di Giuliano Orlando 

YEREVAN. Onde sgombrare il campo da eventuali equivoci, l’edizione europea 2020, numero 44, ospitata a Yerevan in Armenia è stata in assoluto per l’Italia la più ricca di medaglie, ben sette, con l’oro di Mouhiidine nei 92 kg. titolo che ci mancava da 24 anni fa, quando Giacobbe Fragomeni nel 1989 sul ring di Minsk in Bielorussia, conquistò la vittoria nei 91 kg., lo stesso peso di Mouhiidine. La vittoria di Fragomeni arrivò dopo un torneo incredibile, battendo in avvio il tedesco Maik Hanke, argento mondiale nel 1997 a Budapest, furono cinque round   tiratissimi, con un 3-2 liberatorio. Facile il successo sul lettone Kuklins e quando gli esperti pensavano che la corsa di Giacobbe si sarebbe fermata in semifinale contro Makarenko, l’azzurro impone un ritmo frenetico, indigesto per il russo e il 4-0 fu avaro per quanto aveva fatto l’azzurro. In finale trova il pugile di casa Sergey Dychkov, sostenuto da un pubblico a livello di stadio calcistico. Cinque riprese al cardiopalmo. Inizia alla grande il beniamino di casa: 3-0 in partenza che arriva a 7-3 nella seconda. Dalla terza cambia l’andazzo e alla fine del quarto round è 8-8. Si decide tutto al quinto e ultimo tempo. Sotto la spinta di Patrizio Oliva  all’angolo, l’italiano diventa una macchina da guerra e conquista l’oro inatteso, sulle orme del grande Francesco Damiani, che aveva fatto il bis a Tampere 1981 e Varna 1993.  Per bissare quel successo, l’Italia ha dovuto attendere “solo” 24 anni, sfiorandolo ben tre volte con Cammarelle (2002, 2004 e 2011) con almeno due sconfitte immeritate. Anche il leggero Valentino nel 2011 ad Ankara venne defraudato dalla vittoria in finale, due argenti anche per il napoletano Pinto (2004, 2006), per Vidoz (2000) fino a Salvatore Cavallaro nel 2019 ai Giochi europei di Minsk in Bielorussia. Ben otto finali fallite! Ci ha pensato ad interrompere il lungo digiuno il gigante di Solofra nell’avellinese, 24 anni a ottobre, che aveva sfiorato il bronzo a Minsk, battuto dal russo Gadzhimagomedov, vincitore dell’oro. Il salto di qualità assoluto ai mondiali di Belgrado lo scorso novembre, argento ufficiale ma oro morale avendo battuto a giudizio unanime il cubano La Cruz (passato pro dopo i mondiali), che la giuria ha voluto premiare, proseguendo nella solita sudditanza di un settore che sta diventando una piaga purulenta, di cui parleremo più avanti. Per evitare spiacevoli sorprese, Aziz ha dominato tutti gli avversari, fin dall’esordio. Il francese Bouafia è risultato uno scolaro e round dopo round, subiva la superiorità di Aziz; nei quarti il quotato georgiano Tchigladze, vincitore dell’esperto moldovo Munteanu, ma ridicolizzato dall’italiano, non trovava nulla di meglio che propinargli una testata e aprirgli una ferita sotto l’occhio destro. Essere troppo veloci e mobili fa arrabbiare e non poco. Per accedere in finale Aziz trova il giovane e promettente inglese Lewis Williams, molto alto e dall’allungo infinito che dimostra di saper usare bene sia col polacco Berenicki che contro Magomedov, ennesimo russo della squadra serba. La semifinale è lo specchio dei precedenti incontri. L’inglese prova a cambiare la tendenza, prima cercando lo scambio a distanza poi accorciando, ma senza fortuna. Arriva sempre prima l’azzurro, che poi scompare dall’area della replica. In finale ritrova il cubano con targa spagnola Pla Reyes, col quale deve togliersi un sassolino dalla scarpa. Dopo averlo battuto in semifinale ai mondiali di Belgrado (4-1), nello scorso novembre, allo Strandja di  Sofia a febbraio, la giuria assegna a Reyes il successo 4-1, che Aziz accetta col sorriso, consapevole che la condizione di quel momento era ben lontana da quella che avrebbe mostrato agli europei in Armenia. “Non vi preoccupate – mi disse al ritorno – questo risultato non conta, oltretutto bugiardo, aggiusteremo i conti in Armenia”. Due mesi dopo, in occasione dell’elezione svoltasi ad Assisi, del nuovo presidente dell’EUBC, il greco Ioannis Filippatos, in sostituzione del dimissionario Franco Falcinelli, in carica del 2011, l’ho rivisto in pieno allenamento, osservando un atleta in grande condizione, convinto delle sue possibilità. “Ci vediamo a Yerevan, dove vincerò l’europeo”. Mi disse sorridendo, e fu di parola. Nella finale infatti il gigante, nato a Cuba, giunto in Spagna nel 2014, nella sfida che assegnava l’europeo, ha fatto praticamente da spettatore, forse meglio da ricevitore, visto che ha ricevuto tutti i pugni lanciati da Mouhiidine, senza trovare tempo e bersaglio per la replica. Un divario assoluto, che solo l’irlandese Rooney, spesso fuori verdetto, ma premiato dalla Commissione a giudicare fino alle finali, è stato capace di assegnare a Reyes il terzo round, facendo ridere tutto il pubblico. 

Europei da primato per l’Italia, quello di Yerevan, con cinque bronzi, un argento e un oro. Nelle precedenti edizioni solo a Milano nel 1951, il bilancio fu indubbiamente più corposo, con quattro ori (Pozzali, Dell’Osso, Visintin e Di Segni) e l’argento di Padovani, per un totale di cinque medaglie. Non può venire considerata l’edizione del gennaio 1942 a Breslavia in Polonia, sotto il controllo della Germania nazista, in pieno conflitto, presenti solo 11 nazioni (Italia, Germania, Svezia, Ungheria, Svizzera, Spagna, Finlandia, Danimarca, Croazia, Slovacchia e Olanda), senza la Francia e le nazioni della Gran Bretagna, con la presenza di due atleti della stessa nazione nella identica categoria. Nei 50,80 kg. oro a Costante Paesani e argento ad Amleto Falcinelli, n ei 61,02 oro a Duilio Bianchini e argento Florindo Tiberi. Un pastrocchio che non ha mai avuto ufficialità. Torno a Yerevan e, osservando le cose da giornalista, cercando di essere equo il più possibile, per quanto riguarda l’Italia, almeno due risultati non mi hanno convinto. Su tutti la sconfitta di Federico Serra in semifinale contro l’inglese McDonald, con un 3-2 bugiardo. In particolare lascia sconcertati il 30-27 del moldavo e in particolare dello spagnolo, pervicacemente contro i pugili italiani. Il terzo per l’inglese è il lituano Sniuvsta, che dirigerà Commey in finale. A favore di Serra, il danese e l’israeliano. Ho rivisto diverse volte l’incontro e mi resta difficile assegnare la vittoria all’inglese, compreso il 5-0 del terzo round. Forse, ancora oggi dopo oltre mezzo secolo, non ho capito la boxe. Pure la sconfitta di Commey in finale contro il russo emigrato in Serbia, il pelato Artjom, non rispecchia la realtà dei fatti. Bastava che l’arbitro lituano, invece di invitare ben sei volte Artjom a non legare e abbracciare solo amichevolmente, lo avesse richiamato ufficialmente, il verdetto avrebbe giustamente premiato il bravissimo Alfred, la grande e piacevole sorpresa italiana, che all’esordio dell’europeo meritava l’oro. Avrà tempo di rifarsi visto che a ottobre compirà 21 anni. Cresciuto nella palestra Seconds Out di Reggio Emilia, allievo del maestro Michael Galli che lo accolse nel 2017, è cresciuto in modo esponenziale, col salto di qualità alla seconda presenza agli assoluti lo scorso anno. “Quando nel 2017 a 16 anni, si presentò, disse di voler perdere peso. Poi prese interesse per la boxe ma in modo blando, allenandosi senza continuità e questo lo pagò agli assoluti di Avellino nel 2021, dove venne sconfitto all’esordio da Federico Antonaci all’esordio. A quel punto si rese conto di aver perduto una grande opportunità e iniziò a diventare un pugile vero. Che avesse qualità l’avevo capito al volo, il problema era se si sarebbe applicato per farle rendere al meglio. Mi sembra ci stia riuscendo nel modo migliore”.                                                                                                                                                                                             Commey è nato a Reggio Emilia il 19 ottobre 2001 da genitori ghanesi, anche se i soliti bene informati hanno provato a sbiancare la mamma, indicandola come emiliana. Di fede evangelica, la sua più grande ambizione è vestire la divisa delle FFOO. “Spero che questa medaglia serva ad avere l’onore di farne parte” ha confessato dopo la finale. Per arrivarci ha disputato quattro incontri per nulla facili, a cominciare dal gallese Bevan, fisico statuario, resistente e sempre in grado di replicare alle bordate dell’italiano, tanto da convincere due giudici su tre a dargli la vittoria. Per fortuna gli altri tre optavano per Commey. Più facile contro il tedesco Ehis, vincitore del montenegrino Marcic; costretto alla resa netta sotto l’assedio dell’azzurro. Che volava in semifinale trovando l’ucraino Sapun, sceso di categoria, dopo l’argento U22 a Porec in Croazia, indicato tra i favoriti, dopo aver lottato e battuto l’inglese Crotty, lo slovacco Csemez e in particolare l’olandese Kraus, che aveva disputato la finale agli U22 contro il nostro Commey. Di fronte all’italiano è sempre stato in affanno, impossibilitato a sfruttare l’allungo e la mobilità di gambe. Costretto in difesa dagli assalti dello scatenato Alfred, e il 5-0 era doveroso. Il serbo Artjom non rientrava tra i favoriti, invece match dopo match, senza entusiasmare semmai il contrario, tra una schivata e molti abbracci arrivava in finale, favorito anche dal forfait del bulgaro Nikolov e da un verdetto molto dubbio in semifinale col croato Plantic, dopo una rissa da osteria. Della finale ho parlato in avvio del servizio. Altri cinque azzurri sono arrivati al bronzo. Di Federico Serra ho spiegato il percorso e l’ingiusta sconfitta. Il toscano Leo Esposito, famiglia di Foggia, nato il 4 dicembre 1998 a Firenze, entra in palestra nel 2011, per rinforzare le braccia, praticando il motociclismo. Lo allena Leo Bundu e debutta nel 2013 a 15 anni, trovando purtroppo la strada sbarrata dal casertano Gianluca Russo che lo batte sia da jr. che negli youth. Ricorda: “Contro di lui era un match ad inseguimento. Scappava come una lepre e ogni tanto mi toccava. Dopo aver tentato il   tricolore assoluto per tre edizioni inutilmente, ho cambiato la guida tecnica, pur restando in ottimi rapporti con Leo, uomo di grande umanità. Mi sono affidato ai maestri Davide Recati e Luciano Fabrizio della Pugilistica S. Giovanni, cambiando l’impostazione tattica. Ho vinto finalmente il tricolore e la selezione ad Assisi, dopo la convocazione. Sono andato agli europei fiducioso anche se inesperto. Ho battuto l’ucraino Tyshkovets, che aveva il triplo dei miei match. Contro Sebahtin in semifinale ha prevalso l’esperienza e anche la bravura del bulgaro, che in finale si è battuto alla pari del georgiano Alakhverdovi, dato largamente favorito”. Il cagliaritano Manuel Cappai, una militanza in azzurro ultradecennale, passato dal ruolo di esordiente a quello di veterano, conferma l’abitudine al podio, bissando a Yerevan quello di Minsk nel 2019, sulla soglia dei 30 anni, che compie il 9 ottobre. Avvio molto positivo ai danni del belga, di origine magrebina Boudhi e grande prestazione di fronte allo scozzese McHale, titolare anche ai mondiali di Belgrado. Una sfida sul filo del pugno in più, che Manuel vince e si assicura il podio. Molto meglio che ai mondiali, dove all’esordio incrociò il giapponese Tsuboi, colui che conquista l’oro. A Yerevan  in semifinale affronta l’emergente francese Billal Bennama, 24 anni ed esperienza da vendere, vincitore della selezione europea per Tokyo, superando il meglio d’Europa, dal georgiano Alahkverdovi allo spagnolo Escobar, all’inglese Yafai, che a Tokyo vincerà l’oro olimpico a sorpresa, mentre il francese esce all’esordio, contro il kazako Bibossinov, giunto al bronzo e rifattosi alla grande al mondiale di Belgrado. A Bennama mancava una cintura importante e l’ha centrata in Armenia. In semifinale contro Cappai faceva valere l’ottima scelta di tempo, il maggiore allungo e gambe da cerbiatto. Stesso discorso contro l’irlandese Gagleson, 19 anni, mancino dal grande avvenire, costretto a lasciare il passo al francese, bravo e furbissimo.  Il quarto bronzo azzurro porta il nome di Michele Baldassi (57) il più giovane della squadra, nato a Torre Annunziata (Na) il 4 novembre 2002, allievo della Boxe Vesuviana, oro europeo jr., bronzo da youth, campione italiano di categoria, vincitore a Porec nell’U22, battendo rivalli tre anni più anziani, meritandosi la promozione a titolare a Yerevan. Debutta battendo il polacco Brach e conquista la semifinale dove trova Vasile Ustordi, 25 anni, nato in Romania, trasferitosi con la famiglia a Bruxelles in Belgio nel 2007 a dieci anni. Entra in palestra nel 2013 e debutta l’anno dopo. Abilissimo nel gioco di gambe, muove le braccia come un frullatore, toccando in velocità per sottrarsi alle repliche degli avversari. Il gioco gli riesce anche contro Baldassi, innervosito dalla strana boxe del belga, riducendo la personalità e le repliche dell’azzurro. In finale trova l’armeno Bazeyan, attaccante continuo ma monocorde. Su misura per il belga nato nei balcani. Due round in equilibrio, la terza orza verso Usturdi, che fa valere la maggiore varietà di colpi. Il pubblico abituato a verdetti casalinghi, non gradisce il 2-3 contestando il successo di misura ma corretto, senza andare oltre i fischi – non ricordo in oltre mezzo secolo di presenza agli europei, tanta partecipazione, tra semifinali e finali, non meno di 6-7000 spettatori, con la massiccia presenza georgiana, confinante e scambio turistico massiccio – pur non gradendo la sconfitta ha fischiato, senza andare oltre. Al contrario dei georgiani, troppo scatenati e a volte eccessivi. Facendo intervenire la sicurezza per mettere in ragione i più esagitati.  Il quinto bronzo lo conquista Salvo Cavallaro, una delle colonne azzurre, guerriero senza paura, bronzo ai mondiali di Belgrado, argento uscente a Minsk 2019, sul podio da un decennio. Salvatore sperava di arrivare almeno in finale e il cammino sembrava possibile. Debutto perfetto contro il ceco Bartl, vittoria netta ma molto faticata di fronte al turco Gueler, che sembra costruito nel cemento, incassatore incredibile, con recuperi miracolosi. L’azzurro colpiva duro e preciso, il turco assorbiva tutto e rispondeva quasi sempre, anche se il 5-0 cancellava ogni dubbio. Per l’accesso in finale c’è l’irlandese di colore Gabriel Dossen, nome nuovo e pugile d’avvenire. La sfida è tra due scuole tecniche.  L’azzurro porta meno colpi, ma più sostanziosi, mentre Dossen punta sulla velocità e gli spostamenti. I giudici, tanto per non cambiare scelgono la boxe dell’irlandese e lo premiano (4-1) per l’accesso al match che vale l’europeo. La lotta per l’oro è un affare britannico, che ne porta ben tre a medaglia. L’altro bronzo spetta allo scozzese Hickey, presente a Belgrado, testa di serie, boxe concreta e buona potenza, elimina il magiaro Cservenka, il serbo Memic, si ferma contro Richardson, a sua volta mancino abile a mandare fuori misura il generoso avversario, che lascia all’inglese il pass per la finale. Che per tutto il primo round subisce la velocità del mancino d’Irlanda. Nel secondo l’inglese prova a capovolgere la situazione ma solo tre giudici apprezzano la precisione di Richardson e nella terza frazione, il distacco aumenta e finisce con un 5-0 non preventivato alla vigilia.

Gli altri azzurri tornati senza medaglie, si sono battuti al meglio. Il leggero Gianluca Russo cede alla maggiore vigoria del georgiano Gomtsyan, che si impone di forza anche se l’azzurro per due round impegna il rivale, mostrando sprazzi di ottima boxe, che debbono diventare abituali, al punto che un giudice segna il 28 pari. Per inciso, il georgiano vince il titolo europeo della categoria. Stessa sorte per il debuttante siciliano Salvatore Cavallaro jr. nato il 26 novembre 2001, nei 71 kg. che ha sfiorato il clamoroso podio. Dopo aver battuto lo scozzese Newns e il quotato israeliano Kapuler, testa di serie, nei quarti incrocia l’inglese Harris Akbar, 25 anni, uno dei migliori in assoluto tra i vincitori. L’inglese dopo aver condotto nei primi due round, deve subire l’orgogliosa rimonta dell’italiano che trova la strada dei montanti al corpo, replicando ai colpi lunghi dell’inglese. Capace a sua volta di superare in semifinale lo strafavorito ucraino Yuurii Zakkharieiev, che compirà vent’anni il 19 settembre, dominatore assoluto nelle categorie giovanili, oro europeo e mondiale jr. e youth, oltre che campione del mondo a Belgrado lo scorso novembre, battendo in finale il russo Musaev, A giudizio personale, l’ucraino aveva vinto di misura, offrendo un saggio di alta classe con spostamenti e schivate al millimetro, anche se il più lineare inglese replicava niente male. Il verdetto di 3-2, non mi sorprende; vista la modestia di troppi giudici, incapaci di capire la differenza tra il talento e la scolasticità tecnica.  Akbar ha poi vinto giustamente l’europeo, superando in modo chiaro il gallese Croft, dal gran fisico, premiato in semifinale contro il tedesco Schachidov, che boxa in fotocopia di Croft. Pure al toscano Davide Brito, vincitore a sorpresa della selezione ad Assisi, è toccato all’esordio il georgiano Kushinshsvili, dal destro mortifero, che ha fatto la differenza col serbo russo Mironchikov, col romeno Aradoaie, che ricordo vincitore della prima edizione dell’U22 a Braila nel 2017, dopo una finale incredibile contro il russo   Gadzhimagomed, che si rifece l’anno dopo a Targu Jiu, antico avamposto romano, dove anche il nostro Mouhiidine centrò il bersaglio pieno. Il russo nel 2019 ai mondiali tenutisi a Ekaterinburg, l’enclave russa in Polonia, vinse l’oro e dal 2020 è passato professionista. Il georgiano in finale ha incrociato i guantoni con l’armeno Hovhhannisyan, che pur inferiore ha disputato un match eroico, ribattendo colpo su colpo anche se la potenza del georgiano ha fatto la differenza. Nei 67 kg. l’ennesimo debuttante, il ventenne romano Giacomo Micheli, passato dal rugby alla boxe, argento europeo schoolboy nel 2016, titolare negli jr. si diploma al Liceo Scientifico Sportivo a Roma e conquista l’argento agli assoluti del 2021 e l’argento agli europei U22 in Croazia. Debutta a Yerevan contro il polacco Durkacz, che fa valere il superiore mestiere. In questa categoria la spunta Vakhid Abbassov, presente agli assoluti russi nel 2016 e 2017, serbo dal 2018, mancino difficile da inquadrare, grande velocità e precisione, ha vinto con ampio margine, dall’esordio contro l’irlandese Mc Keever all’irlandese Jolly, al moldovo Paraschiv e in finale il georgiano Guruli, che appariva il grande favorito, incapace di trovare il tempo delle repliche, fallendo l’ennesima occasione importante. La Serbia ha fatto il pieno con ben otto titolari, dei dieci presenti, provenienti dalla Russia. Debuttante assoluto, anche se non più giovanissimo Dmytro Tonyshev, nato a Leopoli in Ucraina il 3 novembre 1994, italiano dal 2018, laureando in infermieristica all’Università di Padova, campione italiano in carica, dopo aver debuttato agli assoluti nel 2015, coronando l’inseguimento lo scorso anno ai danni del romano Mirko Carbotti che puntava al quinto titolo assoluto. “Speravo di vincere almeno un match, ma il georgiano era troppo esperto e forte, anche se almeno un round l’ho vinto per tutti i giudici. Ho 28 anni, ma è la prima volta che posso allenarmi con pari peso. In passato spesso ho combattuto senza aver disputato un solo round di guanti. Questo, anche in occasione degli assoluti. Confesso che quando mi è stato detto che avrei disputato gli europei, mi sono commosso. L’Italia è da anni la mia patria ed essere entrato in nazionale mi esalta. Spero di poter combattere spesso e migliorare in modo costante”.                                                                                         Nella categoria più pesante, si è imposto il tedesco di colore Nelvie Tiafack, 23 anni, messosi in luce col bronzo europeo nel 2019, battendo a sorpresa l’inglese Fraser Clarke dato il favorito, proseguendo ai danni dell’armeno Hovhannysyan, fermato in semifinale dal francese Aliev.  Titolare ai mondiali 2019 e 2021, senza arrivare al podio, sembrava destinato ad essere sostituito dal russo Putilov, gigante emergente agli europei youth nel 2020, titolare agli U22 a Porec, ma battuto in finale dall’egiziano Hagah, diventato austriaco. Alla fine i tecnici tedeschi ha scelto Tiafack, ritenendo che l’esperienza potesse fare la differenza. Come è stato. Il cioccolatone krukko, ha marciato senza intoppi a cominciare dal serbo Kalcugin, bronzo nel 2014 agli assoluti russi, ai quali ha preso parte quattro volte. Da serbo si è fermato subito, mentre Tiafack, batteva il georgiano Begadze e il gigante inglese Orie dal colore ambrato. In finale trova un altro gigante, lo spagnolo nato in Algeria, Ghadfa Drissi, che aveva conquistato la finale, dopo un match incredibile contro l’armeno Chaloyan, dominatore dei primi due round, sfinito nel terzo subendo due conteggi, con i cinque giudici che segnavano 28-28 e preferenza totale all’ispano. La finale era senza storia. Dopo un buon inizio di Drissi, il tedesco molto più basso, aumentava il ritmo dei colpi e lo spagnolo si afflosciava come un pallone sgonfiato. Due conteggi e fine della storia, la Germania era oro nei supergiganti.                                                                                          Nel medagliere la Georgia è prima, centrando la tripletta con l’ottimo Alakverdovi nei 48 kg., dopo l‘argento di Minsk, imitato dal leggero Gomtsyan e da Kushinshvili negli 86, oltre all’argento di Guruli nei 67. Doppietta della Serbia, attingendo al serbatoio russo, nei 67 con Abbasov e negli 80 con Artjon, vincitore con molti dubbi sul nostro Commey. Altre otto nazioni hanno vinto un oro a testa, la Spagna grande delusa, giunta con quattro finalisti e solo Molina (51) al vertice a spese dell’inglese Mc Donald. Mentre Quilles (60), Reyes (92) e Ghadfa (+92) si fermano all’argento e Thiam (63,5) arriva al bronzo. L’Inghilterra vince con Akbar (71), argento per Mc Donald (51) e Richardson (75), bronzo a Veres (60) e Williams (92). L’Armenia vince col professionista Bachkov (63.5) giunto al terzo europeo, argento per Bazeyan (57) e Hovhannisyan (86), bronzo a Manasyan (92). Italia sesta con l’oro di Mouhiidine (92), l’argento di Commey (80) e cinque bronzi: Esposito (48), Serra (51); Cappai (54), Baldassi (57), Cavallaro (75). Bastava la viittoria di Commey per essere secondi. Seguono Francia e Irlanda un oro e un argento a testa, quindi Belgio e Germania con un oro. Sul podio ma senza l’oro Bulgaria (0-1-2), Galles (0-1-1), Ucraina (0-0-4), Polonia (0-0-1), quindi Moldovia, Scozia, Croazia, Austria e Romania con un bronzo.

Da segnalare che i sette podi italiani sono arrivati senza nessun verdetto regalato, semmai il contrario. Oltre all’atmosfera di gruppo che ha etichettato la comitiva azzurra, dal team-leader Fabrizio Baldantoni, vice presidente vicario, sempre accanto ai tecnici e agli atleti, a loro volta esemplari sia sul piano disciplinare che di presenza costante per incoraggiare gli italiani sul ring.  La squadra era formata dagli allenatori Giovanni Cavallaro, Eugenio Agnuzzi e Gennaro Moffa, oltre ai fisioterapisti Pierluigi Pantini ed Edoardo Capitanucci, esemplari ed attivi nei rispettivi ruoli. Da segnalare l’elezione di Dmitro Tonyshev a rappresentare gli atleti in seno all’EUBC, dopo la votazione dei responsabili delle 39 nazioni a Yerevan. Un riconoscimento importante per l’Italia.

Di Alfredo

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