto nulla con una dignità unica e continua a farlo. Anche adesso che la situazione è precipitata, se  potesse esprimere il suo parere, confermerebbe il rifiuto a farsi compatire. Infatti non si tratta di elargire un aiuto come beneficenza, ma di un dovere degli enti preposti ad uno dei più grandi protagonisti dello sport italiano. Stiamo parlando di un campione che ha fatto parte della nazionale negli anni ’60, talmente forte che il c.t. Natalino Rea, era costretto a farlo allenare da solo, diversamente gli mandava fuori giri tutta la squadra. Dopo aver conquistato un bronzo europeo a Mosca nel 1963, negli anni dove l’Est Europa dominava in lungo e largo. Salire sul podio, era impresa storica. Vincitore della preolimpica a Tokyo, partendo da favorito per l’oro olimpico. Fermato solo da una maligna ferita. Professionista dal 1964 al 1978, unico italiano con otto difese del titolo mondiale, dal 1970 al 1974, sempre vittoriose. Tanto per capirne il valore, all’esordio a Roma nel dicembre 1964, perde per ferita contro Franco Colella, pur largamente in vantaggio e il suo vincitore, nel biglietto da visita scrisse sotto il nome: vincitore di Bruno Arcari, rifiutandosi di concedere la rivincita nonostante una borsa assai sostanziosa. Il suo record parla chiaro: 70 vittorie, un pari a fine carriera nel 1976, a 35 anni, contro l’emergente Rocky Mattioli e due sconfitte. La prima contro Coletta, la seconda nel 1966 con Massimo Consolati per il titolo italiano leggeri, sempre per ferita, mentre era in vantaggio ai punti. Sconfitta cancellata quattro mesi dopo. A Genova, Consolati, stava subendo una punizione e ritenne che l’unica controffensiva fosse delegata ad una testata. Che l’arbitro punì con la squalifica. Il resto, ovvero 70 vittorie la dicono lunga, alcune delle quali fanno parte della storia della boxe italiana in ambito mondiale. Le sfide con Orsolics, Adigue ed Henrique, sono capitoli indimenticabili, di cui la FPI deve andare fiera. Ma anche intervenire in questo momento delicato per Bruno Arcari. Un campione assoluto che non ha mai chiesto nulla, ma che merita quel vitalizio di cui godono e hanno goduto sportivi che di Arcari hanno fatto la centesima parte. La moglie Maura è chiara e orgogliosa. “In questo momento Bruno non è in grado di parlare, ma sono certa che rifiuterebbe qualsiasi elemosina, ma mi sembra che abbia diritto ad un sostegno che da sola non riesco a dare. Bruno ha bisogno di essere accudito 24 ore su 24. Non è autosufficiente, finora ha cercato di non chiedere nulla, ho pagato una persona per farmi aiutare ma al momento non godo di buona salute e i risparmi sono esauriti. Abbiamo scritto alla signora Vezzali, delegata del CONI, oltre un anno fa, spiegando chi eravamo e cosa chiedevamo. Silenzio assoluto. Ho parlato col signor Mauro Betti, che rappresenta il WBC l’ente per il quale Bruno è stato campione del mondo, il quale si è attivato per farci avere un riconoscimento. Speriamo che arrivi, perché ogni giorno per me è sempre più difficile”.                              

Ci sono poi i giornalisti pronti all’intervista pelosa, con le foto di Arcari, quella che serve a vendere di più, finora respinti dalla moglie. Che ripete: “Non voglio nessun regalo e neppure che Bruno finisca in un ospizio. Qualche mese fa, dopo una crisi forte, abbiamo chiamato l’ambulanza che l’ha portato al Pronto Soccorso, è rimasto in ospedale una settimana e quando è tornato a casa sembrava un cadavere. Non si muoveva dal letto e non parlava, tanto l’avevano riempito di sedativi. Ci sono voluti dieci giorni per farlo riprendere come prima. Se arriva il minimo riconoscimento finanziario, trovo una persona che mi aiuta e non voglio altro. Mia figlia Monica si adopera, ma anche lei è stata operata e così la situazione è peggiorata. Credo che Bruno abbia diritto al vitalizio per quanto ha dato all’Italia. Non altro”.

Non servono commenti, la situazione è chiara e drammatica. Chi di dovere deve intervenire e dare alla signora Maura, l’aiuto necessario perché Bruno possa essere curato come merita.

Di Alfredo

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