di Giuliano Orlando

Samsun è un affresco gentile che si affaccia sul Mar Nero, eleganti palazzi e colorati giardini sono la continuità di una cittadina tutta votata al turismo internazionale. Parentesi invitante della Turchia, tutto il contrario di Ankara, enorme e arcigna, dove i poliziotti ti fanno balzare in piedi se ti azzardi a sdraiarti sulla panchina del parco attiguo all’albergo dove alloggi. E’ capitato al dottor Giuseppe Macchiarola, nell’occasione medico dell’Italia in guantoni agli europei del 2010, dopo un jogging prolungato col sottoscritto. Niente di tutto questo a Sansum, nella primavera del 2016, dove si svolsero le qualificazioni europee in proiezione ai Giochi di Rio de Janeiro, operazione iniziata nel 2015 in cui vennero assegnati i primi 60 ticket ai mondiali di Doha nel Qatar. Per assegnare i pass l’AIBA allestì un susseguirsi di tornei divisi tra WSB, i professionisti inventati dall’AIBA, l’APB altra branca e i campionati ufficiali. Ognuno dei quali indicò i promossi a Rio! Un caos incredibile, arrivando al punto che diverse nazioni, Cuba e Russia in particolare, su imposizione dell’AIBA dovettero scegliere tra due e più promossi nella stessa categoria di peso. Ovvero: noi abbiamo fatto il danno e voi ve la sbrigate. Esempi eclatanti: il medio cubano Lopez campione del mondo, prima lo escludono poi lo preferiscono a Cardona, promosso nelle WSB. Nei gallo indicano Gomez, poi recuperano Rosbeisy, l’oro di Londra, che avevano sospeso per indisciplina, e lo mandano a Rio. La situazione della Russia è ancora più incredibile. Deve rinunciare per Rio al superleggero Kazarian, al welter Butaev e al medio Khakumov, campione d’Europa vincitori delle WSB, avendo altri tre titolari (Dunaytsev, Zamkovoi e Chebotarev) impostisi nell’APB. Alexey Egorov nei 91 kg., vincitore nell’APB, tre volte vincitore del nostro Clemente Russo, viene escluso a favore di Tishchenko, oro ai mondiali di Doha 2015. Consapevoli dell’assurdità della situazione, provano a inserire Egorov nei +91 all’ultimo appuntamento di Luglio 2016 a Vargas in Venezuela, ma il regolamento vieta il cambio di categoria del pugile che ha partecipato ad altri tornei. La Russia, terra dei giganti, non avrà un supermassimo a Rio! Non solo Cuba e Russia, anche Uzbekistan, India, Irlanda, Cina e altre nazioni si trovarono con due promossi nella stessa categoria. Che l’AIBA fosse in confusione era un dato di fatto, ma che arrivasse a questo caos non era immaginabile. L’Italia al maschile, guidata da Raffaele Bergamasco, nonostante molti inciampi, riesce a portare ai Giochi sei atleti: Cappai, Mangiacapre, Manfredonia, Russo e il +91 Vianello, oltre al leggero professionista Carmine Tommasone, promosso nell’ultimo torneo a Vargas, aperto a tutti: Nell’occasione l’italiano va oltre ogni pronostico e salendo al terzo posto ottiene il pass. A Rio esordisce contro il messicano Garza Delgado, che aveva vinto il torneo in Venezuela eliminando il thailandese Amnat Ruenroeng, un mito tra i professionisti sia pure nei pesi minimi, ancora in attività nonostante i 41 anni compiuti. Il campano affronta il messicano con decisione e lo batte nettamente. Si ferma contro il cubano Alvarez, che arriva al bronzo.                                        

A Samsun nell’aprile 2016, si danno appuntamento 39 nazioni con 207 maschi (dieci categorie) e 56 donne (tre categorie). Il presidente Alberto Brasca, guida la squadra italiana, col c.t. Lello Bergamasco coadiuvato dal russo Vasiliy Filimonov, recuperato dopo Pechino. L’Italia maschile schiera Cappai, Picardi, Valentino, Mangiacapre, Cavallaro e Vianello, mentre Emanuele Renzini, mette sul ring Marzia Davide (51) che vorrebbe chiudere una grande carriera con i Giochi, la diciottenne Irma Testa nei 60 kg. un talento in erba al primo anno nelle élite e la catanese Monica Floridia nei 75 kg.

Torneo difficile per tutti, il livello è altissimo e la promozione di Cappai e Mangiacapre tra gli uomini non è impresa da poco. Il bello e l’inatteso arriva dal settore femminile, dove vengono promosse solo le finaliste. Irma Testa (18 anni) è la più giovane partecipante in assoluto e il sorteggio non è certo favorevole. Debutta contro la finlandese Potkonen che di anni ne ha 17 in più, la forza di un uomo, intenzionata a cancellare la ragazzina italiana. Succede che la ragazzina sul ring è introvabile da parte della finnica, che la rincorre ma trova il nulla. Irma la colpisce leggera ed esce dall’area pericolosa con una naturalezza incredibile. Il 3-0 è il primo segnale di una sorpresa che si conferma contro la quotata francese Estella Mossely considerata la favorita con la Taylor. La battaglia è sul filo dell’equilibrio, ma alla fine qualcosa in più lo compie l’azzurra che passa in semifinale, dove trova un’altra vecchia volpe del ring, Svetlana Staneva, boxe furba ed esperienza da vendere. Tutto questo non basta alla bulgara, che deve accettare la sconfitta e il pass di Irma per Rio. La prima italiana ai Giochi olimpici. Nella parte alta, l’azera Alekseevna, 28 anni in grande condizione, estromette Katie Taylor con un netto 3-0 e vola in finale, dove trova la nostra alfiera. Si sfidano due che boxano di rimessa, l’azera è sicuramente più fresca e parte meglio, ma l’italiana non ci sta e nel terzo round fa la differenza, ma per due giudici su tre non basta. Nei 75 kg. Monica Floridia paga l’inesperienza e cede all’esordio contro la tedesca Scheurich. L’azzurra lo scorso giugno ha debuttato al professionismo nei pesi medi.  La promozione di Irma Testa, prima italiana promossa ai Giochi ha un effetto mediatico dirompente al punto che la situazione sfugge di mano a tutti e quella che doveva essere la preparazione per Rio va a farsi benedire. Inoltre spunta fuori un problema alla schiena che aggrava la situazione, al punto che Renzini teme seriamente sia in forse la presenza ai Giochi. Evitato questo pericolo, a Rio arriva una Irma Testa non certo al meglio. Fatica parecchio a battere l’australiana Marie Watts e di fronte alla francese Estelle, in perfetta forma, che conquisterà l’oro, deve cedere alla distanza. C’è delusione, ma questo non toglie che Irma Testa sia una splendida realtà e il futuro dimostrerà che Rio è stata utile esperienza. Nella stessa categoria, la Potkonen elimina la Taylor, demotivata che nello stesso anno passerà professionista, arrivando a conquistare tutte le cinture mondiali nei leggeri.

Il secondo appuntamento maschile viene fissato in giugno 2016 dall’AIBA a Baku in Azerbajan, ed è una maratona infinita. Presenti 372 atleti in rappresentanza di 92 nazioni. In alcune categorie ci si avvicina ai 50 iscritti, che vengono raggiunti nei medi.  L’altro c.t. azzurro, Francesco Damiani affiancato dal preparatore russo Vasiliy Filimonov, recuperato dopo Pechino 2008, sono all’angolo di  Picardi, D’Andrea, Valentino, Cosenza, Cavallaro e Vianello. Solo il gigante romano ottiene il pass che inseguiva dagli europei 2015 in Bulgaria. Nei +91 scattano in 20 e l’azzurro per qualificarsi vince quattro incontri, l’ultimo contro l’irlandese Gardiner dal quale era stato battuto in precedenza. Un successo costato molta fatica ad un mese e mezzo dai Giochi che non consente il giusto recupero e il ritorno alla condizione migliore nel tempo dovuto. A Rio infatti pagherà la situazione, perdendo in avvio dal cubano Leiner Pero, rivale alla sua portata, tanto più che si tratta di un massimo naturale, fatto salire per sostituire Savon che era sceso nei 91. Purtroppo Vianello non aveva più energie. A Baku, Picardi (52) lotta come un leone, batte l’ucraino Sopinskyii e il tajko Rakhmatshoev, ma si ferma contro Vargas (USA) per l’ingresso in semifinale che valeva il pass per Rio. D’Andrea (56) esce subito, dominato dal mongolo Erdenebat che arriverà in finale. Nei leggeri Valentino parte bene a spese del magiaro Vargas, ma si arrende al tajko Yunusov negli ottavi. Cosenza (64) out all’esordio contro Sakenov del Kyrgyzstan. Nei medi, Cavallaro avrebbe meritato il pass, purtroppo dopo aver battuto il turco Onder Sipal, l’olandese Van Der Pas e l’ecuadoreno Delgado, incrocia Achilov del Turkmenistan in giornata di grazia che convince due giudici su tre a dargli la vittoria e il ticket per Rio. Tanti atleti a Baku, un floppy clamoroso a Vargas a inizio luglio ad un mese dai Giochi. L’AIBA aveva annunciato fuoco e fiamme, ventilando i nomi di Pacquiao, Vladimir Klitschko e addirittura Mayweathher jr., ai fatti si presentarono professionisti di serie B, e quelli più quotati vengono eliminati. Presenti 40 nazioni, ben 21 delle quali con un solo pugile, altre 8 con due. Solo l’Ucraina è presente con otto atleti. L’Italia guidata da Angelo Musone, consigliere federale, con i tecnici Gianfranco Rosi e Gian Maria Morelli, si presenta ancora con D’Andrea e i pro Max Ballisai e Carmine Tommasone, che stacca il biglietto per Rio, di cui ho già parlato in precedenza. Gli altri due si fermano subito. D’Andrea contro il kenyano Njangiru, Ballisai di fronte a Tharumalingam del Qatar! Su quel torneo si addensano molte polemiche e il sospetto di verdetti già scritti. Di certo è che il Venezuela promosse quattro dei sei iscritti, con un paio di incontri a testa, mentre l’Ucraina solo due su otto presenti. Non solo, la frattura tra l’AIBA e le sigle pro, oltre all’EBU arriva al punto più acuto. Mentre WBA, WBC e IBF estromettono i pro che hanno preso parte a Vargas, l’EBU cancella Tommasone e Ballisai dalle classifiche europee. L’Italia arriva a Rio con sette atleti, sei uomini e una donna. Il numero è buono, la qualità lascia molti dubbi. Infatti, torniamo a casa da Rio senza alcun podio come nelle previsioni. Già detto di Irma Testa, Manuel Cappai (49) che covava molte ambizioni, non va oltre l’esordio, fermato dal ventenne Hernandez (Usa), che arriverà al bronzo. Decisamente sfortunato Vincenzo Mangiacapre (69), vincitore in avvio del messicano Romero, si ritrova a fine match con uno zigomo fratturato, impossibilitato a incontrare il venezolano Maestre. Poca strada anche per Valentino Manfredonia (81), giunto a Rio non al meglio, per i postumi della spalla infortunata. Contro il bielorusso Dauhaliavets, che già conosce è bloccato dall’emozione e viene battuto in modo netto. Il capitano Clemente Russo (91), centra la quarta olimpiade e giostra bene contro il modesto tunisino Chaktami, ma è solo lontano parente di quello visto nel 2013 ai mondiali di Almaty, capace a 31 anni di dare lezione a tutti, compreso il russo Tishchenko, nove anni più giovane, che a distanza di tre anni, si prende la rivincita aprendosi la strada verso l’oro, che vincerà in modo scandaloso ai danni del kazako Levit, purtroppo vincitore morale, una ben magra soddisfazione. Qualche mese dopo il gruppo dei “magnifici” arbitri che l’AIBA aveva stipendiato riccamente, verrà radiato per i loro sporchi giochi, coinvolgendo tutti quelli presenti a Rio, che ad oggi non sono stati più reintegrati e questo è stato un grave errore, avendo punito anche chi non era responsabile. Detto di Vianello, al rientro in Italia, come sempre accade si cerca un capro espiatorio. Francesco Damiani si dimette subito, per cui a pagare è Raffaele Bergamasco, che non passerà alla storia come omologo di Rea o Falcinelli, ma è stato a sua volta vittima di situazioni anche sfortunate. Cacciarlo come è stato fatto, come ho scritto su Boxe Ring nell’occasione, non lo reputo corretto. Dopo il drappello di Pechino 2008, il vivaio azzurro non ha offerto il bis sperato. Per cui ci si è affidati a chi aveva già dato il meglio e pagavano il prezzo di avversari più giovani, ambiziosi e bravi. Bergamasco, il cui limite è stato quello di aver cercato solo nell’orto del Sud e dei militari, ignorando il Nord, (è una mia ipotesi), per il resto ha dovuto lavorare con quello che passava il convento, in astinenza di nuovi fraticelli virtuosi. Se doveva uscire lo si poteva fare in modo più elegante. Con lo stesso risultato. Peraltro il tecnico campano ha trovato un ottimo ingaggio con l’India, togliendosi soddisfazioni e sassolini dalle scarpe.

Dalle macerie di Rio, non ci si poteva certo aspettare la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Chi avrebbe sostituito Damiani e Bergamasco non trovava un giardino rigoglioso. Purtroppo tra le giovani leve non si vedevano gli eredi di Picardi, Parrinello, Valentino, Mangiacapre, Russo e Cammarelle. Questa la realtà, anche se dura da digerire. Il neo presidente Vittorio Lai punta ad un tecnico cubano di alto livello, ma si ritrova suo malgrado, con due modesti allenatori che arrivano nel corso degli assoluti di Gorizia nel 2017, tali Geraldo Gonzales Bicet e Jorge Valdez Perez che qualche mese dopo tornano a casa. Agli europei l’Italia si difende ma deve fare affidamento sui senatori. Nel 2015 in Bulgaria bronzo con Maietta e Cavallaro, nel 2017 in Ucraina ancora Cavallaro e Manfredonia, nel 2019 a Minsk in Bielorussia agli European Games grazie a Cavallaro arriva l’argento, mentre Serra, Cappai e Fiori conquistano il bronzo. Fallisce Russo nei +91 subito fuori contro il croato Milun. Il problema è che non spuntano nomi nuovi in grado di sostituire i titolari datati. Gli ultimi podi mondiali risalgono al 2013, edizione storica ad Almaty in Kazakistan, con l’oro di Russo e i bronzi di Cammarelle e Valentino. Da allora il vuoto sia a Doha (2015), Amburgo  (2017) ed Ekaterinburg (2019), dove la coraggiosa operazione rinnovo con Serra, Iozia, Malanga, Mouhiidine oltre all’inossidabile Cavallaro e Carbotti non ha fortuna. L’allora responsabile Giulio Coletta, che tanto bene aveva guidato il settore giovanile, nel nuovo ruolo si trova ad affrontare una situazione che probabilmente va oltre le sue possibilità. Sfociata nell’ultima parte dello scorso anno con la clamorosa presa di posizione di Cavallaro e Mouhiidine in disaccordo con le sue scelte tecniche. Per mesi i due atleti non vengono convocati in nazionale e prendono parte agli assoluti di Avellino per scelta personale. Con l’elezione alla presidenza del dottor Flavio D’Ambrosi, i due sono reintegrati e il tecnico sostituito con Emanuele Renzini, divenuto responsabile di tutto il settore dilettantistico. Funzione accettata fino ai Giochi di Tokyo.

Dal versante femminile, il cammino dopo Rio risulta in costante ascesa, nonostante la crescita generale, in particolare nel continente asiatico, dove molte federazioni ottengono l’aiuto finanziario dei governi, sicuri che l’investimento sul pugilato, riscuota successo mediatico, indirizzando i giovani verso la disciplina. L’Italia pur con numeri molto limitati non perde il passo anche oltre confine e sulla scia di Irma Testa e di Angela Carini, altro talento campano che ha iniziato a vincere da giovanissima, le azzurre ottengono medaglie nelle varie categorie, dalle schoolgirl alle jr. fino alle youth. Il punto esclamativo spetta alla catanese Martina La Piana, che all’Oceania Pavilion di Buenos Aires, nell’ottobre 2018, trionfa ai Giochi Giovanili, la rassegna quadriennale riservata ai migliori youth dei vari continenti, dove Irma Testa nel 2014 in Cina, conquistava l’argento. Martina, 17 anni ancora da compiere, debutta battendo l’indiana Jyoti, iridata 2017,19 anni compiuti, prosegue con Destiny Garcia (USA) mondiale in carica a Budapest e conclude con la nigeriana Gbadamosi, campionessa d’Africa e autrice dell’impresa di aver avuto la meglio sulla bulgara Stoeva, oro 2017 e argento 2018 europeo, ma incapace di frenare l’impeto aggressivo dell’africana, organicamente una furia. Nel confronto diretto il talento dell’azzurra ha fatto la differenza. Martina, colpiva e si spostava, mandando a vuoto la rivale che in certi frangenti appariva quasi goffa.  Nel 2019, paga il tributo del passaggio tra le élite, e deve accettare l’argento agli assoluti di Roma. Era capitato anche a Irma Testa, quindi nessun allarme. Con pazienza sta recuperando terreno, nel frattempo a 19 anni, conquista il posto di titolare agli europei U22,appena  disputati a Roseto degli Abruzzi, dove Martina nel 2018, colse l’oro europeo da youth. Lungo il percorso del dopo Rio, le azzurre sempre guidate da Renzini, col prezioso contributo di Valeria Calabrese e Laura Tosti, che hanno il pregio di capire le atlete non solo tecnicamente ma nel rapporto umano, ottengono affermazioni nelle rassegne più importanti. Agli europei 2016 a Sofia l’Italia si ferma ad un solo bronzo con la romana Silva, ma nel 2018 sempre nella capitale bulgara il bilancio migliora, argento con la Severin e due bronzi con la De Laurenti e Canfora. L’anno dopo, nel 2019 gli europei si svolgono a Madrid e l’Italia diventa la protagonista. Irma Testa esplode e vince l’oro nel 57 kg., imitata dalla corregionale Francesca Amato (64), partita da outsider e finita in vetta alla categoria, superando avversarie sulla carta ben più quotate. Ai due ori si aggiungono l’argento di una ottima Angela Carini (69) e i bronzi di Bonatti e Severin. Cinque medaglie, solo la Russia meglio dell’Italia. Anche se è molto più difficile, viste le forze in campo, le tigrotte italiane non sfigurano neppure ai mondiali, rassegna che vede al via oltre 60 nazioni e un esercito di atlete che sfiora il tetto delle 300 partecipanti. Dopo l’oro di Alessia Mesiano ad Astana in Kazakistan nel 2016, paghiamo il prezzo del ricambio e nel 2018 in India nessuna italiana sul podio. L’anno dopo nel 2019 in Russia nella lontanissima Ulan Ude, grazie ad una indomabile Angela Carini, troviamo uno splendido argento nei 64 kg. Per chi segue la boxe femminile e non per gli orecchianti di giornata, che mai hanno visto una rassegna internazionale da bordo ring, ma pontificano a sproposito, sa bene quanto il livello si sia alzato e nazioni come la Russia e la Cina, che molto investono, ma faticano e non poco a mantenere il vertice. A Ulan Ude, sono spuntate atlete da Taipei, Filippine, Galles, Brasile e Turchia in grado di vincere il titolo iridato. Mentre l’India, abituata a vincere, si è dovuta accontentare di un argento e tre bronzi.

A breve arriva Tokyo e l’Italia in rosa si presenta con un poker magnifico, composto da Giordana Sorrentino (51), Irma Testa (57), Rebecca Nicoli (60) e Angela Carini (69). Comunque vada, dobbiamo dire grazie per quello che hanno fatto e che faranno ai Giochi.

Di Alfredo

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