Pica! Pica! Pica! Trailer:  https://vimeo.com/32327380

a tutti i lettori di 2out, per gentile concessione del regista Roberto Dassoni, contattandolo roberto@ro-ba.com è possibile avere l’accesso al film intero.

di Aldo Acerbi

Un petit cadeu, il documentario di Roberto Dassoni prodotto da Antonino Bussandri con la partecipazione del Comune di Piacenza. Attraverso interviste a maestri e pugili esplora  passato e presente della Salus et Virtus, storica società piacentina di pugilato, alternando con equilibrio costruzione e verità dei gesti, linguaggi televisivi e aperture cinematografiche: e grazie alle musiche di Massimo Braghieri fa affiorare i diversi aspetti di un microcosmo insieme unico e universale.

Pica!Pica!Pica! vive di visi e di storie, quelli del maestro Roberto Alberti, della moglie Rita, dei pugili Anthony Cruz, Martin Velkov, Gheorghe Sabau, Marco Battaglia, Emanuela Amisani, Roberta Bonatti, Altin Dedej e di altri ancora che la videocamera di Dassoni inquadra per un istante o sui quali indugia a lungo, restituendone però sempre l’identità. Sono, quei visi e quelle storie, figura di tutti i visi e le storie che hanno popolato la Salus et Virtus in un secolo di storia. Chi l’ha frequentata, li ritroverà e si immergerà nel ricordo fino alla commozione. Chi non è mai entrato nella palestra di via Giordani avrà comunque un assaggio della sua atmosfera e scoprirà la natura grande della boxe. E proverà il desiderio di sperimentare.

In mezzo a tanti visi e tante storie, uno ha un ruolo centrale: quello di Giordano Mosconi. La camera segue il maestro di boxe con amore e curiosità tutti particolari, come un secondo padre (e che emozione quel piano sequenza iniziale che, Aronofski docet, introduce nella palestra seguendolo di spalle! Già viene di fidarsi, di farsi guidare). Attorno a lui, al suo volto segnato, alla sua dedizione totale, convergono tutti i visi e tutte le storie, attorno a lui diventano una. È questo il mito della nobile arte: entrare a far parte di una storia più grande, fatta di riti immutati e dell’ombra di tutti coloro che hanno calcato il ring della palestra, del loro sudore, del corpo stremato, della volontà, dei successi e, soprattutto, delle sconfitte; una storia che come un’alone avvolge chi varca la soglia. Il video con intelligenza si limita a suggerirlo per associazione, per mezzo delle immagini in bianco e nero, appunto, di un’ombra: quella della statuina di un pugile che scorciata dal basso si ingigantisce eroicamente. C’è tanto cinema in queste immagini apparentemente ingenue: nei nostri occhi, s’il vous plait, sono riaffiorate le sequenze in bianco e nero con cui Oliver Stone rievocava l’epica del football in Any given sunday. Un altro film di sport, un altro sport (questo ormai molto poco) eroico.

L’eroismo della boxe invece è ancora vivo: in barba alle pagliacciate di Don King. È l’eroismo del mestiere di vivere, l’andar dritto al cuore dell’umano. Con le indimenticabili parole di F.X. Toole: «Se il taglio è troppo profondo o troppo ampio, o se magari è stata toccata una vena, il sangue continua a pompare». La boxe apre le ferite, attraversa gli strati di carne, mette a nudo l’animo. Quando le gambe cedono, ecco quello è il momento della verità. Questo è quello che ci raccontano gli uomini e le donne intervistati da Dassoni. E ancora di più lo raccontano i loro corpi, mentre sudano in palestra o sono tesi nel combattimento. E insieme ricordano che nella boxe tuttavia non si è mai soli, perché un buon allenatore ti prepara e poi sistema le ferite, quelle del corpo e quelle dell’animo. E se ti lascia andare è perché sa che sei pronto. Ti conosce: e lo si può dire di poche persone. Un buon allenatore: ecco, il segreto della boxe è che c’è qualcuno che si prende cura di te, sul ring come nella vita. La passione di chi insegna pugilato non sta soltanto nel trasmettere l’arte o nell’allenare il corpo in modo non narcisistico (da palestra, tanto per intenderci): il più e il meglio lo dà nella cura dell’uomo. E che passione nelle parole di Alberti e Mosconi.

Non stupisce quindi che Salus et virtus sia stata e sia osservatorio privilegiato dei cambiamenti sociali della città – e del Paese. La migrazione da sud a nord, la difficoltà di sbarcare il lunario, la voglia di riscatto; e ora la migrazione dai paesi stranieri, Africa, Sud America e Est europeo: nuove etnie, stesse motivazioni, stessa voglia. Fin troppo facile dire che questo sport peschi nella povertà. Così come che il ring azzeri le differenze. Ma come ogni luogo comune, anche questi sono verità ossidate. Basta metterle a bagno nella realtà, perché tornino a parlarci davvero: e la realtà che il documentario ci mostra è quella di una comunità virtuosa che, tra successi e fallimenti, genera integrazione, amicizia, autostima. Con un corollario: il ruolo della Salus et Virtus, come, è corretto ricordarlo, di ogni palestra di pugilato, non risiede in una missione sociale: conoscere la verità dei corpi crea legami che superano ideologie e buone intenzioni. Legami tra persone. Il resto è sovrastruttura.

Aldo Acerbi

Docente di materie letterarie negli Istituti secondari e nei Licei

Di Massimo

Un pensiero su “Pica! Pica! Pica! La ragion d’essere del pugile”
  1. grande Giordano, mio secondo Padre.mi hai insegnato i primi passi verso questo mondo affascinante, ed ora eccomi qui.
    oggi vanto diversi atleti e tutto questo anche grazie a te.
    sei stato fondamentale nella mia vita,e non sai quanto mi manca la tua voce la tua figura la tua guida.
    ti voglio un mondo di bene.
    ecco, questo è un’altro aspetto importante della boxe, crea amicizie e valori inestimabili.
    grazie ancora.

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